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ALBERGATI CAPACELLI. 5
ha di vestirsi , perchè già in quella notte non
ha voluto spogliarsi , né toccar letto : ma fat-
tosi giorno , chiude la casa , raccomandasi al
cielo , e si mette in viaggio con passo ansioso
e veloce. Non può formarsi risoluzione più
giusta, più lodevole viaggio, riè più chi 1' intra-
prende essere meglio accompagnato , poiché
egli ha seco le benedizioni del cielo , le virtù
solide che nutre nell' animo , e il filiale amore
che lo accende. Cammina egli con pie fermo ,
e robusto ; guarda di tempo in tempo le ver-
deggianti campagne , che costeggiano quella
strada ; ascolta il canto de' varj augelletti ,
che aggiransi e fermansi sui tolti fronzuti ar-
bori ,• mai non s' arresta , e trascorre. Se sulla
strada s'incontra in qualche limpida fonte , vi
s'accosta , e ristorasi ; se sul terreno s' accorge
o di alcun' erba odorosa , od' alcun saporito
frutto lo coglie e ne gusta , ma passa oltre ,
né mai perde il diritto filo del viaggio preso.
Ei proseguì in questo modo fino al momento ,
in che giunse il sole al meriggio. Allora accre-
sciutosi di molto il calore, indebolitesi a lui le
forze, o piuttosto destatasi in lui un po'troppo
la naturale mollezza , tentò di scoprire un
cammino meno esposto agli ardenti raggi del
giorno. Scorse infatti un boschetto, di cui l'on-
deggiante ombra parea lo invitasse a volgere
6 NOVELLE.
verso quella parte i suoi passi , v' entrò , e la
freschezza ed il verde gli offrirono allettamenti
si grati , eh' egli non potè ad essi resistere.
Pure non ricordossi già dell' importante
viaggio*, ma scoprendo un picciolsentiere in-
gemmato di vaghi fioretti , il quale appariva
essere nella direzione stessa del suo cammino
risolvè di seguir quello ; di unir così il piacere
colla fatica , e di procacciarsi gli effetti della
diligenza senza poi adoperarsi troppo per ac-
quistarli. Viaggiò qualche tempo , e con un
fervore il quale non rallentavasi mai ; ma con-
scio a se stesso che quella non era la strada ,
nella quale erasi avviato , esaminar volle se
correva alcun rischio di troppo scostarsene.
Poscia risovvenendosi del cocente ardore che
sull'aperto cammino lo avria molestato, tenne
il picciol sentier su cui era, né dubitò di potere
ad ogni momento rinvenire la strada primiera.
Eaddoppia il passo per riguadagnare ciò che
i varj giri fuor di mano gli avevano fatto per-
dere. Una certa per lui ignota inquietezza lo
rende distratto , ed ogni novello oggetto il
trattiene.
Ora lo incanta il mormorio d'un ruscello ,•
ora se gli appresenta una deliziosa prospettiva;
ora gli sembra che l' eco rumoreggi al suo
orecchio suoni e voci ch'ei non intende j uè
ALBERGATI CAPACELLI. 7
sa comprendere il misero Meliti , se i moti che
internamente lo scuotono sieno d'agitazione
o di piacere. Intanto scorrono 1' ore , svanisce
il giorno, manca al noslro viaggiatore la luce,
e per colmo di sua sciagura alzasi un improv*
viso nembo , che sciogliesi in dirotta pioggia ,
in orrido vento , in infocati lampi , e tutto
resta egli involto nell' oscurità e nel fragore.
Allora sì quel giovinetto s' avvide che 1' uomo ,
sovente si scosta dalla verace felicità , e sicu-
rezza , per le lusinghe d' un piacer breve , per
{' infingardaggine nell' opere virtuose , e pel
vile timore di poca , ma gloriosa fatica. In
mezzo a quesla sua profonda e lagrimevole
meditazione , l'aria si fe'più nera , ed egli vide
ed udì scoppiare un fulmine a lui dappresso.
Decide tosto di usare ogni sforzo per uscire da
quelle intricate vie , e ritornare sullo smarrito
cammino.
Implora con fervide voci l'autore della na-
tura ; snuda la spada , e con coraggio s'accinge
a difendersi contro gli assalti delle feroci bel-
ve , e ad aprirsi col vigore del suo braccio il
necessario passo all' uscita. Udiva da ogni
parte gli urli lamentevoli della rabbia e del
terrore : trovavasi in mezzo all' orror delle
tenebre e della solitudine ; gì' impetuosi venti
muggivano per la foresta 5 e l'acque, che prima
8 NOVELLE.
scorreano in ruscelli ^ora torbide e gonfie rav-
volgonsiin torrenti precipitosi. Sbigottissi Me-
lici, tremò e quasi disperalo di sua salvezza fu
presso a soccombere alla sventurata situazione,
quando un debil raggio di luce improvvisa-
mente il colpì , e rivolto egli a quella parte
onde usciva , vide l'augusto ritiro d'un ere-
mita. Quel venerando solitario , ch'ivi abi-
tava , se gli fé' incontro , e benché vedesse il
giovine armato di nuda spada , pure cono-
scendo ancora ch'ei la stringea per timore e per
difesa , lo chiamò ad accostarsi , ed amorosa-
mente lo accolse : « E come mai potesti giu-
» gner fin qua? » dissegli il vecchio : « Sono
» trent' anni ormai che io ci vivo , né volto
umano m'apparve ancora. Alche Melid
» rispose . narrandogli la breve storia del suo
» fallire. » O figlio , figlio , 1' altro proruppe,
» non dimenticarti i pericoli,a cui oggi la tua
» imprudenza t' espose. Sovvengati che la vita
» dell' uomo è il viaggio d' un giorno solo. Nel
» bel mattino di giovinezza noi ci alziamo
ì) pieni di vigore; ci anima la speranza alle fa-
» tiche,e con pie fermo camminiamo dapprima
» sulla via di saviezza. Poco dopo il nostro zelo
» rallentasi ; cerchiamo agevolare gli obblighi
» nostri e di pervenire alla meta per deliziosi
s sentieri. h" orrore che avevam per la colpa
ALBERGATI CAPACELLI. 9
» c' indebolisce, e ci arrischiamo dappressarci
» a ciò che avevam risoluto di tener sempre
» lungi da noi. Il cuore s'ammollisce a grado
» a gradoj cessiamo di stare avvertiti contro le
» insidie; senza cautela aggiransi inostri sguar-
» di entro i giardini dell' ingannevol piacere.
» Ci accostiamo ad essi con qualche affannosa
» pure tremando ancora v' entriamo sempre
» colla fallace lusinga che non perderemo di
» vista il sentiero della virtù. Tu vedi, giovane,
» inlanto,ciòchet'avvenne,orappuntolostesso
» accade ogni giorno anche nel cammino della
» vita morale. Una parola sconcia , uno sde-
» gnuzzo,un'ingorda brama,un attopassagiero
» di resistenza a chi vi dirigge, se si trascurino,
» enoncorreggansiprestamente,basteran senza
» dubbio a torcervi dall'orme gloriose di virtù,
» ed a rendervi bentosto immodesti , iracondi,
» golosi, ostinati, ed in fine lo scandalo e l'ob-
» brobrio dei vostri simili. ;> Lo ascoltava Melid
con intimo compungimene e dolore;struggevasi
in lagrime ; eragli caduta di mano la spada ,
e stava per cadere al suolo egli ancora abbat-
tuto ed oppresso dalla confusione , quando il
vecchio inteneritosi lo prese per la sinistra
mano gli rimise la spada neh' altra , e il ricon-
dusse all' abbandonato cammino. « Ritorna
» intrepido gli disse sull' orme tue prime ,
1..
3 NOVELLE.
» non atterrirti. Eri perduto ; ma il cielo ti
» vuole avvertito , non disperalo. Felici co-
» loro , o figlio, che dal tuo esempio impare-
» ranno quanto importi la costanza nel bene
)) operare ; e che i disagi , gli stenti , le delizie
» sono inciampi ed ostacoli , che nel diritto
» virtuoso viaggio dobbiam valorosamente vin-
» cere, rompere e calpestare. »
Nulla potè rispondergli Melid, a cui li sin-
ghiozzi troncavano la parola. Bensì baciò la
mano al provvido suo condottiere; e separa -
ronsi. Oh ! come velocemente compie il suo
cammino Melid, che più non guardasi attorno,
ma tutto Tocchio rivolge sul sentiero retto !
Arriva finalmente alle portediSerinagar,e tro-
va il padre che ne usciva. Non prevedute com-
binazioni aveanlo trattenuto in Serinagar più
ch'ei credea ; abbracciansi con isvisceratezza
il padre ed il figlio , questi fattosi forza , gli
racconta e confessa i proprj errori. « Io ne
» ringrazio la Provvidenza divina , » esclama
il padre : « Così P esperienza t'avrà fatto ac-
» corto , che ogni fallo leggiero può essere fa«
» tale e rovinoso -, e che la massima delle sven-
)) ture è il far naufragio in vicinanza del
» porto. »
PADOVANI. 11
GIROLAMO PADOVANI.
La modestia.
Il barone di Carolich avea tre figliuoli. Eiii
dai loro primi anni applicolli agli studj per
prepararli ad una vita utile ed onorata; ma il
secondo fra essi nomato Borso non fu mai
applicabile a nulla. Tutto fuoco, tutt' impeto,
ardito, testardo, stolido ed inurbano, di quin-
dici anni non sapea niente e non sapea di
niente. Suo padre n'era alla disperazione. Che
farò io , diceva a se stesso , di questa fera sel-
vaggia ? Nella famiglia un tal uomo ! Egli la
manderebbe in rovina e vi andrebbe con lei.
Fuor d' essa chi lo vuole , e a che fare ? Però
un giorno chiamatolo : Borso, gli disse, è già
gran tempo che tu se' il mio dolore : quel non
volerli mai a nulla applicare io non so a che
debba riuscire. Che farai tu grande e grosso
come se' ? Io ho deciso , rispose Borso ; voglio
fare il soldato. Questo deciso ^ e questo voglio
è veramente più da villano che da soldato ,
e niente da figlio. Pur te lo passo : perchè a
voler buone grazie da te sarebbe una preten-
sione. Se vuoi dunque esser soldato , tu lo sarai;
se no , pensa a quel gener di vita ti piaccia ap»
plicarli , perchè ti assicuro che la mia casa
12 KOVELLE.
per poco tempo ha luogo pei' te. Le mie for-
tune son tenui , e le ragion di uu cadetto son
quasi un nulla. Però ti convien cercare un
qualche luogo onde vivere. Io l'ho già detto ,
ripigliò, voglio esser soldato. Ebbene , torno a
dirtelo anch'io, che ne sono contento.
Infatti il barone uomo dabbene, che dei re-
quisiti di un militar non sapeva che ciò che
risalta agi' occhj del volgo, cioè un ardimento
eguale ai pericoli della professione , credè di
poter far del suo Borso un maresciallo , almen
mettendovi a conto la temerità di quella testa
sventala.
Intanto giunse dalla Germania il giovine
cavaliere dell' Aquila. Egli era stalo in educa-
zione in uno di que' collegi che sono seminarj
della milizia tedesca , onde si trae la miglior
parte dell' offizialità per le armate. Egli era sul
fior degli anni , bellissimo della persona, e nelle
maniere compito ; ma pur le grazie della na-
tura erano superate da quelle della virtù. Io
non dico le belle arti , che possedeva a tal
punto di perfezione che sembravano in lui
spontaneo dono della natura: ma la modestia di
quella beli' anima formava uno di quegl' in-
canti , di cui sola è capace la luce della virtù.
A vederlo non si scopriva del giovine che la
più piccola parte.
PADOVANI. j 3
Comunque i suoi occhi non s' arrestassero
in volto ad alcuno , e la sua fronte sembrasse
la sede della candidezza e del pudore , la sua
conversazione nondimeno , le sue parole , le
sue maniere cospiravano tutte al compi-
mentò di un ritratta , che era il rittratto vivo
e parlante della modestia , delineata poi sopra
un fondo che aggiungeva pregio e vaghezza
alla sua stessa bellezza.
Egli fu prodotto a private ed a pubbliche
conversazioni. I timidi riguardi del giovinetto
per la maggiore età , quel non ragionare mai
primo in faccia a lei , se non sollecitato dai de-
siderj e dalle interrogazioni del consesso , con
un discorso facile , giusto , preciso, senza dotto-
rismo e senza nemmen legamento di sugge-
zi one , ma tutto come velato da un' ombra leg-
giera di amabile timidezza, quell'aria umil,che
accenna d' amar anzi d' ascoltare che di par-
lare, di apprendere che d'istruire , e che anima
il discorso e i racconti degli altri con una ap-
prova zion meritata , quel rispettare il giudizio
altrui , e sagrificarvi il proprio abbandonan-
dolo alla discretezza e al sapere degli altri, con
una moderazione difficile e delicata; quel non
rispondere alla contraddizione che con un mo-
desto sorriso; quei raccoglier la lode col pudor
proprio del merito , che fa travederne la stima
l4 NOVELLE.
nel timore di non meritarla -, in somma quell'
unione di tutto ciò che piace negli altri , che
adorna , che acquista il cuore e la stima , che
si può avere da tutti , e non si ha da nessuno ,
questo sorprese gli estatici Modenesi , e parve
valere ben più che la franqa stolidità delle gio-
ventù del paese. ^
Il barone aveva con ammirazione osservalo
questa virtù cattivante, o più tosto questa luce
soave che abbellisce , che avviva l'altre virtù e
che ne fa il compimento. Egli era d'accordo ,
che dell'Aquila era un giovin perfetto, ma gli
restava uno scrupolo. Non sapea concepire co-
me tali uomini si allevassero in un collegio
militare , e come un tale allievo potesse riusci-
re nella milizia. Borso al contrario lo decise per
un piccolo scimunito privo di quello spirito
di libertà e d'ardimento , che è la voce del ge-
nio , e la guida alle grandi imprese. ,
Intanto il barone pensava allo stabilimento
di Borso. Col giovin dell' Aquila era giunto da
Vienna un vecchio uffizialeitaliano,rispettabile
per sapere e valore, autenticato in molte cam-
pagne tenute conlra le armi francesi servendo
l'Impero. A lui il barone si volse, e come gliene
venne il destro , gli fece la proposizione di con-
dur seco in Germania il suo Borso. Questi è un
figlio, gli disse , che ha fatto il mio travaglio in
PADOVANI. l5
addietro : ma spero che voglia essere in fine la
mia consolazione , egli ama le armi.
L'uffiziale lo felicitò, e bramò di conoscerlo,
assicurandolo che si farebbe un onor di servir-
lo , dove travedesse nel giovine delle disposi-
zioni capaci di farne un buon militare. Dopo
alcun giorno il nostro Achille si presentò. L'uf-
fìziale gli fece intorno un esame da ingaggia-
tore 5 ma non vi voleva tanto con uno che va-
lutava i vizj,come le virtù, e ne faceva parata
come dell' argomento della sua gloria. Borso
dunque fu anatomizzato , e fu deciso subito
che un tal uomo non era capace di nulla , e
supra tutto nel militare. Ebben che mi dite del
giovin discepolo,che v'ho esibito per la scuola di
Marte, dissegli il barone, la prima volta che
rincontrò : l'ho veduto, rispose _, ma egli non è
informato delle difficoltà del mestiere, né dei
pericoli. Manco male ma egli lo sarà ben sul
fatto. Sima quando lo sarà, io temo che la voca-
zione non gli manchi. Come? credete voi che la
sua impazienza lo abbia a tradir nell' oggetto
delle maggiori sue brame? Sicuramente. Ah bri-
gadiere Sentite , barone, interruppe V uffi-
ziale : Io non voglio mettere a conto d'incapa-
cità nel figlio né la generale ignoranza in cui
è cresciuto finora , né la insofferenza finora
mostrata di ogni applicazione. L'impegno ed il
l6 NOVELLE.
genio lo convertirà, vai dite , in altr' nomo; e
s' egli è ignorante, sarà, come tant/ altri quel
che saprà. Passiamolo, ciocché mi sgomenta dal
prendere un impegno con lui, è Paria che a voi
par militare, e a me la più pericolosa qualità
per un soldato. Perdono, barone, se vi affliggo ;
ma 1' amicizia , e un affare sì delicato , ob-
bliga tutta la mia ingenuità a procurarvi un
disinganno. La modestia è la più necessaria
delle virtù ad una società militare. L'onore e
la stima è la prima passione tra l'armi, e la
molla più forte per le guerriere virtù. Or se il
vostro Borso con quella sua franchezza inco-
gnita tra noi,s'intromette a tagliar discorsi,a ri-
der sul naso alla gente , a contraddire , a deci-
dere, s Mara tagliare anch'egli la gola in meno
d' un mese di professione ; perchè infine son
queste tutte mentite che dansi al merito, e le
più parlanti espressioni del disprezzo, che mai
non si soffrono impunemente dai militari.
Ma brigadiere, soggiunse il barone, voi non
accordate niente alla sua gioventù? Non v'è
ancor tempo? No , conchiuse infin l'uffiziale ,
abbiatelo per massima forse troppo tarda per voi:
chi non si educa a suo tempo , non si educa più.
11 colloquio finì,, e' 1 povero barone andò
a testa bassa pensando , e ripensando persuaso
mezzo sì e mezzo no ? ma in fine senza sapere
PADOVANI. 1 7
a qnal partito appigliarsi. Il discorso del
brigadiere gli pareva bello e buono, mari-
guardo al suo Borso, non poteva quietarsi di
non ne sapere che fare. Intanto si tirò avanti
senza far niente. Egli crebbe, e compì la sua
figura, e crebber con lui le sue qualità. La
franchezza nel giovinetto divenne impudenza
e temerità nell' adulto.
Finalmente parendogli la sua patria poco
sensibile al merito, e non offerendogli ima di
quelle carriere , in cui l'occasione ed il genio
incorona l'eroe, ottenne una bandiera in un
regimento tedesco e partì per Vienna. Il vec-
chio Carolich respirò ma per poco. Borso non
parve vestir la divisa che per verificare i pro-
nostici del brigadiere, ei la portò per sei mesi.
Da prima si contenne alcun poco. La sua gio-
ventù inoltre, e'l tirocinio nella professione
dell' armi gli servì di difesa. Ma prestasi fece
sì nolo come insopportabile a tutto il popol
militare. In sì breve tempo fu tre volte sfi-
dato a duello. Il primo fu prevenuto da un
arreslo ; il secondo , intimatogli con tutti i ri-
guardi della secretezza 7 lo pubblicò egli per farlo
abortire e vi riuscì; col terzo questori piego non
valse. 11 suo colonello stanco di un giovine a
quel che appariva, vile imprudente sfacciato,
amò un' occasione di disfarsene, e lasciò cor-
l8 NOVELLE.
rere. Giunta Torà per bai tersi , il suo nemico
fu ad attenderlo al luogo della cornuti con-
venzione, ma e' non vi andò. Dopo un tal fatlo
la sua compagnia rifiutò di seguirlo, e l'uffiz-
zìalità di trattarlo : però ebbe il congedo, e
tornò a Modena.
Questa città fu in un momento ripiena delle
sue prodezze germaniche. Le sparse egli stesso
in tutte le conversazioni. Nell'invenzione spic-
cava il maraviglioso . per tutto negletto il ve-
risimile con militare disprezzo. Tutta la gloria
modenese fu ecclissata da una storia di sei mesi,
ma questa storia fu confutata in meno di due.
Le lettere di Vienna servirono a formarne una
vera , e l'eroe dell' opera fu ridotto a rappre-
sentare in commedia. Passò qualche anno cosi,
in fine se ne stancò. Non potè più tollerare la
fraude fatta a' suoi gran talenti da un ozio
inutile. Vi si aggiungevano ancora le angustie
della famiglia , che morto essendo il vecchio
barone, gli si facevano sentire un poco più
bruscamente, che non s'era credulo. Però ado-
perossi per aver posto fra le truppe di un dei
sovrani d' Italia : questa carriera non avrà
grandi speranze, diceva, ma nemmen gran
pericoli.
Quindi lasciata Modena e recatosi a corte,
ottenne d'essere presentato, e di lare al prin-
PADOVANI. ]9
cioè 1' oblazione dei suoi servigi. Egli credeva
che le sue vere avventure tedesche ivi fussero
nel più grande incognito, e le sue qualità all'
in contrario potesser rendere la più brillante
testimonianza al suo merito: ma era al rovescio.
Il principe volse essere informato e lo fu. AH' in-
tendere che il valore l'intrepidezza dell'uomo
era tutta di parole e di volto , e che la sua
vocazione per l'armi non avea stimwlo miglior
della fame , risolvette di rifiutarlo. Non di
meno Borso ottenne di presentarsi.
La modestia è quella delle virtù che non
pure dà luce all' altre, ma sparge di un om-
bra felice le qualità sinistre che per mala
sorte si hanno. Borso non godè di questo van-
taggio. Ammesso alla presenza sovrana animò
il suo spirilo a fare lo sfoggio più grande di
quanto egli era, e poteva esser capace. Le sue
stolidezze furon tali e tante che il principe non
potè a meno di non sorriderne tratto tratto.
Borso che prese quest'atto per una espressione
della compiacenza che rendesi alla virtù ,
oh allora sì che brillò. Anzi per non perdere
un momento di tanto vantaggio si fece inten-
dere che non era venuto che precisamente per
ottener 1' onor di servire. Sapete far 1' eser-
cizio , gli chiese il principe ? oh rispose in
aria di mezzo compatimento , non se ne parla.
20 NOVELLE.
Voglio vedervi ; pigliate la vostra spada : ella vi
servirà di fucile ed io vi commanderò. L'eser-
cizio cominciò. Dopo varj movimenti gli fu
data la marcia , egli marciò. Per sorte si ri-
trovava colla porta a fronte. Per quanto abbre-
viasse i passi, vi giunse in breve. Attendeva
un richiamo, ma non venne. Egli dunque
passò. Uscito , chiudete, disse il principe ad un
ciambellano. Egli intanto marciava. Traversò
tutte le sale in faccia a un popolo di nobiltà e
cortigiani che gli si schiera ron sul passo per
goder lo spettacolo , e farlo maggiore : cesi
giunse alla grande scala. Ivi poiché intese non
v'esser ritorno, rimessasi la spada al fianco
marciò fino a casa e di là fino a Modena ,
dove V avventura gli parve sì bella , eh' egli
stesso la raccontò.
SOAVE.
NOVELLA VII.
Alimele o la Felicità.
Non ci ha uomo, il qual non ami d' esser
felice, e che molt' opera non impieghi, e molto
studio per divenirlo; e non ci ha quasi pur uo-
mo, il qual non si lagni di non potere mai
SOAVE. 2 1
giugnere a quella felicità , che con tanta fatica
e tanto affanno va ricercando. Ma donde av-
viene egli mai, che fra tanti , che di continuo
e sì premurosamente ne vanno in traccia, nin-
no o quasi niuno mai possa giugnere a rinve-
nirla ? Sarebbe mai che il più degli uomini
dietro a false guide si disviassero dal cammin
retto che a lei couduce/e colà appunto 1' andas-
sero ricercando, ov'è più difficile il ritrovarla?
Io ne dubito fortemente, e la seguente novella,
benché favolosa, pur come spesso di grandi ve-
rità sotto al velo delle favole si nascondono ,
molto mi inchina a confermarmi in siffatta opi-
nione.
Un Pastore d'Arabia per nome Alimek, men-
tre stavasi un giorno oziosamente guardando la
sua greggia, e vagando dall' uno all' altro pas-
colo, vide sotto ad un monte una grotta coper-
ta all' intorno di piante e di cespugli, e sentissi
curiosità di entrarvi. Era questa sul primo in-
gresso tutta orrida e tenebrosa, ma si vedeva sul
fondo illuminata da un raggio di luce, che scen-
deva dall' alto. Avanzatosi a quella volta, trovò
da un canto della caverna una borsa , un anel-
lo , ed un vecchio papiro. Stese egli tosto alla
borsa avidamente la mano , ma affatto vuota
sentendola : Deh ! mal ti sia^disse, che altro non
hai saputo fuorché lusingarmi senza profitto.
2 2 NOVELLE.
Almeno qualche moneta v'avesse dentro ,
ma neppuruna. Or vanne pure, e ti resta in
tua malora ove finora sei stata : e così dicendo,
geltolla sdegnosamente per terra.
Al battere ch'ella fé' sovra un sasso, Alimek
udì un suono, che parve d'oro. Attonito la rac-
coglie di nuovo e la trova piena. Cielo! che è
questo mai? per Macone! qui v' ha un' incan-
to. Ma checché sia , di quest' oro io mi godrò a
buon conto. Ciò detto piglia l'anello e il papiro,
e s'incammina velocemente fuor delia grot-
ta. All' uscirne : addio, selve , diss' egli, finché
bo quest' oro, io vo' trastullarmi : Ah! s' io fossi
alla Mecca Non ebbe campo a finire, che
già alla Mecca si ritrovò in quel momento.
Stordito più che mai e confuso , apre con man
tremante il papiro , e vi legge : la borsa sarà
piena d'oro qualor tu vorrai; coli' anello sarai
tostamente dovunque ti sarà in grado.
Lieto di tale avviso, la curiosità di veder nuo-
ve terre fu la prima che Alimek sentì nascersi
in cuore , e che cercò subito di appagare. La
facilità di trasportarsi da un luogo all' altro
fece che in poco tempo ei potè correre una
gran parte del mondo. Trovò a principio di-
letto grandissimo ad osservare la varietà de'pae-
si , la differenza dei climi , i prodotti diversi
della natura, i diversi sforzi dell 1 arte, la di-
SOAVE. 25
versiti dei costumi e degli usi delle varie na-
zioni. Ma dopo alcun tempo questo diletto in-
cominciò a scemarsi : più inoltra vasi, e più ve-
deva chela varietà . onde era slato allettato in
sulle prime, andavasi diminuendo; che l'arte e
la natura a un dipresso offerivano dappertutto
gli stessi oggetti -, che gli usi e i costumi degli
nomini; lutti prodotti dalle medesime passioni,
non si distinguevano che per picciole differen-
ze. Cessando il solletico delle novità , cessò pur
anche la curiosità interamente , e sazio di viag-
giare egli pensò a riposarsi. \
Scelse a tal fine la città di Constantinopoli ,
ove gli parve di poter meglio godere di que' pia-
ceri,che le sue ricchezze agevolmente potevano
procurargli, e dove il concorso di tante genti
diverse potea servire a rinnovargli la memoria
di ciò che nei suoi viaggi avea in diversi luoghi
osservalo. Si diede ei quivi pertanto a gustare
d'ogni maniera di divertimento , a soddisfare
ogni specie di capriccio, a nuotare nelle deli-
zie e nei sollazzi. Ma non trascorse gran tem-
po, che anche di questi si trovò stanco. A forza
d uso le voluttà più squisite,, gli diventarono
insipide : più studiavasi di variare, e più incon-
trava dappertutto la sazietà \ l'animo disoccu-
pato era oppresso da una noja insoffribile , e
-'
NOVELLE.
questa, dovunque andava , il veniva dapperlut-
to accompagnando. Una malattia, che gh so-
pravvenne, e che era effetto de' suo, disord^
Lìdi convincerlo che la felicità non e posta m
una vita molle, effeminala, voluttuosa ; e de-
terminossi di ricercarla nell' occupazione e
negl'impieghi.
La vastità delle sue ricchezze gli procuro fa-
cilmente de' protettori e degli amici; le cogni-
zioni,^ avea acquistate ne' suoi v,aggi,ilfecero
agevolmente riputare abilissimo àgli affari più
grandi. Ei sali presto di grado in grado alle ca-
riche pin suolimi -, finché pur giunse alla mas-
sima di gran visir. Qui gli affaci incominciaro-
no ad assediarlo da ogni parte : ora gh ordini
del sovrano, ora i ricorsi dei sudditi non gh
asciavano un momento di libertà ed! r.poso.
I capricci dell' effeminato monarca , 1 inquietu-
dine delle donne del serraglio, le cospirazioni
e l e cabale degl' invidiosi e degli emoh pur lo
tenevano continuamente in agitazione e m ti-
more. Ei cominciò a sentire per pruova , che e
dignità e gli onori non ad altro riescono final-
tf r niente che ad un' illustre schiavitù. Sazio d.
¥■ r*~ questi ancora , pensava già a ritirarsi, quando
4ÙZ «^arrivata la nuova a Costantinopoli, che la
Persia disponevasi a mover guerra, mcancato d.
/faterà
SOAVE. ' 2$
affrettarsi con forte esercito a frenare l'orgoglio
dei nemici, si sentì pungere dal desiderio della
gloria , e v' accorse.
Le prime due battaglie riuscirongh* felicissi-
me ; sbaragliati i nemici , gli obbligò a ritirarsi
interamente dal Turchestan , che già avevano
occupato. Ei fu ricolmo d'elogi e d'onori; il
nome di Alimek risonava d'applausi per tutto
l'impero*, il granSultanogiàpreparavasia rice-
verlo nella capitale colla magnifica pompa del
più superbo trionfo : quando avanzatosi con
troppo ardore nel paese nemico, ei cadde im-
prudentemente in un' agguato non preveduto,
e non potè liberarsene se non con perdita con-
siderabile dell' esercito. La scena cangiò allora
'ad un tratto*, gli elogi mutaronsi in esecrazioni 5
in luogo del preparato trionfo ei si vide pre-
sentare nel cordon d'oro la morte.
Fortunatamente l'anello il trasse fuori di pe-
ricolo : egli scomparve : e dopo avere trascorse
varie parti dell' Indie, seco portando sempre
il disgusto e la inquietudine, si fermò da ultimo
nella città di Golconda.
Signoreggiava quivi una principessa di tal
bellezza, che riputavasi la meraviglia dell' Asia.
Alimek al primo vederla ne fu colpito, esi sentì
acceso di un' ardore vivissimo. Cercò subito di
essere introdotto alla corte , e agevolmente
2
26 \ NOVELLE.
l'ottenne. La magnificenza , con cui presentos-
si, l'avvenenza, ond' ei pure si distìngueva, le
sue maniere nobili e leggiadre, i suoi discorsi
eleganti vivi e variati , le notizie eh' ei produ-
ceva de' molti paesi , che aveva trascorsi , aN
trassero l'attenzione di Selima , che tal noraa-
vasi la Principessa , e gradita trovar le fecero la
compagnia di Alimek. Egli fu invitato a tratte-
nersi per qualche tempo in Golconda, invito
che ben accettò di buon grado; furono a suo
riguardo apprestale feste, caccie , divertimenti :
egli dal canto suo negli abiti , nelle gioje , nel
ricco corteggio andava ognora manifestando
vie più la sua ricchezza e il suo gusto. Selima
gli accordò poco a poco la sua intima confi-
denza; parve eziandio infiammarsi per lui d'a-
more, giunse pur quasi a fargli sperare la sua
mano; ebbro insomma di contentezza , Alimek
già credevasi pervenuto a quella felicità 9 che
andava da tanto tempo cercando : quando l'in-
vidia de' cortigiani , che troppo mal sofferiva-
no di dover servire ad uno straniero , seppe
ordire contro di lui una sì nera calunnia , e
con tutti i colori della verità e deli' evidenza
agli occhi della regina sì ben dipingerla, che ella
decretò immantinente che si mettesse a morte,
e al valore del suo anello fu a lui mestieri di ri->
correre nuovamente per liberarsi.
SOAVE. 27
Di là partito colP animo pien di rammarico
e di dispetto, che svanite fossero in un punto
le sue speranze, e riuscita al nulla tutta quella
felicità , che sognava d'aver trovata alla fine,
ricercò varie altre parti delP Asia senza sapere
ove mai arrestarsi • inquieto sempre e sconfor-
talo e scontento di se medesimo, determinò fi-
nalmente d'incamminarsi verso alla Cina. Qui
mentre solo e occupato de' suoi tristi pensieri
aggira vasi un dì fra romite campagne, udì da
un lato il rimbombo di lieti suoni e di canti e
di grida festose, e mosso a curiosità di vedere
che fosse, colà si volse donde partivano. Giun-
to ad una casa campestre, ei vide una turba di
contadini e di contadinelle, che qual sonando
e qual cantando, e molti insieme intrecciando
festivi balli , tutti allegramente si sollazzavano.
Maravigliato al mirare la gioja, che si pura e
sincera su d'ogni volto manifesta vasi, ei si ac-
costò ad un vecchio di veneranda canizie , che
nell' ilare aspetto mostrando tuttora la giocon-
dità e il vigore d'un corpo e d'un' animo nulla
abbattuto dagli anni , le loro feste si stava con
giubbilo riguardando ; e a lui richiese qual la
cagione si fosse di quello straordinario tripu-
dio. E' non è punto straordinario per noi disse
il vecchio : ne' dì consecrati al riposo, dopo
prestato il debito culto agli Dei, coninnocen-
2.
28 NOVELLE.
te sollazzo così si passano lietamente fra noi
le ore che uè rimangono. Voi compensate ben
dolcemente,, disse Alimek, il peso delle fatiche
e de' travagli che vi convien sostenere, e della
vita infelice che siete astretti a menare negli
altri giorni. Il vecchio a lui sorridendo , io ho
già scorsi, rispose, oltre a settanta anni in que-
sta vita medesima, e ne ringrazio sommamente
gli Dei; né saprei dirvi d'averla trovata mai in-
felice. So che a voi grandi non sembra potersi
avere felicità, ove grand' oro e grand' argento,
e ricche e preziose gemme non si veggan ri-
splendere : ma a noi contadini, allorché, en-
trando nelle vostre città e ne' vostri palagi ,
udiamo eveggiamo i tumulti e le inquietudini
che vi regnano , le vostre ricchezze destano
ben più sovente compassione che invidia. La
tranquillità non è fatta per voi; l'avarizia,l'am-
bizione, le gare, le dissensioni ve la rapiscono
ad ogni tratto; e ove non è tranquillità, felicità
non ha luogo. Noi siamo di voi men ricchi ;
l'oro e l'argento appena da noi si conoscono :
ma ciò che per mezzo di questi voi comperate,
la nostra greggia e le nostre terre il ci fornisco-
no abbastanza, e noi siamo contenti. Sorpreso
Alimek alle parole del vecchio, e desideroso di
pur sapere, come ei potesse tra la povertà e le
fatiche godere di quella felicità, che in mezzo
SOAVE. 29
agli agi e all' opulenza ei non avea potuto tro-
var ancora, prese deliberazione d'in ter tenersi
alquanto con lui, dilettandosi pur frattanto di
rimirare quelli che coi loro innocenti trastulli
seguivano a sollazzarsi. Ben, disse, è strano
per me, che uomini, siccome voi, astretti a
vivere di continuo tra le fatiche e gli stenti, pos-
san mai dirsi felici. ♦ — 11 lavoro, rispose il vec-
chio , a chi è avvezzo da lungo uso ad un' ozio * f
perpetuo può sembrar forse gravissima pena ;
ma a noi non è che un sollievo. Io non ho mai
passate ore si triste, come quando per indispo-
sizione mi son veduto costretto a cessare da
miei usati esercizj, e a rimanermi senza far
nulla. Il tempo m'andava allora d'una lentezza
insoffribile, e mille anni pareami ogni momen-
to. Allor che io sono occupato a' miei lavori, io
mi trovo al fine della giornata senza pur quasi
avvedermene, né sento mai un' istante il peso
gravissimo della noja, che ho provato sì intol-
lerabile ogni qual volta io sono stato sforzalo
a rimanermi ozioso , e che qualora io entro
nella città, panni vedere sì spesso dipinta sul
volto degli uomini sfaccendati. — Ma il peso
continuo della fatica , disse Alimek, che vi con-
viene soffrire, è ben ancora più grave e più in-
tollerabile. — 11 peso della fatica, rispose il vec-
chio, è grave per uno schiavo , che costretto a
soffrirla suo malgrado forzatamente e senza pò
Mb
t\
30 NOVELLE.
tere pur riposarsi , quando il bisogno lo chie-
de./ Ma tale non è fra noi : ove sia stanco , io
mi riposo tranquillamente quant' è mestieri,
per quindi riprendere il mio lavoro con mag-
gior lena : io non soffro pur mai che altri fa-
tichi oltre al dovere, o alle sue forze. La fatica
allora non è più un peso, ma un piacevole eser-
cizio : ella ci occupa e ci distoglie da ogni tris-
to e nojoso pensiero : il corpo ne acquista più
sanità e robustezza, e va essente dai mali, a cui
gli uomini scioperati sono soggetti così sovente;
il cibo ed il sonno dopo di quella ci son dolcis-
simi,* e nel tempo medesimo ch'ella dura, il
pensiero dei frutti clie hanno a derivarcene,
è per noi un diletto continuo, che voi ricchi e
« "* grandi non conoscete. Ogni solco, eh' io fo nel
mio campo, mi richiama alla mente il lieto
giorno della raccolta , e questo pensiero me ne
fornisce tutto il piacere innanzi tratto. — Ma
il frutto, che da sì lunghe fatiche voi racco-
gliete, disse Alimek, alla fine è ben piccola co-
sa, se a quello si paragoni, che i ricchi godono
senza fatica, né stento alcuno. — Quand' io mi
traggo pienamente la sete, rispose il vecchio, a
questo picciol ruscello,che qui accanto ci scorre
che importa a me che ali ri beasi tutto THoang?
Il mio campo e la greggia mi dan quanto
basta a soddisfare ai miei desiderj e a farmi
contento : che deggio io chieder di più ? La fé-
t/b*
SOAVE. 3l
licita non è posta nell' aver molto, ma nel sa-
pere tranquillamente godere di ciò che ne dà
P industria o la fortuna, e sapere appagarsene?
Voi, che nuotate nel!' abbondanza, voi siete re-
almente di me più poveri , perchè sempre più
lungi si stendonole vostre brame. Pochi bisogni
impone a noi la natura ; e questi son facili a
soddisfare. Mille altri, eh' io non conosco o
non curo, a voi ne forma continuamente il ca-
priccio , e il non poter appagarli vi è poi ca-
gione perpetua di amarezze e d'inquietudini.
Tre cose ( e voi potete ben prestar fede a un
vecchio, a cui è stata maestra una lunga espe-
rienza , e che nel corso dei giorni suoi ha ve-
duto sovente non meno il moto e il bisbiglio
delle città, che la quiete e il silenzio delle cam-
pagne ) , tre cose alla felicità si richieggono e
non più ; ma queste son tutte e tre indispensa-,
bili, io voglio dire tranquillità, occupazione,
e contentezza. Sappiate l'animo serbar tran-
quillo, tenendo lungi le nimistà, le discordie,
frenando le passioni inquiete, vincendo o sop-
portando con fermezza i mali indispensa-
bili all' umana condizione, sappiate fuggir
la noja col fuggir l'ozio , colf utilmente
occuparvi; sappiate goder saggiamente dei be-
ni o pocbi o molti che il ciel vi comparte 3 e
contentarvene : e voi sarete felice. I
oA
f
**«i*
r.
32 NOVELLE.
Stupì Alimek al trovar tanto senno in un
uomo di villa; e l'ultima parte del suo ragio-
^namento gli si stampò più di tutto profonda-
mente nelP animo. Preso da lui commiato ,
andò fra se ripetendo ciò che aveva da lui
udito; e più in suo cuore vi ripensava, più
Vere pareangli le sue sentenze.Clie veramente,
dicea fra se medesimo, quella felicità, ch'io
son ito finora cercando con tanto studio^ al-
herghi fra le campagne ov'io son nato : e ch'io
da lor partendo non abbia fatto, che andar
pur sempre da lei più lontano? Ah! ben fu-
nesto allora si avrebbe a dire il segreto ch'io
ho trovato là nella grotta, e di cui tenevami sì
to! ma se pur ben vi ripenso, che
pósscTio dirne altrimenti?] Qual prò finora da
tal segreto mi ho io raccolto? Stanco e an-
nojato da infiniti viaggi, da cui altro non ho
appreso fuorché la trista cognizione della mal-
vagità degli uomini dappertutto uniforme e
delle lorostavaganze pazzamente variate; nau-
seato da insulsi piaceri, che mai un istante di
vera soddisfazione non mi han prodotto, e mi
hanno in vece condotto al margine della
tomba; oppresso per una vana ambizione da
un tumulto di brighe, d'inquietudini , di dis-
gusti, che ho veduti pur finalmente ricom-
pensati con un capestro,* iniquamente tradito
SOAVE. 53
da una donna , che simulava d'amarmi e che
tanto avea lusingalo le mie speranze, io vo
ora aggirandomi senza saper il dove , fatto
oggimai odioso e insopportabile a me stesso.
Quanto era meglio il restarmi nelle native
campagne, e nella mia primiera semplicità!
Il cibo, ch'io là gustava , era meno artifizioso :
ma l'appetito che mai non mancava, quanto
rendevalo saporito! Le vesti erano semplici;
ma quan to%ieglio mi riparavano dalle intem-
perie^elle stagioni, che quelle cui mi ha
prescritte dappoi il capriccio volubile della
moda ! Era povera la mia capanna , ma
quanto dolci in essa io dormiva i lunghi sonni ,
lontano da ogni inquietudine , da ogni mo-
lesto pensiero! La guardia del gregge, o la
coltura del campo mi occupava fra la gior-
nata; ma quanto era da preferire siffatta occu-
pazione all' ozio compagno inseparabile della
noja , che tante voJte mi ha oppresso! Ah ben
ragione ha il venerabile vecchio , che il ciel
mi ha fatto incontrare per tornii d'inganno :
egli è la voce di un Dio propizio, che mi ri-
chiama sul buon sentiero, ond' io ho traviato,
e convien seguitarlo. ~^T* > - ' "
Passata tutta la nolte^fra questi pensieri, ar^^^— *•
primo spuntar dell' alba ei si leva subitamente
e al buon vecchio tornando, il prega a voler
2-..
54 NOVELLE.
consentire che seco viva per l'avvenire, e inco-
minci pur finalmente a gustare con lui di
quella felicità , che cercata per ogni parte fino
a quel tempo l'avea sempre fuggilo. Il vecchio
con un piacevol sorriso : io godo, a lui disse,
che la simplicilà e l'innocenza del viver nostro
assai più felice vi paja, che forse jeri non vi
sembrava : ma questa vita né or sarebbe per
voi, né la felicità alberga solo fra le campagne.
In mezzo ancora al tumulto del4^tf feà in
mezzo ancora all'opulenza voi potete trovarla,
qualor vogliate. Basta che la tranquillità dello
spirito serbar sappiate ognor costante; che
sappiate esser pago dei vostri beni, frenando i
soverchi desideri, insaziabili sempre di lor na-
tura; e lungi dall'ozio e dalla scioperatezza
sappiate in alcuna cosa onestamente e saggia- /
mente occuparvi : altro di più non si chiede
Tutto potrei , ben lo veggio, rispose Alimek,
ma troppa fatica mi costerebbe il cercarmi
per me medesimo una vita per esser felice, che
voi già pronta- mi prensentate. Dall' altro
canto il viver campestre non è si nuovo per
me che io non possa agevolmente accomodar-
mi vi. E qui si fece a narrargli qual fosse Tori-
gin sua, come avesse trovato là nella grotta la
fatai borsa e l'anello, quali vicende gli fossero
poscia intervenute. Indi al buon vecchio e
SOAVE. 35
l'uno e l'altro porgendo : A voi, disse, io ne
fo dono, sol che vi piaccia ch'io più quindin-
nanzi da voi non abbia a partirmi. 11 saggio
vecchio ciò udendo : Poiché vi aggrada , ris-
pose, accetto il vostro dono, ma non per
usarne, che il ciel mi guardi da così tristo
pensiero ; sol per serbarvelo , quando pure
giungesse un tempo , che stanco della fruga-
lità e semplicità della vita agreste amaste di
ripigliarlo. Comunque savio sia il consiglio che
avete preso, ei parmi tuttavia un po' subito e
precipitato, e ad un tardo pentimento potrebbe
un giorno condurvi. Voi farete,, finché v' è a
grado , l'esperimento di ciò che si usa fra noi ,
ove questo vi piaccia, il restare sarà in poter
vostro*, ma quando venga a dispiacervi , io non
vo' che per alcuno vi sia disdetto il riprendere
vostri doni e partirne.
Lietissimo fu Alimeli dell' amorevole acco-
glimento, e della saggia deliberazione del vec-
chio: e deposti incontanente i vani pensieri che
in mille guise fino a quel punto Paveano trava-
gliato, nella tranquillità, nella parsimonia,
nella occupazione incorniciò a sentire quel
piacer puro e quella piena soddisfazione deli'
animo, che dapprima non conosceva. Tras-
corso alcun tempo, lungi dal pentirsi della
presa risoluzione , trovandosi anzi di lei più
56 KOVELLE.
pagoognigiorno,pensòa coronare interamente
la sua felicità, e fissarla per modo, che più non
avesse a fuggirgli. Avea il buon vecchio una fi-
glia in cui la bellezza eil candor dei costumi si da-
vano scambievolmente risallo , e gareggiavano
inconcertoa renderla più amabile e più adorna.
Alimek , quando parvegli di aver dato
siffatto saggio di sé medesimo, che il padre
dubitar non dovesse di accordargliela in is-
posa, a lui ne fece instantemente P inchiesta :
ma troppo questi per lungo uso conoscendo
l' incostanza dell' uman cuore, e troppo ancor
diffidando della fermezza di Alimek , volle che
assai più a lungo continuasse V incominciato
esperimento.
Alla fine sì certe pruove in lui vide di un
animo pienamente contento del nuovo stato
che aveva assunto, e interamente lontano dall'
aver più pensiero di dipartirsene , che differir
più non volle ad appagarci suoi voti: e Alimek
giunto pur finalmente a quel colmo di felicità ,
chele ricchezze, i piaceri, gli onori non avean
saputo mai procacciargli , volle che la borsa e
l'anello fossero sepolti in parte, ove non più
trovati da verun altro, più non potessero,
siccome a lui, destare il funesto pensiero di
rendersi infelice col ricercare la felicità ove
meno può ritrovarsi.
SOAVE. 57
NOVELLA Vili.
Sydney e Palty.
i
Sidney Bidulph d'illustre e ricca famiglia
dell' Inghilterra per ubbidire alla madre il
partito di lord Falkland, signore ricchissimo,
da cui era adorata, e eh' ella amava; e unitasi
in invece a Mr. Arnold, che dopo averla trat-
tala nella maniera più barbara, e aver perduti
parte perla sua scostumatezza, e parte per una
lite sciagurata quasi tulli i suoi beni, morendo
infelicemente la lasciò vedova con due figlie;
ebbe poscia il dolore di perdere anche la ma-
dre, ch'era il suo solo sostegno; e interamente
abbandonata da un ricco fratello, insultata
iniquamente da una cognata orgogliosa ed
avara, costretta si vide a ricovrarsi entro una
povera casa in due piccole camerette ad ultimo
piano , ed ivi passare oscuramente i suoi giorni
quasi nelF ultima mendicità. Per colmo di
disavventura le due piccole figlie, che amava
teneramente, furono quivi sorprese da un va-
juolo di maligna natura, che dopo aver tenuta
1' afflitta madre in un' angustia acerbissima
per più giorni , prese finalmente un aspetto
migliore , ma la costrinse frattanto a consu-
mare in soccorrerle tulio quel poco , che
38 NOVELLE.
ancora le rimaneva. Più d' un mese le conve-
niva per anco aspettare innanzi di riscuotere
quella tenue pensione, frutto di un avanzo
della sua dote, che per la crudeltà del fratello
era divenuta la sua unica sussistenza. Le figlie
intanto incominciavano a risanarsi; ma la de-
bolezza in cui erano, esigeva un nutrimento
migliore, ed ella più non poteva oggimai pro-
curarne loro di alcuna sorta. A questi estremi
la misera non trovò altro partito, che di spo-
gliarsi interamente dei pochi abbigliamenti ,
che le restavano e convertirli in denaro.
Commise pertanto a Palty sua fedel came-
riera , che dopo averla accompagnata cos-
tantemente in tutte le sue felici e sciagurate
vicende, non volle pure negli ultimi mali da
lei staccarsi , di trovare a quelli per qualche
modo lo spaccio, onde poter provvedere a se
medesima e alle sue figlie. La giovane affec-
tuosa guardandola con aria di compassione ben
mostrava quanta pena nell' animo ne risen-
tisse. Voi non siete , le disse con voce dubbia e
smarrita, non siete per anche, madama a sì
dure estremità. — Io lo sono •, Patty;quel
ch'io aveva, e ben sai se era scarso, è già del
tutto consunto. Dall'altra parte io non ho più
mestieri di questi vani ornamenti, e patir non
posso di vedere le mie povere figlie mancar di
soave. 5g
quello che loro è necessario a pienamente
ristabilirsi. — Non ne mancheranno pure ,
madama , sol che vogliate permettermi di
provvedervi. — Io conosco , mia cara Patty, il
tuo buon e u ore 5 ma come puoi iu essere in
grado di .sovvenirle! — Voi sapete che io ho
qualche destrezza ai donneschi lavori. La nos-
tra albergalrice in sì fatte opere è sempre
molto affaccendata; io le ho offerto i miei ser-
vigi , e di un lavoro che le ho fatto in questi
ultimi giorni ho già avuto trenta scellini. —
Come! trenta scellini ! s'io non ti ho quasi ve-
duta mai occupata in altro che a meco dividere
l'assistenza alle mie figlie ! — Io suppliva nella
notte a quello che non poteva fra il giorno, e
l'assiduità mi ha fatto compiere assai più che io
medesima non isperava dapprima. Or se vi
aggrada, madama, io seguirò a far lo stesso,
e il mio lavoro potrà bastare, io spero, senza
che abbiate a spogliarvi pur di quel poco che
avete ancora.
Sidney piangendo di tenerezza e di gratitu-
dine : mia cara Patty, le mie lagrime , disse ,
abbastanza ti danno a conoscere quanto io sia
sensibile alla bontà del tuo cuore ; ma a Dio
non piaccia ch'io voglia ritenere il fruito della
tua industria e delle tue fatiche Quello che tu
puoi guadagnarti,, debb' esser tuo 5 mai io non
40 NOVELLE.
soffrirò che tu abbia a spenderlo per mio
riguardo.
L'amorosa giovane fra la confusione e la
pena : io vi prego, disse, a perdonarmi, .se
ho forse ardito soverchiamente, ma io ho già
impiegata a questo fine una parte del denaro
che ho riscosso. Io ho creduto che le vostre
bambine adesso convalescenti avesser uopo di
qualche ristoro per rinforzarsi; e voi stessa,
madama , dopo le fatiche e le inquietudini 3 che
la loro malattia vi ha cagionate, parmi che
avreste pur bisogno di un tal soccorso; io ho
dunque comprato alcune bagattelle, che a ciò
ho creduto più convenevoli : deh non abbiatelo
in mala parte.
Ah mia cara Patty , rispose Sidney, strin-
gendole amorosamente la mano, e fortemente
piangendo, io non posso già certo averlo a mal-
grado, io ne sono anzi penetrata profonda-
mente : accetto il tuo dono, ma sia l'ultimo;
io ne sarei troppo altamente commossa. Or
che le figlie mi lasciano tempo, mi applicherò
io slessa al lavoro , anziché spogliarmi di cosa
alcuna, giacché pur veggo che ciò ti dà gran
pena.
Fu lieta oltremodo la giovane, chela sua
rispettabil padrona non isdegnasseilsuo picco]
presente : e Sidney nelle estreme angustie per
SOAVE. 4l
questa guisa da una povera fanle si vide offerto
spontaneamente quel sussidio, che da un ricco
fratello iniquamente venivate ricusato.
Ma né questi andò impunito della sua bar-
barie, né alla bontà ed amorevolezza di quella
mancò la debita ricompensa. Inqual maniera
ciò avvenisse, nella seguente Novella sarà ma-
nifestato.
NOVELLA IX.
L'iniqua fortuna non era sazia ancora di
tormentare la paziente Sidney. Appena le figlie
incominciarono a rinvigorirsi , ella medesima
fu assalita da una crudel malattia, prodotta
dalle afflizioni che avea sofferte, e dai disagi a
cui l'infermità delle figlie l' avea costretta;
malattia , che facendosi di giorno in giorno più
grave, la mise in pericolo della vita e la tenne
per lunga pezza inchiodata in un letto.^ In
questo tempo ella si vide obbligata pur suo
malgrado a dover usar dei soccorsi della fedele
Patly , che troppo avventurala si riputava
di poter sì bene impiegarli. Alla fine il male
pur cominciò a rallentarsi , ed ella ebbe frat-
tanto eziandio un trimestre della sua tenue
pensione, di cui volle tosto, che una parte si
occupasse a rimborsare Patty di quello che
avea speso per lei, serbando al mantenimento
di se e di sua famiglia il restante.
i
42 NOVELLE.
Non era anche del tutlo ristabilita , quando
un vecchio poveramente vestito alla casa di lei
presentandosi , domandò di parlarle. Fattolo
introdurre ed accoltolo cortesemente, ella chie-
segli qual cagione colà il guidasse. 11 vecchio
attentamente guardandola incominciò a sospi-
rare, e poscia in aria timida, e sommessa : vi
sovverrebbe, disse egli, mai di aver avuto un
parente, nominato Warner, che passò all' In-
die orientali, or sono circa a trent' anni? — Me
ne sovviene , risposegli dolcemente Sidney.
— Ah voi mirate ora quest' infelice , soggiunse
il vecchio. Io aveva fatto colà qualche tenue
fortuna ; il desiderio di rivedere la patria mi
trasse a caricare sopra una nave tutti i miei be-
ni, e a partire per l'Inghilterra. Noi fummo
assaliti presso alla Brettagna da un armatore
francese, che superiore di forze dopo un fiero
combattimento ci vinse, e ci spogliò di ogni
cosa. Rilasciato nel porlo di Brest, io mi sono
strascinato alla meglio perfino a Londra. Qui
giunto jer 1' altro, ho chiesto subito di lord Bi-
dulph vostro padre, e mio zio, perocché ben
sapete che mia madre gli era sorella. Uden-
do eh' ei più non vivea, ho cercato di presen-
tarmi a Milord vostro fratello, ma ei mi ha ri-
cevuto con isdegno, e rimandato senza soccor-
so. Or veniva per supplicarne ahnen voi: ma
dalle angustie in cui vi miro, ben m' avveggo
SOAVE. 43
eh' io non debbo sperarne : più non mi resta ,
che soffrire in pace la mia sciagura e morire.
Sidney più volle avea udito parlare di
M. Warner, e attentamente osservandolo ben
riconobbe in esso i lineamenti della madre, di
cui presenle all' animo avea tuttora il ritratto.
All' intendere la sciagura di lui, ella ne fu vi-
vamente commossa. Mio cugino, gli disse, Id-
dio sa quanto mi duole di non poter sovvenire
alla vostra disgrazia, com' io vorrei, ma avrò
mai almeno il piacere di soccorrervi come pos-
so : noi divideremo insieme la mensa frugale,
che a me serve e alle mie figlie : la nostra al-
bergatile ha pur una camera, che io farò ce-
dermi , ed ella sarà per voi. Se questo danaro
frattanto può bastare alle spese, che avrete do-
vuto fare in questi giorni, io ve l'offro; se di
più vi bisogna , non avete che ad avvisarmene;
il cielo è pietoso, e provvedere a tutti insieme
per qualche modo. In così dire gli porse cinque
scellini.
Il vecchio nell' alto di stender la mano pro-
ruppe in un dolce pianto di tenerezza e in una
viva esclamazione. Ah il cielo disse, il cielo ben
dee provvedere a tanta virtù, e troppo felice io
sono, che voglia valersi del mezzo mio per com-
pensarla. Mia cara cugina ! io accetto il .vostro
presente , il terrò per eterna memoria del vo-
stro cuor generoso; ma questa carta incornili-
44 NOVELLE.
ciate voi pur ad accettare in ricambio; e così
dicendo le offerse un biglietto di banco di due
mila lire sterline. Sidney al vederlo rimase
attonita _, e quasi sognasse, più non sapea né
dove fosse, né che si dire. Warner la mano
stringendole affettuosamente : mia cara cugina,
ripigliò, perdonate alla sorpresa che io ho vo-
luto farvi : io non sono sì povero qual mi son
finto ; sotto questi cenci voi mirate un dei più
ricchi uomini dell'Inghilterra. Partilo per l'In-
die con tutta l'eredità di mio padre, io mi son
dato quivi al commercio, e il cielo 1' ha pros-
perato di modo, che vi ho guadagnato somme
immense. Rimasto colà senza moglie già da sei
anni, e perduto ultimamente pur 1' unico fi-
glio che aveva , io mi sono deliberalo di ritor-
nare alla patria, e fra voi e vostro fratello divi-
dere le mie sostanze. Io ho voluto però innanzi
discoprir l'animo de' miei eredi, e travestilo
qual mi vedete ho cominciato a presentarmi a
lord Bidulph io non oso più onorarlo col no-
me di vostro fratello ; ei non merita più questo
s titolo. Con qual orgoglio il crudele, e con qual
barbarie mi ha discacciato! Ben prevedendo,
die qualora in un arnese si povero io mi fossi
all' anticamera dichiarato col mio nome, io
non sarei stato ammesso, mi feci annunziar so-
lamente come uno, eh' era giunto recentemen-
te dall' Indie, e avea a parlargli a nome di
SOAVE. 45
M. Warner. Per questo mezzo fui introdotto.
Egli era sdrajato su di un sofà , e avea accanto
Miladi sua moglie, che stava per ozio trastul-
landosi con un cagnolino. A.I mio entrare inco-
minciarono essi a misurarmi da capo a piedi,
e a sogghignare fra loro. Io chinandomi osse-
quiosamente: avreste per mia ventura, dissi a
milord, qualche rimembranza dell' infelice che
osa di presentar visi ? — Io no certamente, ris-
pose egli con un viso amaro sprezzante. Io non
so d' avervi mai veduto. — Voi avete dunque
soggiuns' io, dimeni icato interamente il misero
vostro cugino Odoardo Warner. A questo nome
egli guardò miladi con atto fra la sorpresa, e lo
scherno ; mi fissò gli occhi addosso nuovamen-
te, mi venne tutto considerando; poi finalmen-
te : io so bene, rispose di aver avuto un parente
di questo nome ; ma è si gran tempo eh' egli è
partito di.qui, eh' io certo più non saprei rico-
noscerlo. — Io ben appieno vi riconosco, gli
replicai : voi avevate già dodici anni quando io
partii : quante volte io vi ho tenuto fra le mie
braccia ! da quel tempo io debb' essere ben can-
giato; le fatiche, il clima, 1' elàdebbono ave-
re alterati i miei lineamenti : pur qualche tratto
ne dovrebbe essere ancor rimasto; il tuon della
voce — Or bene non giova, diss' egli impa-
ziente, il disputarsi a lungo sull' identità della
46 NOVELLE,
vostra persona ; che avete voi ora a comandar-
mi? A.h il povero , rispos'io , ubbidisce e non
comanda. Quindi mi feci ad esporgli la mia
supposta disavventura a un di presso nei ter-
mini, die ho usati con voij Miladi guardando-
mi alcuna volta con aria d'insulto, seguiva a
trastullarsi col suo cane, milord agitavasi in-
quieto, e allor che giunsi allo spoglio che di
noi fece l'armatore francese non volle più altro
udire. Levandosi con dispetto, si mosse come
per uscire di camera, quindi volgendosi incol-
lerito : ve' bel garzone! diss' egli che s'introdu-
ce in mia casa sotto pretesto di avere a darmi
novella di un mio parente, e poi si scopre per
questo parente medesimo, che viene a chieder-
mi la limosina. «Bella sorpresa per fede mia! io
C/j^ /a vi chieggo perdono, risposi , se io non mi sono
a dirittura annunziato per quel eh' era : con
questo arnese ho creduto che non convenisse
di farmi conoscere ai vostri domestici. — Or
bene qualunque sia, replicò dispettoso, io non
posso nulla per voi : che pretendereste voi che
facessi ? — lo non ho pensiero, gli dissi, di es-
servi a carico. Io sono stato allevato nel com-
mercio, ho buon carattere, ho esperienza di
ciò che appartiene alla mercatura : conto di
pormi al servizio di qualche negoziante, da cui
' spero di essere accettato ; ma intanto io muojo
SOAVE. 4j
di fame : qualche piccol soccorso per qualche
giorno è quel solo che vi domando. Ei pose la
mano in tasca per trarne qualche moneta. Mi-
ladi vedendolo : e che volete voi, disse, pigliarvi
pensiero di tutti questi cenciosi; datene a uno,
ne verrà n cento ; e la porta sarà sempre asse-
diata da siffatti importuni : dite che torni alle
sue Indie , o vada allrove a provvedersi. — Voi
ben potete immaginare, mia cara cugina, qual
bile mi mosse un discorso cosi insultante ed
inumano ; pur feci forza a me medesimo , e mi
contenni^, Sperava di vedere in vostro fratello,
che ben m' avea riconosciuto , una minor cru-
deltà ; ma ei pure pentito della disposizione,
in cui sembrava di essere per darmi qualche
sussidio : egli è vero, disse, io mi lasciava vin-
cere da una pietà importuna; andate, qui non
v'ha nulla per voi; e in ciò voltandomi brus- i
camente le spalle , mi obbligò a partire.jlo fre- ^*HUajl
mea di sdegno , ma pure volli dissimulare, as-
pettando miglior tempo a farli pentire amen-
due. Chiesi tosto conto di voi, e qui entrando
io confesso, che l'ira più fieramente mi si rac-
cese^ Coni' è egli possibile che un signore al-
loggiato superbamente in un sontuoso pa-
lazzo lasci così languite una sorella, come voi
siete , imprigionata in un vile abituro , sic-
com' è questo eh' io veggo J Non avrebb' egli a
vergognarsene per se medesimo!
/
48 NOVELLE. /
Mio fratello, rispose Sidney , avrebbe voluto
vedermi unita ad un suo amico, a cui pure
m' avea promessa : mia madre s'oppose ; io cre-
detti di doverla ubbidire •, da quel tempo ei
cominciò a scemar quell'amore che mi portava
dapprima. Il marito, che per consiglio di mia
madre io scelsi in appresso _, era da lui mal ve-
duto , e non gli parve pure conveniente al suo
grado. Indispettito via più ei non volle mai più
mirarmi. Mio marito fu sciagurato ; un' ingius-
ta sentenza gli tolse tutto; e poco dopo morì.
Questo però non valse a riconciliarmi il fratel-
lo ; ei dice eh' io ho meritata la mia disgrazia ,
eh' io i' ho voluta, eh' io deggìo soffrirla, e
ostinato ad essa mi abbandona. Anima vile e
spieiata ! esclamò Warner : più non mi fa ma-
raviglia eli egli abbia scacciato sì villanamente
un cugino; quand' egli giunge a trattare una
sorella rispettabile qual siete voi , in un modo
sì barbaro. Ma egli pagherà il fio della sua inu-
manità : io voglio che senta tutto il prezzo di
ciò, che questa gli ha fatto perdere ; voJ eh' ei si
j roda e si strugga d' invidia e di dispetto J^ntte
le mie ricnezze nn d ora sono per voi , e a pat-
to , che a lui non debba toccarne mai pur la
minima parte. Sidney, che comunque trattata
iniquamente, pur non avea mai cessato di nu-
trire per lui quella tenerezza , che la virtù sa
ispirare ad un' anima superiore, cercò di rimo-
J*L.
SOAVE. 5l
stravaganza. Fatto in mezzo alla piazza pian-
tare un palo, e sopra postovi un cappello,
ordinò sotto pena di morte, che chiunque colà
passasse, dovesse innanzi ad esso chinarsi e così ^fc
riverirlo come se fosse la sua persona medesima.
Era in que' contorni un' uomo di ruvide ma
schiette e franche maniere, chiamalo Gu-
glielmo Teli. Venuto questi per suoi affari
in Altorff, capitò sulla piazza , osservò il palo;
il cappello che era vi soprapposto, il tenne un
momento fra il riso e lo stupore; ma-non sa-
pendo quel che si fosse, e poco curioso d' in-
formarsene, trascuratamente e ridendo vi passò
innanzi. L'irreverenza commessa al palo , e
V infrazione del severo editto fu tosto recata all'
orecchio del Governatore, il quale furioso diede
ordine che il reo fosse immantinente arrestalo^_ >. \
Condotto che gli fu innanzi, ei l'accolse col
truce .aspetto d'un uom crudele, che per bas-
sezza di animo estremamente geloso della sua
autorità , orribilmente inferocisce , quando la
crede d'altrui derisa. Guatandolo fieramente,
e fuoco spirando dagli occhi torbidi e dal viso
infiammato : così ribaldo, gli disse , così ri-
spetti i miei decreti? Tu osar di beffarmi? li?
audacemente insultare al mio potere? Or ben
lutto -il peso ne sentirai, scellerato, e tristo
esempio sarai altrui , che la mia dignità impu-
3.
■
-
52 NOVELLE,
nemente non è oltraggiata. Attonito a questa
invettiva, ma non poro -sgomentato, siccome
quello che di niun delitto non era conscio a sé
stesso, Guglielmo Teli domandò francamente di
che venisse accusato. Inteso che n'ebbe il moli-»
yo,gli parve sì strano,che non potè a men di sor-
riderne. Rispose in prima, che niuna notizia ei
non avea dell' editto; quindi con rustica libertà
pur aggiunse che non avrebbe sognato mai, che
ad un palo s'avesse a dar il buon giorno, e che il
passarvi dinanzi senza far di berretta avesse ad
essere un primenlese. Salì sulP ultime furie a
quest' aria d irrisione il giudice inviperito : e la
ragionevolezza della risposta umiliandolo vie
più, lo rendette più smanioso. Comandò, che
strascinato egli fosse nella prigione più te-
tra , e quivi carico di catene attendesse la sua
vendetta.
Inquieto e fremente , mille maniere di nuovi
supplizj egli anduva nell' animo ravvolgendo
per isfogare con un' esempio vie più strepi-
toso la sua rabbia. Mentre incerto ondeggiava,
uno, che mosso a compassione osò pure ado-
prarsi per ammansarlo, e ottenere alla rusti-
chezza del misero Teli il perdono , gli suggeiì
non volendo una specie tutta nuova e più orri-
bile di vendetta. Fra l'altre cose che di lui
disse, ei venne pure esaltando la singolare des-?
SOAVE. 53
trezza^ che questi avea nel tirar d'arco , e la
certezza onde sempre colpiva nel segno : e
aggiunse, che troppo mal gli sapea . che un
uom sì prode avesse miseramente a perire. Or
bene , rispose il giudice dispietato , noi ne ve-
dremo la prova ; e sia salvo , se accerta il
colpo, ma niuno il trarrà dalla morte, s'ei va
fallito.
Avea Guglielmo un figlio unico di circa dieci
anni , cui amava teneramente. Or parve al
tiranno di non poter meglio saziare il suo
furore, che esponendo l'infelice padre a certo
pericolo di averlo a trafiggere di propria mano.
Ordinò adunque , che fosse tosto a lui condotto
il fanciullo , che in mezzo alla piazza un
pomo s' avesse a porgli sul capo , e che il
padre , per esser salvo , alla fissata distanza que-
sto pomo avesse a eolpire con una freccia. Gelò
d'orrore il misero padre a si barbara condizio-
ne; mille supplizj s'offerì pronto a patire piut-
tosto, che avventurarsi ai crudele esperimento.
Invano si adoperaronpur molli inorriditi all'
iniquo patto , di trarre il giudice a consentire^
che altrove fosse fissato il bersaglio ; troppo
il feroce si compiaceva della sua barbara in-
venzione. Ei pressò il paziente o ad accettare
senza più il cimento , o a vedersi immanti-
nente strascinalo alsupplizio.Tn quelle angustie
54 NOVELLE.
terribili mille pensieri s'offersero al miserò in
un momento. Fremeva da un canto all' imma-
gine dell' atroce pericolo , e veder già pareva-
gli il tenero pargoletto trafitto da lui mede-
simo nuotar nel sangue e agitarsi negli estremi
palpiti della morte : dall'altro, l'immagine non
raen tormentosa delle calamitagli cui morendo
il lasciava , lo riempiva d'orrore e di ambascia.
Combattuto così e confuso , quasi una voce
improvvisa sentì in cuore } che il trasse dalL'
incertezza. Tuo figlio è perduto, dicea _, se più
ricusi; alla tua morte ei non può sopravvi-
vere; ei pure dovrà ben presto morire e di do-
lore, e di miseria , accettando, tu puoi sal-
varlo ; il cielo è giusto ei non vorrà abbando-
nare la sua innocenza e la tua. A questo pen-
siero ei si desta, e rivolto al giudice fiera-
mente : Or ben, gli dice, crudele, tu sarai
pago alla fine, accetto l'orribil pruova; qua
l'arco e gli strali. j ,
fi ^_ Discende il- giudice nella piazza dai suoi
Satelliti accompagnato-, il misero figlio, trat-
tovi in mezzo, al palo iniquo si lega , e il fatai
pomo glie posto in capo; a un canto della
piazza è condotto il misero padre , a cui di-
pinte si veggon sul volto le più crudeli agi-
tazioni : una folla immensa di genie empie
d'intorno ogni spazio. 11 truce Grissler in
SOAVE. 55
mezzo all' armi t r epud iar già si Tede di una
gioia maligna : un fremito d'orrore e di sorde
imprecazioni si ode i nvece nel popolo da ogni
parte : il tenero figlio trema , e sciogliesi in
pianto : più trema il padre infelice, e un or-
rendo palpito gli batte il cuore. Pur si riscuote
alla fine e si fa animo; alza gli occhi e le mani
al cielo : Tu, Dio pietoso, esclama, tu Dio
giusto, tu reggi il colpo. Ciò detto con mano
ferma impugna l'arco ^incocca il dardo : un
grido sorge per tutta la piazza, un muto si-
lenzio subito gli succede. Teli prende con
fermo volto la mira, trae la corda, il dardo
parte. De' circostanti altri abbassano il guardo,
o lo chiudono inorridito; ad altri l'anima corre
impaziente sugli occhi per veder l'esito. Ei fu
qual tutti lo desideravano : il dardo vola fi-
schiando , colpisce il pomo di netto, e il fan-
ciullo appena sentesi dalle piume lambir la
chioma. Un grido festoso d'applauso, un bat-
timento fragoroso di mani si leva tosto per
ogni canto, il popolo n'è tutto ebbro di gioia;
il solo giudice, nella sua crudele aspettazione
deluso} freme di rabbia. i- ,.
Sciaguratamente però nel girar gli occhi wrCi.
sovra di Teli, ei mira cader a questo un altro
dardo che seco aveva recato, e lieto della sco-
perta , medita incontanente altro mezzo di
56 NOVELLE.
vendicarsi. Fattolo a se chiamare, e fingendo
per meglio ingannarlo maniere dolci e cortesi ,
ei cominciò a laudare la maestria, di cui avea
dato sì bella prova, ad applaudirlo del colpo
sì ben riuscito, a dichiarar se medesimo appien
soddisfatto e lui interamente assoluto da ogni
pena. Quindi gli chiese piacevolmente, perchè
óue dardi avesse recato, non avendo a fare
che un solo tratto. Io non soglio , rispose Teli,
andar mai fornito d'un dardo solo. No, amico,
replicò il Governatore con artificioso sorriso',
tu vuoicelarmi il motivo, ma io lo veggo abbas-
tanza : or che lutto è finito , che giova il na-
sconderlo? A me serbato era l'altro dardo:
confessalo pur francamente io avrò cara la tua
schiettezza , e anticipatamente già li perdono.
Eassicuralo per questo modo : Poiché vi piace,
rispose Teli, ch'io parli liberamente, già non
dirò che espresso animo io avessi di usarne
contro di voi; ma se la rea fortuna avesse pure
voluto, che io mi vedessi per cagion vostra
l'unico figlio cader trafitto dinanzi, io non so
certamente quello che avreste potuto aspet-
tarvi dalla disperazione d'un padre. — fio non J^
mi son dunque ingannato, riprese il giudice
furibondo, deposta la rea maschera che aveva
assunto, e tornando all' usata ferocia : Or bene
adunque, io ben saprò, traditore, in un fondo
SOAVE. &7
di torre tener racchiusa la tua tracotanza , e
dalle tue insidie assicurarmi : sia di nuovo inca-
tenato costui e ricondotto alle carceri. A questo
tratto di malignità e di perfidia tutta nuova,
sdegnati fremono i circostanti ; più freme il
misero Teli , ed implora soccorso; ma niuno
ardisce di opporsi alla forza dell' armi ; e lo
sciagurato è costretto a cedere e ad ubbidire.
Sul lago,che incominciando presso ad Altorff
si stende fino a Lucerna da cui prende il no-
me , è un antico castello chiamato kussnacbt.
In questo il feroce Grissler pensò di confinarlo ,
siccome in luogo, onde era impossibile trovar
lo scampo ; e fatta perciò allestire prontamente
„ una nave, vel fece porre scortato da guardie;
e per meglio assicurarsi dell' eseguimento del-
la rea sentenza, egli stesso pur volle accompa-
gnarlo. Giunti che furono in mezzo al lago,
ecco dietro ad un monte levarsi all'improvviso
un gruppo di dense nubi , che spinte da vento
furioso, in poco tempo ricoprono tutto il cielo :
i tuoni mugghiano orribilmente , scoppiano 1
fulmini, la furia del vento solleva l'onde a scom-
piglio, e la barca agitata è vicina al naufragio-^-
Tentano invano i remiganti di opporsi all'im- cH>LA^/
peto della tempesta, ella crescerla morte già
sembra inevitabile. In sì terribil frangente uno
di essi rivolto al governatore : noi siamo lutti
3..
n.
58 NOVELLE,
perduti, gli dice, se a Teli non date la libertà
di soccorrerci ; la sua forza è la sola, che possa
trarci a salvamento. Attenuto dal pericolo^ non
esitò il governatore a permettere eh' ei fosse
sciolto. L/uom forte presi due remi, incominciò
a contrastare coli' onde a tutt a len a, e ajutato
dagli altri, a cui il suo esempio rinnovò il corag-
gio, dal mezzo del lago riugcla trarre la barca vi-
cina al lido. Era quivi uno scoglio, che alquanto
sporgeva innanzi , e che i flutti agitati copri-
vano alternatamente. Allorché questo si vide
presso, Guglielmo Teli prontamente gettati i re-
mi, d'un salto vi balza sopra, e si salva, gli altri
non furon prontidel pari, e dal furore della lem-
pesta in mezzo all' onde la barca fu risospinta.
£_JE non è d'nopo già il dire se urlasse terribil-
mentedi rabbia e di spavento il deluso Grissler
al vedersi in novello pericolo , e nuovamente
costretto ad errare in balia dei flutti. Guglielmo
intanto, corso velocemente a riprendere le sue
armi , tornò a mirare dall' alto il successo
dell' agiiato naviglio. Dopo essere stalo per lun-
go tempo qua e là balzato dalP onde, chetato
* il vento, arrivò questo pur finalmente a pren-
der terra. Il governatore fremente di sdegno e
più che mai anelante alla vendetta, uscito ap-
pena di barca si affrettò a ritornare ad Altorff
per dar ordine, che Teli da ogni parte fosse
LODOLl. 69
cercato subitamente. Questi frattanto sopra al
sentier montuoso ch'egli dovea tenere, s'asco-
se in parte, ove potesse vederlo senza esser da
lui scoperto, Allorché fu vicino: se negli abis-
si pur anche s'andasse egli a profundare, s'udì
gridar furibondo,io saprò ben cavarnelo, niuno
potrà rapirlo alle mie mani; e una morte la
più crudele dee saziare la mia vendetta. Irrita-
to Guglielmo alla protesta feroce : Ah barbaro !
esclamò dall' agguato ove stavasi : or bene, tu
muori primo frattanto, e vibratogli un dardo
in mezzo al cuore il lasciò senza vita. Cadde
così l'inumano, terribile esempio alle anime
dispietate, e nel luogo ove cadde, siccome pur
sullo scoglio ove Teli a vea trovato lo scampo,
due cappelle furono innalzate, che a perpetua
memoria tuttora si conservano. /_
CABLO LODOLI.
NOVELLA. I.
// vecchio ballerino.
Giorgio Puff, celebre ballerino del teatro
dell' opera in Londra , divenendo vecchio sos-
tener non potea l'idea di dover cedere il primo
posto ad un altro ; eppure la mancanza delle
/"
60 NOVELLE.
forze gli faceva sentire che assai presto il fatto
ne lo avrebbe convinto.
Nella di lui conseguente tristezza meditava
talvolta, se variando mestiere, avesse potuto
rendersi di vantaggio celebre in qualche altra
arte , con cui rilevar se stesso ; ma poi uomo
qual era di maturo ingegno, sentiva ancora es-
ser quasi impossibile che divenuto vecchio,
gli fosse dato dalla sorte di brillar in un' altra
professione del tutto diversa, non giungendosi
mai all' apice del sublime, se non condotti dal
genio, che scoppia appunto nel primo bollore,
ed a forza d'un lungo, e non intermesso eser-
cizio si sviluppa e germoglia.
Quel generoso animo però non si smar-
rì per intiero, riflettendo che vi potrebV esse-
re una qualche parte della ginnastica, non an-
cor per intiero sviluppata , la quale perfezio-
nandosi da lui, forse potrebbegli e mantener la
fama di grande originale, e preservargli insie-
me la continuazione duna decente e comoda
sussistenza. Qualunque esser potesse , dipen-
dendo però sempre dall'equilibrio e dalle grazie
del corpo, non che dall' espressione ad essa abi-
tuale di certi primi segni della natura, si lusin-
gava assai di poter penetrare con minor difficol-
tà degli altri nei per anche non tocchi , e mi-
steriosi rigiri.
^
LODOLT. Si
Mentre tali , ed altre simili cose ruminava
per mente , a caso vide un signore , che sdruc-
ciolando ebbe la malasorte di frangersi la tibia.
In quel momento, quasi di lampo a guisa, il suo
perspicace intelletto non mancò di travedere
che si sarebbe potuto inventar l'arte di soste-
nersi in piedi, quando l'umana macchina im-
provvisamente uscisse d'equilibrio.
Pensò dunque di rendersi l'autore di que-
st'arte nuova , riflettendo che dopo accurati
esami poteva risi stabilir dei principi , e dietro
questi a forza di dar lezioni pratiche, fatta che
ne avess' egli stesso grand' esperienza assuefare
il corpo a reggersi anche con facilità in equili-
brio in ogni singolare sbilancio.
Preparò in conseguenza inclinati pavimen-
ti , e di varie materie contesti : taluni poi coprì
di polvere, altri inumidì con acqua e con gras-
sumi di varia specie, già persuaso d'avere sco-
perte quelle leggi, colle quali la stessa natura o
difendeva , o salvava gli uomini da cadute mi-
cidiali.
Dopo le osservazioni teoriche cominciò poi
con alcuni a lui più affezionati ed agili scolari
nel ballo a cimentar esperienze, ed avanzan-
dosi a poco a poco in questo suo nuovo stu-
dio giunse a segno di credere d'essere in istato
di eriger in breve., e con fortuna la sua scuola.
62 NOVELLE.
Per dare però un maggior credito alla singolare
sua impresa, volle prevenire il pubblico col dar
fuori l'istoria di tutte le fatali stramazzate, che
succedettero nella gran Brettagna dal tempo
della regina Elisabetta fino a suoi dì, facendo
chiaramente conoscere, che se il duca di Pique-
vorth, che si ruppe il capo , avesse saputo con
quella pieghevolezza del corpo che non si con-
trae che colla pratica , inchinarsi all' improv-
viso verso un quarto di tramontana per greco,
sarebbesi salvato; e che milord Perporre, che
caduto nel Tamigi erasi annegato , viverebbe
forse, se avesse potuto piegarsi per un altro
quarto di vento, dietro le infallibili regole del-
la semplicissima sua bussola, che a nuovi alun-
ni suoi avrebbe fatta subito conoscere.
Tali preparazioni e promesse produssero nel
curioso popolo inglese un buon effetto; ed in
fatti appena aperta la di lui scuola videsi di su-
bito frequentata, e ne trasse poi somme lodi
per aver insegnato a precanzionar la gioventù
dai pericoli futuri , e non infrequenti.
Se i genitori ben riflettessero su quel lasciare
esposti ai perigliosi aspetti del piacere i loro
figliuoli, sì dell' uno che dell' altro sesso, ancora
inesperti per non far loro quasi praticamente
conoscere i mali, che ne derivano così nel fisico
che nel morale, da quante debolezze, da quanti
LODOLI. 55
passi falsi, da quanti in somma per essi fatali
sdrucciolamenti non li difenderebbero!
NOVELLA II.
// dottore e V asino.
Un Sanmarinista, professor di legge, nato
dottore per privilegio della famiglia Malvasia ,
mentre portavasi fuori di città per prender in
esame un caso criminale, trovò al passaggio di
bassa acquetta due che in istrana guisa conten-
devan tra loro.
Aveva Tizio portato sulle spalle Sempronio
nell' andarsene in là , ma questi poi nel ritor-
no non intendeva di portarne il compagno. In-
tesa la causa del dibattimento, frammisesi il
dottore, e dopo di aver rilevata la parità di
condizione fra essi , e scorgendoli altresì di .._
forze pur eguali, procurò colle dolci di persua-
dere il già portato a portare.
Essendo non ostante Sempronio dopo un con-
trasto non lieve ancor ostinato nel suo rifiuto j
credette quel giureconsulto, giacché le ragio-
ni più semplici e più dimostrative non aveva-
no prodotto alcun buon effetto, di adoprar con
colui la forza magica delle parole oscure, di-
cendogli : senti , hai sì gran torto che il gran-
64 NOVELLE.
de Ugon Grozio ti scalza, il baron di Puffen-
dorff ti pone il compagno sulle spalle , ed il
Cumberland ti dà _uiT.ealcTcfsolenn£,perispin-
gerti nel guado... A sì tremende voci non ebbe
più colui che replicare, e si prese Tizio sulle
spalle , mentre il dottore di se contento prose-
guì il suo cammino.
Disbrigati i suoi affari , ed iudietro tornan-
dosi, giunto che fu all' acquetta, il suo soma-
rello, che certamente era della discendenza di
quelli che conservarono dai tempi ne' quali tut-
te le bestie parlavano, un simil privilegio, ar-
restossi. Che hai? disse il padrone. Se vuoi bere,
bevi pure : no*, non ne ho bisogno, l'asino ri-
spose: dunque continua il tuo viaggio. E perchè
lo volete , senza riflettere che deve interrom-
perlo quegli che vi portò in questa stessa acqua,
nella quale voi medesimo avete deciso, che il
portato prima dovesse portare poi? Ora scen-
dete dunque dal mio dorso , e compiacervi
dopo tanti anni di portar me alfine la prima
volta.
Tutt'altra pretesa sarebbesi immaginato d'in -
tendere quel grave uomo , che ridendo da pri-
ma ne fu poi costretto per l'ostinazione del so-
maro a far uso del bastone. Venuti a più riscal-
date paròle poco giovando che il padrone gri-
dasse sulla differenza , che v'era Ira un dottore
LODOLI. 65
ed un asino, ardito questi gli rispose esservi
stati nella sua antichissima razza dei dottori in
gran numero , e forse più di lui famosi , e cose
simili ; ma nel perdere il tempo , inoltrandosi
la sera , e non amando il dottore di doversi res-
tar soletto sulla strada in una maggior oscuri-
tà , si risolse a prendere un partito. Guarda se A^^^
altri lo scorge, ed alfine raccapricciato in se
slesso si risolve di levarsi le calze, e nel mette-
re i piedi in acqua, vien qua, di sdegno pieno
disse, dammi le tue zampe d'avanti; perdi' io
mi ti adatti meglio che possa. Rizzatosi l'asino,
e nel sì fare divenendo più lungo del padrone ,
non fu possibile che portarlo potesse a quel mo-
do. Prova il buon uomo a metterselo di traver-
so in maniera che le coste non gii rientrassero
in corpo, ma nemmen questo gli riusci : poi
legatigli tutti quattro i piedi insieme lo mette
a traverso il collo, come agnellino, ma però in
vano. Finalmente prendendogli le zampe di-
nanzi , voltandolo per fianco, e facendogli al-
zare le gambe di dietro porgendole pel dinanzi
gli riuscì di far quattro passi nell'acqua, ma
poi il peso di dietro li fece cadere supini tutti
due.
Pur troppo è vero! sino a che l'uomo sta sopra
v l'asino, trova usi bene el' uno e l'altro 5 laddove
se l'asino vuole star sopra l'uomo , sta male l'a-
66 NOVELLE.
sino e peggio l'uomo : e però poco vi vuole ad
intendere, chesein una famiglia sia per coman-
dare il più sciocco, tanto ne soffrono i dipen-
denti, quanto lo stesso direttore, che oppresso
viene assai spesso dall'imbarazzo non meno che
dal troppo peso.
NOVELLA III.
Chiomponia , o risola de' Monchi.
-JJ-
l Lslj Comodo negoziante olandese, mirando a far-
si ricco oltre a quanto era, credette di conver-
tir ogni suo avere in preziose merci , ed egli
stesso colla propria famiglia trasportarsi nei-
V Indie; ma fuor delle battute vie da furiosa
procella per più giorni bersagliato ogni per-
sona e cosa nel naufragio indi succeduto mise-
ramente perdette, né altro salvar potè fuor che
una picciola cassettina che sotto il suo brac-
cio aveva sempre tenacemente tenuta stretta, e
nella quale molte gioje di vario colore, e di va-
ria grossezza e prezzo, legate in altrettante
anella contenevansi.
Sapendo per gran fortuna nuotare, alfine sal-
vo si rese sopra ima spiaggia d'isola non cono-
sciuta. Rimesso dopo qualche giorno per la cor-
tese opera di chi lo albergò e pianti i cari figli
LODOLI. 67
e la dolce consorte , incominciava ad istruirsi
de' costumi del paese, e seppe, che tutte le cose
all'uso della vita pagar doveansicon certe mo-
nete grosse, delle quali non avea idea alcuna, né
rispetto alla figura, e tanto meno del valor loro.
Pensò dunque che altro espediente non v'era
per lui , finché si fosse trattenuto colà , fuori di
quello di cominciare a vendere alcune delle
preservate suepreziose anella.Si volsepertanto
a quel valetto della locanda _, in cui gli sembrava
di potersi più confidare, e tratta fuori la sua
preziosa e scintillante merce, gli chiese, come ,
dove, quando, e quanto poteva ritrarne? Colui
da meraviglia per qualche tempo ammutolito,
ricercogli poi in qual terra veramente egli cre-
desse di ritrovarsi? _^_ cft<.sa^^.
Lasciale , continuò, eli' io meglio esamini la
vostra zampa, che ben mi pareva essere divisa
in più parti lunghette, morbide, e facilmente
flessibili. Non è al certo simile alle nostre quasi
di corno di lattante vitella formate, e d'un
pezzo solo. Le vostre all' incontro sembrano
tessute di teneri arbusti e pieghevoli nel loro
termine, e confare perciò si possono natural-
mente ad ornamenti di simil genere.
Allora interrompendolo il disgraziato nego-
ziante, esclamò : ah come vivrò mai, se non
ho che anella in un paese, dove non vi sono
63 NOVELLE.
dita , ne usar in conseguenza si potrebbero !
Tal ben crudo destino è riserbato a quelli,
che , provveduti di squisito senso, e di sapienza
non ordinaria , trovan nel bel mezzo agi' im-
periti, agli stupidi, od ai prevenuti.
NOVELLA IV.
Democrito ed un suo scolaro.
J>
1 Se avesse Democrito, o no buone ragioni
per sinceramente ridersi di tutto, non si è per
anche deciso dall' unanime consenso di tutti i
filosofi , né forse mai si deciderà : ma pensasse
egli bene, o male, certo è che, se la felicità
della vita nostra consiste nello star bene con sé
medesimo, sembra , che sia sialo uno degli uo-
mini, che meglio , e più lietamente la trapas-
sasse. Trovasi però, in un passo d'antico scrit-
tore ultimamente scoperto fra' codici del car-
dinal Bessarione, motivo di dubitare che di
tutto non ridesse sempre , mentre non poteva
essere indifferente al riso di certo sofista, come
rilevasi , il quale osava di trattarlo da pazzo. In
oltre si rileva che uno de' più degni scolari
suoi , non potendosi dar pace , che un tan-
to maestro cadesse in così fatta debolez-
za, deliberasse nelP animo di attendere l'oc-
LODOLI. $9
casione di colpirnelo , né però con offesa.
Presentossi anche pronta, mentre da Demo-
crito incaricato il discepolo stesso di prender
la misura della giusta profondità del suo
pozzo , credette quel giovane , dopo averlo
ubbidito, di dirgli con sembiante proprio dì
uom dabbene, eccovi la misura richiesta , che
però non poiei prendere se non dall' allò al
basso con un peso attaccato a questa fune, ma
che non potei av.ere dal basso all'alto per man-
canza di scale.... per questa.... ah ah, lo
sguajato! interrompendolo con forti risa, ri-
prese Democrito allora: ma non è dessa la dis-
tanza medesima tanto si se prenda dall' allo al
basso, quanto da questo a quello? Ah, ah, il n
poco accorto! oh quanto da rider mi fai....! ^ (/Ìt<
Dato comodo sfogo al di lui riso , replicò il di-
scepolo con modestia : Così veramente sembre-
rebbe, ch'esser dovesse, e così pure ne avrei
credulo io medesimo , se voi, voi stesso non me
ne aveste fatto dubitare, quando più volte
osservai nei modi vostri il dispetto da voi stesso
lanciato contro il sofista Teagene,quando se la
ride di voi ; ma non v'è tra voi e lui la mede-
sima perfetta distanza , che tra lui e voi? E per
che dunque volete poter impunemente rider di
esso e de' suoi simili , pretendendo poi, "che
egli non possa fare lo stesso sopra di voi?
70 \ NOVELLE.
Appena Democrito polè riflettere un mo-
mento a questa industriosa, quanto amichevole
domanda, e ravvisando tosto che aveva ia-
sione, abbracciandolo gli disse: sì, ti rendo
adesso le maggiori grazie eh' io posso , scla-
mando ad un tratto : rida purTeagene di me
quanto più gli piace, eh' egli ha l'istessissimo
diritto, il quale ho io, di ridermi di lui, come
di tanti altri.
Se dietro i principi di questa intellettuale
giustizia non ci ostinassimo a voler aver ragione
di tutto, e sopra tutti , diminuirebbesi il nostro
orgoglio e più tranquilli saremmo allora sopra
di ciò, che attraversa è contrasta i nostri pia-
ceri e le noe tre late pretese.
LIjIGI sanvitale.
NOVELLA I.
Polllone ordina 3 die si metta nel vivajo delle
V lamprede uno schiavo, perchè ruppe un va-
so di cristallo. Ma ne lo libera il commen-
sale di lui Augusto, che a correggimene del
lamico vi fa in vece gettare i cristalli.
A y/^-'Colui che dalla culla si avvezza a tutte ap-
j P*6 ar le M»e:brame, e vivere agiatamente in
S INVITALE. 7 5
Galeno di ritorno da Roma a Pergamo sua
patria aveva per compagno di viaggio un Cre-
tese , uomo del miglior cuore , probo quan-
ta altri mai, affezionalissimo agli amici. Gran
disgrazia, che in mezzo a sì belle qualità e^li
fosse così impetuoso e feroce,, che colto da sì
malnata passione desse negli eccessi i più enor-
mi ! Tra via domandò questi alcuna cosa degli
equipaggi a due suoi schiavi. Essi nulla rispo-
sero, questo bastò per accenderlo di sdegno; e
senza replicar parola dato di piglio ad un ba-
stone, tante ne die loro sul viso e sul capo , che
lasciolli intrisi nelpropio sangue. Ammorzato
quel primo bollore , tenero di cuore com'era,
ebbe tosto a pentirsi d'aver fatto di coloro co.sì >
barbaro goveinoi Preso pertanto per nianowWv^-
Galeno lo ritirò nei luogo più appartato delia
casa ; e , per quanto hai di più caro , diss' egli ,
priegoti di danni con questo scudiscio tante
vergate, che piova a me pure il sangue, sicco-
me a coloro che maltrattai. A tal richiesta non
potè il medico contenere la risa; ma quanto
più rideva, altrettanto si ostinava l'altro nel
suo proposito. Vedendo ili fine esser vano ogni
discorso, gillasegli a piedi, e lo scongiura dì
co! al grazia in ammenda di tanto fallo. Non
valendo a Galeno- le rimostranze, né volendo
mipoco esercitar coli' amico sì crudo ufficio,
J 4 NOVELLE,
mostrogli di volere accondiscendere alla sua
brama, a condizione però che desse fede di por-
gere prima orecchio alle sue parole senza in-
terromperlo, né contraddirlo. Promise il Cre-
tese, e Galeno ripigliò: no, non è quesla la
maniera di guarir dal tuo male. Né le percos-
se, né le sole ragioni sono acconcie a sradicare
la forza del temperamento, che ha preso piede
in noi. Il nostro studio dee consistere nel co-
minciare a raffrenarci nelle cose di minor con-
to, per metterci a poco a poco in istato di su-
perarci nelle maggiori. Per ora tu devi cercare
di fuggire gì' incontri pericolosi , e quando
t'accorgi che la collera vuol coglierti, abban-
dona tosto il discorso, o l'affare che hai per
mano, sinché s'estingua del tutto l'incendio,
che stava per iscoppiare. -—4*-
. O II Cretese guardando sempre il suolo per ros-
Ls ""tffre, si stava ad ascoltar l'ammaestramento
dell' amico, che tanto lo commosse e persuase ,
che volle castigare se slesso d'una maniera men
dura e più efficace. Chiama a se gli schiavi. Es-
si compaiono aspersi ancora di sangue, aventi
il visodi più lividure e ferite pesto e malconcio.
Impallidì il Cretese allo scoprire nel lor vol-
to la sua crudeltà. Riavutosi però dal turbamen-
to, che la vista del suo delitto gli aveva cagio-
nato , sbandite una volta ogui timore, lor disse ;
SAN VITALE. 70
voi non esperimenterete più mai la mia fierez-
za. Sì, da questo momento vi rendo la libertà.
Deh possa il mio ravvedimento meritarmi da
voi il perdono I che dite, signore? Dislesi per
lerra acian dogli i piedi risposero gli schiavi.
Se voi ne togliete le catene , noi vi addiman-
diamo per grazia d'annoverarci ancora fra vos-
tri servi. Noi saremo al colmo della gioia d'a-
vere un padrone v amoroso, e insieme magnani-
mo , e che seppe ad un tratto correggere il solo
difetto , che offuscava tante e sì rare virtù. Voi
resterete dunque meco, interruppe il Cretese,
finché vi aggradi, in qualità di servinoli già,
ma d'amici: e quando vi cada in pensiero di
lasciarmi, io destino un talento a ciascuno di
voi , affinchè con meno di disagio possa ritor-
narsene alla patria. Essi però non si partirono
mai dal suo fianco ; anzi il più giovane de' due,
che più dell' altro valeva in ingegno, gli servì
da quel punto di consigliere } e d'amico. Mer-
cè di cui, e della buona indole, che aveva sorti-
ta col nascere, non cadde più in simili trascor-
si, e fu l'esempio de' cittadini di Creta.
4.
7 6 NOVELLE.
NOVELLA III.
Temistocle invidioso della gloria d'Aristide
lo fa cacciar dalla patria. Questi non si
vendica, sebbene il potesse , del rivale e
d'Atene; anzi coli' autorità sua, sforzati
i cittadini a misurarsi con Serse , libera dal
servaggio la Grecia.
'Jjc^Hf La vendetta avvilisce; un generoso perdono
v _^/ innalza l'uomo alla Divinità.
Temistocle, cui non lasciarono aver posa i
trofei di Milziade , era divorato dalla brama di
soprastare ad ogni altro. Pertanto covava nel
suo cuore un odio implacabile contro Aristide,
il solo fra gli Ateniesi che potesse pareggiarlo
nell' ingegno e nel valore. Crebbe però un tal
odio a dismisura, allor quando ottenne questi
da suoi concittadini il soprannome di giusto ,
il qual litol d'onore lo distingueva dallo slesso
Temistocle , e da' Greci tutti. Alla fine non po-
tendo egli più sopportate la vista di tanto ri-
vale, prevalendosi della volubilità del popolo,
lo fece scacciar dalla patria. Lo seppe Aristide,
né se ne dolse, e in partendo lece voli per quel-
la città medesima , che il dannava all' esilio
coli' ostracismo.
Non andò guari, che mosse Serse verso la
SAN VITALE. 7?
Grecia con poderoso esercito e di terra e di mare.
Superò le Termopili ed Artemisio, e rendutosi
padrone della region Dorica, e della Focide,
recava per ogni dove gì' incendi e le mine.
Queste impensate vittorie fecero agli Ateniesi
desiderare il ritorno d'Aristide, né potè oppor-
visi Temistocle per non innasprire vie maggior-
mente gli animi già di troppo irritati.
Dopo siffatte perdite gli alleati pressoché
tutti distaccaronsi dagli Ateniesi, trovando mi-
glior consiglio a difendere il Peloponneso. Te-
mistocle veggendo di giorno in giorno andar
peggio gli affari , meditava un piano per la sal-
vezza della Grecia. Voleva che gli Ateniesi ab-
bandonassero la città , e che n'andassero a Sa-
lamina per far fronte sulle navi all' armata
nemica , sostenendo eh' era più decoroso il vi-
ver liberi sulle triremi , che schiavi in Atene. ^ ~j4£//U,
Non ci voleva meno del credito, eh' ei godeva"
presso i popolari dell'Attica, per determinarli a
sìduropasso. Dopo lunghi parlari e dibattimenti
finalmente convennero di trasferire a Salamina
l'Attica libertà. Prima di partire però decreta-
rono che i vecchi , le donne , e i giovani non
atti a portar le armi, si ritirassero a Trezene.
Bello e miserevole fu il vedere in tale distacco
il turbamento di questi ultimi, e la fermezza
de' primi. Questi parevano guerrieri ch'andai-
J& NOVELLE.
sero con pie sicuro alla vittoria, sembravan
quelli vittime destinate al sacrifizio.
Intanto videsi ricoperto dell' armate navali
di Serse il seno saromico , e i lidi dell' Attica ri-
suonarono di barbaresche grida. Già le navi
s appressavano al porto Falero, non molto dis-
giunto da Salamina , chi può ridire la coster-
nazione degli Ateniesi quando appresero sì
triste nuove? Mormoravano del capitano per
averli costretti ad abbandonar la città, le mo-
gli, i padri , i figliuoli _, onde senza scampo in-
contrar le catene, che cercavano di schivar
nella patria.' Pochi alleati, che rimanevano,
risolsero di partire per V istmo di Corinto al
venir della notte. Aristide avrebbe potuto pre-
valersi della disposizione del popolo a tumul-
tuare , per vendicarsi ad un tempo degl' ingra-
ti concittadini, e dell' ambizioso rivale. La
vendetta non ascolla né le voci della patria ,
né i vincoli di parentela, ed arriva talvolta
chi è occupato da sì nera passione a desiderare
del male a se stesso, purché Perniila lo soffra
^cV<^ : ^ ma ggiore. Quale dunque più acconcia cireons-
tanza per rovinare gì' interessi di Temistocle
poteva presentarsi ad Aristide? Volevano par-
tir gli alleati, ei doveva segretamente dar ma-
no a questa risoluzione , doveva esagerare i
mali, e l'inconsideratezza del capitano ; allora
SÀNtÌTÀLÈ. fg
sì che gli Ateniesi non si sarebbono più conte-
nuli. Intimiditi, abbandonati, pieni di sdegno
e di mal talento centra il lor duce $ la dispera^
zione e il rancore gli avrebbe portati a qualche
violento partito-.v Ma sì bassi affetti non accò-
glieva il generoso cuore d'Aristide. Egli diede
l'esempio di qtial maniera l'uomo virtuoso deb-
basi vendicare de* torti ricevuti. Àndossene al-
la capitana per abboccarsi con Temistocle.
Espose ch'eran cinti da Serse, che Atene cor-
reva gran rischio in quali' affare di rimanere
distrutta dallo smisurato numero de' nemici.
Maravigliato Temistocle di ritrovar nel rivale
tanta virtn , svelògli il piano eh 3 ei meditava
d'eseguire. Tu vedi , diss' egli, eh' essendo noi
tanto inferiori di forze ? non ci resta altro scam-
po che nella ristrettezza del luogo, ove le du-
gento nostre triremi equivagliano bene alle in-
numerevoli navi di Serse. Tu conosci Sicino
quel prigioniere Persiano, di cui mi posso fida-
re interamente.E bene; io 1' ho spedito a Serse.
Ei deve dirgli che il duce dell' armala Ateniese
se gli da per vinto , e che in pegno di sua fe-
deltà lo rende certo, che i Greci sopraffatti dal-
lo spavento son pronti a fuggile; eh' ei deve
sorprenderli , e portar l'ultimo colpo alla Gre-
cia avvilita. Aliamene comandante della mari-
na cUill' Asia ebbe ordine subito d'avanzarsi >
So NOVELLE.
com'egli ha fatto,con lutle le navi per tagliar-
ci la ritirala. Esse anziché giovargli devono
impedire alle truppe d'eseguir fedelmente i
cenni di chi le regge. Priegoti dunque, mio ca-
ro Aristide, per la patria che tanto ami, di per-
suadere i capitani delle milizie, e i comandanti
delle triremi a combattere valorosamente, si-
curo che da questo punto dipende la liberazio-
ne, o il servaggio della Grecia. Pieno d'ardo-
re passa Aristide di tririme in trireme : colie
ragioni e coli' autorità sforza tutti a pugnare,
ed Atene riporta su Serse una delle più segna-
late vittorie, y.
NOVELLA IV.
Platone accorso in Olimpia nella ricorrenza
de' giuochi , non si scuopre a' suoi ospiti
per quello che era. Tardi se ne avveggono,
e dolgonsi di loro inespertezza.
Grande stoltezza di quelli che sanno, l'inor-
goglire di lor dottrina !
Mentre tutta la Grecia accorreva da ogni
parte ad Olimpia per essere spettatrice de' fa-
mosi giuochi, ne' quali il valore, la destrezza,
l'ingegno premiavasi, vi si recò pure lo scola-
J ro di Socrate. /Lungi dal suo cuore il vano de-
./2-k^ìo di rinomanza, non cercò già egli d'essere in
SANVITALE. 8l
quel? incontrò conosciuto di persona da molli,
e mercarne i dovuti onori: che anzi andossene
ad umile casetta, ove fu accolto colla maggiore
ospitalità. Sconosciuto dagli albergatori , nep-
pure egli sapeva chi essi fossero. Dimandato
del nome disse che chiamavasi Platone. Senza
però scoprirsi per quel filosofo eh' egli era. Usò
con esso loro delle più dolci maniere, ornò le
sue parole d'una cotal venustà mista di sapien-
za , di guisa che gli ospiti oltremodo lodavansi
della fortuna che avesse loro mandato un tal
uomo. Quanto più si trattarono, tanto piùser-
raronsi i nodi della loro amistà. Terminate
però le feste venne pur anco a cessar l'allegrez-
za in quella famiglia; avvegna che volle di co-
là partire il saggio amico;- Accompagnatolo
lungo tratto di cammino, distaccaronsi alfi-
ne dal filosofo con gli occhi molli di pianto
promettendogli di recarsi ad Atene per riveder-
lo. Non erano ancora scorsi tre mesi, che più
non softerendo d'indugiare, andarono a ritro-
varlo. Il filosofo li ricevè con espansione di
cuore. Date quindi le prime ore alP amicizia,
disse l'un d' essi : di grazia danne a conoscere
lo scolaro di Socrate , quello che ha teco co-
mune il nome , e di cui la fama ha menato per
a sua %y.)
Ogni aove lauiu mm uic. i v?umti i^ «■"« "«** ^^
scuola, a lui presentaci, enoVi invidiarci che ai-
4.. -
3~2 ROTELLE.
eun frutlo traiamo conversando con esso Fu*.
Alla loro inchiesta sorridendo Platone si ma-
nifestò per quello che ricercavano ,. ed oh ! di
qua! sorpresa non li riempiè così impensata
risposta. Beati si reputarono per aver ricovera-
to sì valent' uomo 5 ma nello stesso mentre do-
levansi della loro inesperlezza r non avendolo
sapulo conoscere, sebben tant' indìzi avesse lor
dato col facondo ragionare, e colle gia.vi mas-
sime, di cui asperso aveva il suo discorso. Non
per tanto confortaronsi tosto, e doppio fu il
piaceie che poscia prosarono durante il lo*
soggiorno in Atene.
J&
LUIGI BRAM1ERI.
Il Buon Diavolo*
Un gentiluomo Bretone aveva per moglie
una donna , in cui la bellezza più luminosa, le
grazie più seducenti erano congiunte colla
maggiore saviezza , collo spirito più coltivato
e con un ottimo carattere, ma quanto la na-
tura era stata liberale colf amabile sua compa-
gna , altrettanto era con esso lui stata avara la
fortuna! Cosicché egli, il suo mediocrissimo pa-
<jirimonio lasciando alla saggia consorte in?
ÉÉ'AMÌElif. SS'
governo, si affidò al mare, ilei commercio
riponendo la speranza di un fausto avvenire;
e per molti anni tranquillo si stette lontano
dalla patria, dalla moglie, della cui fede illi-
bata conosceva ben egli quanto conto tener
doveva.
Difalli la condotta della dama nell' assenza
di lui fn quale da onesta moglie e da vegliante
madre di famiglia puossi aspettare. Perocché
molto in riputazione crebbe coli' onore il
nome di lei pianto più stimata universalmente
quanto che giovane , bella ed ornata molto
nelle frequenti occasioni, che troppo fornisce
anche la men corrotta società , non permise
giammai a se stessa nessuna di quelle azioni,
le quali , sebbene in se medesme innocenti,
pur lasciano cadere qualche sospetto sulla virtù
troppo facile ad essere, come specchio d'alito,
ad ogni minima ombra appannata ; questa
■virtù però sì giustamente scrupulosa non era
né feroce, né severa a segno da vietarle il
piacevole intrattenimento dell' onesto e civil
eonversareJCosicchè , senza mai perdere di v**S(L+^_
vista nessuno dei suoi doveri la bella gentil-
donna non rade volte presso le amiche , e i
geniali crocchi interveniva e tal volta nella
fetessa sua oasa ne radunava con quella scelta
Z
o± NOVELLE.
]■ rudente ed accorta che le inspirava il suo
discernimento.
Era il carnovale. Il desiderio de sollazzarsi
alquanto, e di rendere nel tempo stesso agli
amici suoi quegli ufficj, chele si erano usali, le
mosse il pensiero di dare in sua casa una pic-
cola festa di balio , con giuoco e cena. La di-
ligente economia colla quale i beni del marito
amministrati avea , le permetteva senza alcun
danno sirnil lautezza. Già tutto è pronto quello
che può al diletto ed al decoro d'una poco
numerosa ma nobil festa convenire, già lefaci ,
e i doppieri fanno alla notte il* più vivo con-
trasterà molti stronfienti con lieto suono risve-
gliano il genio e l'agilità di snelli danzatori ; già
leggiadre coppie d'ornati giovani aambii sessi,
par te scoperti, par te mascherati, intrecciano ben
ordinati balli, in ogni regolato moto obbedienti
al dolce impero dell' orchestra armoniosa, «s^,/
Jf^ a\& gentildonna liberale di sì nobil diverti-
mento , che nell' assenza dello sposo non si
credea lecito di prendere parte alla danza ?
Sta vasi in una delle stanze contigue alla sala ,
fra scelti amici , inlenta a moderato giuoco , in
cui più la gloria di vincere metteva impegno ,
che non la vile ed affannosa avidità di guada-
gno. Quand' ecco un assai pulita maschera in
BRAMIERI. 35
abito di procuratore con parecchie carte di
processi sotto il braccio, s'accosta al tavo-
liere, e dopo i primi civili uffizi, offre une
sfida di giuoco alla signora della festa, che
Faccetta generosamente. Si fanno cinque o sei
colpi, dei quali ciascuno valeva uri discreto
prezzo, e la fortuna parve sempre ostinarsi
contro lo sfida tore rendendo di tutti vincitrice
]a dama. Ma poiché alcun degli spettatori sfi-
darono anch'essi il mascherato procuratore,
questi guadagnò a tutti senza intermissione
tutto il denaro. Egli non perdeva mai che
colia padrona di casa, cosicché i circostanti
comminciarono a sospettare che sotto quella
maschera si nascondesse un segreto splendido
amante di lei.
Nel comunicarsi a vicenda queste loro con-
getture non poterono usar tanta precauzione,
che l'avveduta maschera , impegnata più ch'al-
ti i mai a spiare destramente i loro discorsi,
non ne comprendesse ben presto il soggetto : e
per confermarli vie maggiormente nella fal-
lace loro induzione, volto a parecchi, che di
questo a bassa voce s'intrattenevano disse : — {-> j)
— Io sono il Dio della ricchezza. — E trasse ^ViAJ^
dalle tasche molte borse di lucenti doppie pie-
nissime,e quindi allagen tildonna, continuosco-
po delia sua officiosità propose una strana sfida
Si ÉOfEttÉì
m questi termini. — Io giuoco tutto quest'ore?
contro quanto voi possedete. A tale smisurata
proposta raccapricciò la dama , e si ricusò.
Egli allora passò dalla sfida alle offerte, pre-
gandola cogli atti della più ingenua cordialità
ad accettare in dono quella immensa somma.
Se per offerta sì liberale non seppe ella dispen-
sarsi da giusti ringraziamenti, seppe con gentil
maniera quella ricusare, siccome la sfida.
Intanto così straordinario avvenimento sve-
gliò- la curiosità , le eiarle di molli ed una-
piacevole varietà d'opinioni. Una buona vec-
ehierella immaginò e conchiuse , con tutta
serietà, che non era codesto altri che il diavolo
mascherato.-La intese un bell'umore, e si piac-
que con varj argomenti dì- confermarla in sì,
bel parere.- Invigorita da ciò la fantastica vec-
chia piìunon si tacque-, finché non ebbe disse-
minata la sua sentenza, che pur fu da molti
troppo creduli e deboli abbracciata , pe' quali
eosì un pensiero chimerico si volse in irrefi a-
ga bile certezza. — L
Lo scherzoso procuratore che avea piacevol-
mente secondate le prime congetture dalla
compagnia formate sopra di lui, diedesi con
pari disinvoltura a secondare questa strava-
ganza, parlando dapprima molle e varie Un-
gile, nelle quali era yersatissimo , e poi di-
FKAMIERI. fij
cendo. — Io sono uscito dall' inferno per
venire ad impadronirmi d' una dama, che mi
si è da gran tempo donala , e non partirò di
qui che ad ogni patto io non l'abbia in poter
mio.
Questo discorso combinato co' fatti prece-
denti fece cadere lurtli i sospettici timori sulla*
signora del luogo. Que' pusillanimi, cui la
paura esaltala aveva la fantasia erano in grande
affanno per lei, e già trattavano gravemente
di ricorrere a'più efficaci mezzi onde scacciare
sì terribil nemico. Molli ondeggiavano nella
incertezza , e non sapendo determinarsi ad
alcuna opinione, passavano alternamente dalle
risa ^allo spavento. Le persone sensate, parte
sempre la più piccola d'ogni adunanza ,
aspettavano tranquillamente lo scioglimento
di sì gradevol commedia. La bella gentildonna*
eia tra queste, e godeva di più del comico
spavento che molti animi empieva in favor suo..
Intanto il lepido procuratore , che della
saggezza della consorte si era per sì bel modo
assicurato , ed ornai trastullatosi abbastanza si
disponeva allo sviluppo, rese a' cireonstanti
esattamente il denaro, che a ciascuno aveva<
guadagnato , soggiungendo ! Imparate ad arri-
schiare il vostro contro il diavolo, che fa gua-
dagnare ognora che il voglia.-— Cosi egli evo?-
88 NOVELLE,
tinuando la favola, copriva di scherzo un atto
di probità indespensabile ; imperochè giuo-
cando con essi erasi valuto di quel vile talento,
e di quella colpevol destrezza, che determina
sempre a prò di che le maneggia la fortuna
delle carte. Egli si era abbassato a servarsene,
perchè allora giovava protnoverc l'innocente
e piacevole inganno altrui : ma sarebbesi alta-
mente vergognato di scoprirsi, farsi Conoscere,
senz' aver prima soddisfatto al dov-r d'onest'
uomo.
Al fine in mezzo alla maggiore agitazione
di tutte le menti, egli si trasse la maschera ,
e fu tosto in lui ravvisato il marito della gen-
tildonna. La quale nel riconoscerlo mise un
forte grido di gioja , e si precipitò tra le sue
braccia : Egli rendendole i più teneri am-
plessi: — Io torno, le disse, prosperato dal
commercio , e vien meco la opulenza , felice
compagna dei miei viaggi : essa mi sarebbe
men grata , se io non potesse dividerla teco ,
mia cara sposa. — Poi rivolto agli astanti , che
in denso circolo gli si erano affollati d' intor-
no, protendendo i più lontani curiosamente il
collo , e la testa fra le altrui spaile : Non è
egli vero disse loro , che io sono venuto ad
impadronirmi di una dama , che a gran tem-
po mi si era donata ? — Gli scherzi urbani >
ERAMIERl. 89
e i motti più graziosi durarono lungamente,
Il fortunato gentiluomo godè sì bene delle
acquisiate ricchezze , seppe sì nobilmente
farne parte agli amici , fu sì amato e stima-
to , che il nome di buon Diavolo gli rimase, e
divenne un rispettato proverbio.
Il Ricco Indiano.
Dopo aver passati treni' anni nelle Indie,
il sig. Billon , ritornò in Europa con un
immensa fortuna. Nel ritorno che fece alla
città ov' era nato , la prima sua cura fu di
andare a trovare un mercante con cui era
stato in corrispondenza. Recatosi alla di lui
casa, dopo varj colloquj , così gli prese a par-
lare . — Io non ho verun figlio ; non ho avu-
to fratelli ne sorelle , e non devo avere che
dei parenti assai lontani ; io V arbitro sono d'ar-
ricchire chi a me più piacerà , ed ho risolto
di divider le mie ricchezze con quello di miei
parenti che sembrerammi più degno di pos-
sederle : soccorretemi , vi prego , a discoprir-
melo. — Io non ho giammai conosciuto la
vostra famiglia , rispose il mercante , ma so
l^ensì che avete due cugine stabilite in questa
città ; sono esse sorelle, tutte e due hanno della
fortuna ; ma differente n è il loro carattere.
gó KOVELLE,
La primogenite , eh' è madama Dorvilliers ,
alcuno quasi mai non la vede, è mal alloggia-
ta , servita non è che da un solo domestico ,
ed altro piacere non ha che d' ammassare ,
e riscontrare i suoi tesori. La baronessa di Se-
ranges, all' opposto, non ha piacere più gran-
de che di dispensare il suo , ama ella il fusto
e la magnificenza , ma questi frivoli piaceri
punto non la impediscono ad essere caritate-
vole : tutte le settimane , a un giorno desti-
nato , una dozzina di poveri reeansi alla sua
porta, ed ella fa loro dispensare delle limo-
sine. — 11 ritratto di quest' trltima, disse l'In-
diano , benché abbia i suoi difetti , non mi
dispiace poi tanto ; ma rapporto a madama
di Dorvilliers , non ho alcuna voglia di ve-
derla, tanto a me sono odiosi gli avari. All' in-
domani recossi da madama di Seranges , che
mille cortesie gli fece , e che amabilissima la
trovò.
L' unica serva di madama Dorvilliers , era
sorella del domestico che serviva il mercante,
amico del signor Billon. Era presente questo
domestico allorché l' Indiano dichiaro, eh' egli
punto non si muoverebbe per vedere questa
sua avara cugina. Andò egli tosto a trovar sua
sorella , e tutto ciò cheavea inte.so le raccontò:
« Eccola padrona vostra ben punita della- sua
■BRAMIERI. 91
avarizia , diss' egli alla sirocchia ; il signor
Billon può disporre dellesue immense ricchezze
e cerio sono che nulla le dà , imperciocché ella
non ne sa far buon uso. » Madama Dorvilliers
ognor diffidente , avendo inteso che qualch 7
uno era entralo in sua casa si era levata al
primo rumore , e camminando sulla punta
dei piedi, avvicinossi in modo da non esser ve-
duta , ed in questo colloquio nulla dissero che
da esi-a inteso non fosse. Grande fu il suo stu-
pore nell' udir questa slrana novella. Quel
tesoro che avea ammassato con tanta cura , e
che sì caro le era , nulla sembravale in con-
fronto di quelle immense ricchezze che suo
cugino avea seco portate. « Come potrò io fare r
diss* ella, per guadagnar la sua stima ? Lo so
bene; fa d y uopo che divenga generosa, imper-
ciocché non accorda la sua amicizia che a co-
loro , che fanno del bene, ma potrò discendere
a privarmi di quel poco che mi resta ? Questa
cosa sarebbe ben dura. Nullaostante io non
Irovo aldo mezzo che questo. » Dopo avere
alquanto pensalo a qual partito dovea appi-
gliarsi , madama Dorvilliers, prende la risolu-
zione di andare a trovar madama di Seian-
ges colla speranza de riscontrarsi col ricco
Indiano. In effetto , ella lo trovò appresso sua
sorella , procurò di conciliarsi la di lui ainki-
9 2 NOVELLE.
zia, con istudiate adulazioni, e con un tuono
il più dolce gli fece alcune questioni , perché
non era stato ancora a visitarla. — Senza dub-
bio, signore, soggiunse ella , voi ignoravate che
vi restasse ancora una cugina oltre madama
di Seranges. — Lo sapeva benissimo , rispose
V Indiano, che madama Dorvilliers era mia
consanguinea , ma sapeva ancora che altri-
menti ella pensa di me. Voi amate , si dice ,
d' amassare ricchezze 5 per me io non le amo
che per esserne liberale. — Egli è vero, re-
plicò madama Dorvilliers , che sono stata avi-
dissima dopo la morte di mio marito ; vengo
tacciata d'avarizia;ma vedete quanto sono scel-
lerati gli uomini : se ho vissuto con tanta eco-
nomia , se sono pervenuta a radunare nei
miei scrigni una somma considerabile , è
stato ciò per mettermi in stato di fondare un
nuovo ospitale in questa città. Domani mattina
io mi porterò appresso uno dei nostri magistrati
affin di prendere seco lui le misure sopra questo
soggetto. Io gli deposito cinquecento duca-
ti j questo è una parte dt Ila somma che des-
tino alla compra del terreno sopra cui voglio
far edificare questa casa. 11 signor Billon molto
sorpreso riguardò fissamente madama Dor-
villiers : è ciò vero? diss' egli.... Quanto sono
ingiusti gli uomini. Voi che vi credeva la più
BRAMIERI. 93
avara delle donne , avete avuta P anima sì no-
bile di privarvi di tutte le dolcezze della vita ,
per acconsentir a comparire avara , e ciò af-
fine di mettervi in istato di consolare gli
afflitti. In verità io vi rispetto al presente
quanto fino ad ora vi dispregiai; andiamo,
mia generosa cugina , voglio esser a parte
ancor' io d' un' opera così generosa : Dimani
mattina verrò a prendervi , e insieme ci por-
teremo al magistrato. Madama Dorvilliers
ritornò a casa , piena di gioja , credendosi si-
curissima di aver acquistato la stima del ricco
Indiano. Egli mantenne la parola e all' in-
domani si rese appresso di lui con una somma
considerabilissima , che fu rimessa nelle mani
del magistrato , unitamente ai cinquecento
ducati della vedova.
Io sono stato ingannato intorno al carat-
tere di questa donna , dicea il signor Billon
al suo amico mercante. Qual anima generosa !
Le limosine di madama deSeranges nulla son
in comparazione di ciò eli' ella fece.... sì io la
preferisco a sua sorella , e questa è quella che
voglio arricchire. Un vecchio domestico del
padre di queste due dame è qui attualmente ,
disse il mercante. Egli è venuto per informarsi
ove voi alloggiale , e chiede istantemente
de trattenersi seco voi. Fatelo venire al più
g4 NOVELLE,
presto, disse il signor Billon : senza dubbio egli
ha bisogno di me. Se fece entrar il povero
Bertrand , che questo era il suo nome ; che
posso io far per voi, mio caro amico , gli disse
l'Indiano? ahimè, signore, io sono un infelice,
e voi si dice che siale buono ; ecco ciò che mi ha
condotto a voi. Io sono stato vent'anni conti-
nui al servizio di vostro zio.Dopo la sua morte,
mi sono maritato , feci un piccolo commercio
ma un incendio m' ha consumato, tre anni
sono, quasi tutte le mie mercanzie. Questa
disgrazia mi pose fuori di stato di alimentare
e d'allevare la mia famiglia. Io vengo a pre-
garvi di porgermi i mezzi per fare appren-
dere un mestiere a mio figlio E perchè
non avete fatto voi ricorso a madama Dorvil-
liers, e a madama di Seranges.
« Io lo feci , signore, ma in vano, madama
Dorvilliers m'ha rifiutato i soccorsi; l'altra a
dir vero, m' ha offerto una leggera assistenza,
ma a condizione però che andassi a prenderla
unitamente agli altri poveri a' quali dà ella
la lemosina nel giorno da lei destinato , ma
se non ama ella nasconder i suoi benefìzi ,
amo ben io tener nascosta la mia miseria , e
ben dura cosa sembrommi andare a mendicare
il mio pane alla porta d'una casa , che per
vent' anni continui fedelmente servii. A sì duro
BRAMIERT. g5
passo ho preferito rimanermi nella mia mise-
ria. — E cosa è divenuto dei vostri figliuoli ?
« Mia figlia ha la felicità d'essere allevata da
una vostra cugina chiamata Sofia; questa gene-
rosa pei sona , povera ella medesima, trova
nulla ostante ancora il mezzo di far del bene. »
Che dite voi? Ho io una cugina povera e ge-
nerosa ed io non la conosco ! Chi adunque é
ella ? — Questa è la sorella delle dame Dorvil-
liers e di Seranges, la terza figlia di vostro zio.
•— Come è ciò possibile, le di lei sorelle non
me ne hanno parlato : dove dimora ella , e
donde viene la sua povertà?
« Dopo la morte di suo padre , confidò la
più gran parte dei suoi beni ad un mercante,
che per essere sfortunato andò al precipizio.
Vedendo ella che non aveva facoltà bastanti
per vivere in città , si ritirò in campagna ap-
presso una delle sue amiche, moglie di un mi-
nistro di villaggio. Là ella mena una vita la
più rispetabile, impiega una parte del suo
tempo a fare degli abiti per i poveri e dar delle
istruzioni a due o tre fanciulle. Co' suoi dis-
corsi, col suo esempio le ammaestra ad esser do-
cili, buone, operose, e sofferenti. Se v'è qualche
ammalato nel villaggio , va ella tosto a fargli
visita , e la sua presenza lo consola e gli fa dei
bene. »
96 NOVELLE.
Ecco la persona eh' io cercava, disse il signore
Billon*, mio caro Bertrand domani io raon-,
telò in vettura e partirò pel villaggio di Sofia 5
voi verrete con me. Non abbiate più inquie-
tudine per i votri figli , io m'incarico di farli
allevare; voi siete troppo vecchio per servire.
Andate a domandar congedo al vostro padrone,
io voglio che tranquillamente passiate il resto
dei vostri giorni.
Io impiegherolli a benedir voi e madami-
gella Sofia. 11 giorno seguente il signor Billon,
giunto al villaggio, chiede di parlare al mi-
nistro, e gli fa alcune questioni sulla condutta
di sua cugina. Ah signore, gli rispose il ministro,
Sofia è un angelo; qualunque altra persona si
sarebbe data in braccio alla più crudele affli-
zione , perdendo i suoi beni; ma vedetela, una
dolce gajezza brilla sulla sua faccia ; questa
disgrazia non ha punto scemato la sua bontà e
questa bontà è che felice la rende. — Io vi prego,
signore, disse f Indiano, annunziarle che un
parente che non ha ancora veduto, è impazien-
tissimo di conoscerla. Sofia sbigottita di tanta
premura , ricevette il signor Billon colla sua
gentilezza, e colle grazie sue ordinarie. Dopo
avere ragionato qualche tempo seco lui, le disse
l'Indiano : Io sono incantato di voi, mia cara
cugina, voi mi piacete mille volte più senza
UR AMI ERI. 97
ornamenti , cogli abili vostri di tela che la ba-
ronessa di Seranges con tutta la magnificenza
sua; benché povera, mi sembrate all'aria d'esser
cento, volte più contenta che madama Dorvil—
liers con tutte le sue ricchezze. Ma come è ciò
che queste dame non mi hanno parlato di voi?
Siete forse in discordia? Non sanno esse forse
dove siate?
Ho troppo interesse per le mie sorelle, rispose
Sofia, per non aver trascurato di conservare
una corrispondenza con esse, egli è tre giorni
eh' io scrissi all' una e all' altra. — Oh cuori
malvaggi, esclamò ilsignoreBillon.io non posso»
perdonar ad esse questa indifferenza per una
sorella così amabile. — Perdonate loro, ve ne
prego, disse Sofia, questo è un errore che
esse in seguilo ripareranno. — No, non è
questo un errore, disse l'Indiano , sanno esse
benissimo nel fondo del loro cuore quanto
migliore di esse voi siate ; e per tal motivo non
volevano che io vi conoscessi, sopra tutto vole-
vano profittar sole delle ricchezze che dall'
Indie io avea riportate. Ma s'ingannarono nel
loro progetto : non voglio lasciar la mia for-
tuna certamenle a madama di Seranges; im-
perciocché non fa del bene che per vanità ,
affine di passare per caritatevole ; né voglio
arricchire madama Dorvilliers , perchè non fa
5
qft NOVELLE.
del bene òhe per interesse. La prova n'è che
tulle e due rifiutarono di soccorrere secreta-
menle un vecchio domestico del padre loro.
Dopo che intesi questa circostanza , non sono
più grato a madama Dorvilliers dell' ospi-
tale che voleva far edificare, ed io suppongo
che non ha formato questo disegno che per
tirar a se la mia fortuna.
Per voi mia cara Sofia, voi fai e del bene per-
ch'è pregevole e grata cosa il farlo; perciò risol-
vo dichiararvi mia sola erede,ed al presente po-
trete disporre di tutto ciò eh' è in poter mio. Io
lo so, voi non avete bisogno d' esser ricca per
esser felice, ma molti saranno felici se voi pos-
sederete delle ricchezze.
La Beneficenza Delicata.
La beneficenza è la virtù la più cara all'urna-
nilà. Per essa si stringono più tenaci, e più
dolci divengono i legami di società. Ma se non
è accompagnata dalla delicatezza , e dal ne-
cessario riguardo di non lasciar sentire il peso
del beneficio a chilo riceve , questa virtù perde
gran parte di sua dolcezza e splendore.
11 celebre Thomson , letterato e poeta in-
glese di tanto grido , non godette se non tardi
assai , di quegli agi , che certo dovuti erano
BRAMIERI. §9
al suo sommo valore. Cosi la fortuna si prende
spesso il barbaro piacere di ricusare i suoi
doni a chi li merita di vantaggio. Nel tempo che
le sue opere correvano con fama e plauso , non
dirò tutta l'Inghilterra, ma tutla la colta Eu-
ropa , e le due Indie ; nel tempo in cui si ar-
ricchivano stampatori e libraj , e che il suo
poema delle Stagioni recentemente pubblicato,
era il desiderio d' ogni sorta di lettori, egli ve-
deasi ridotto alle più dure estremità ; costretto
per sussistere con decenza , e attendere con
comodo ai diletti suoi studj,di contrarre parec-
chi debili, era continuamente perseguito dagli
avari creditori , che l'oro unicamente e nulla
il suo raro ingegno prezzando, si compiaceva-
no di umiliarlo, di opprimerlo. Uno di questi
all' epoca appunto della pubblicazione delle
Stagioni lo fece arrestare e condurre alla pri-
gione dei debitori impotenti _, sperando che il
poeta avido di libertà delegherebbe lo stampa-
tore a soddisfarlo , ma questi ingordo quanto
altri suoi , avea concluso colP autore un me-
diocrissimo prezzo dell' aureo manoscritto ,
e la pìccola somma ritrattane era già spesa ,
quando Thomson fu imprigionato. Dovea egli
pertanto languire miseramente in carcere ;
finché per uscirne qualche mezzo , a trovarsi
assai difficile , si offerisse. La prigione d'uomo
5.
100 v NOVELLE.
sì grande non poteva rimanere ignota. Molti
mostrarono eolle paròle d'esserne affiliti , ma
il loro cuore inoperoso reslava e tranquillo.
I ricchi e i possenti che non sanno d'ordinario
usar bene del potere e della ricchezza _, si ri-
stringevano a compatire colui, che avean tante
volte ammirato , ma ni uno gli stendeva la
mano soccorrevole. La generosità , la benefi-
cenza e tutte le virtù , che onorano V uman
genere , albergar potrebbero in tutti gli animi
umani egualmente , ma pochi e rari sono
quelli , che accoglierle sappiano e nutrirle.
11 signor Quin , comico di professione ; che
coltivando l'ingegno ed il cuore ad un tempo
erasi fatto illustre, e chiaro , e ben degno del
nome d' uomo, intese appena la prigionia di
Thomson , che si sentì commosso dal nobil
desiderio di rendersi utile ad un letterato sì
grande , e lo punse insieme vergogna delia sua
nazione, che non si moveva adajulare chi lauto
le accresceva di gloria. Recossi egli pertanto al
giudice, e ne ottenne agevolmente licenza di
visitare l' inclito prigioniero , e di trattenersi
con lui. Fu sorpreso Thomson dalla visita
d' una persona sconosciuta : ma il comico
gentile si palesò bentosto e fu accolto , sic-
come meritava un uomo che nella sua pro-
lusione si distingueva sopra moltissimi. Luu-
BHAMIERI. 101
gamente s intrallenero in piacevoli discorsi.
L'urbano poeta parlava a Quia di teatro, delia
difficile arte declamatoria , e della più difficile
ancora di comporre una tragedia , ed una
commedia , che insieme congiunga colla verità
e col decoro V utile e il dilettevole. Quin non
rifiniva di parlare con entusiasmo del poema
delle Stagioni e siccome ne avea mandati a me-
moria i tratti più vivaci, li recitava con forza ,
e dolcezza tale che parevano più eloquenti ,
e più belli all' autore medesimo. Essendosi il
comico per tal guisa nobilmente insinuato
all' animo di lui ^ gli chiese licenza di pranzar
seco , e di far accrescere per ciò di qualche
piatto il suo pranzo , al che di buon grado
quegli condiscese.
Quando furono alle frutta , e che gli animi
avea Jor rallegrati una generosa bottiglia , il
comico sì fece a dire. — Ora è tempo signor
Thomson, se mei permettete, di parlare d'affa-
ri, e avendo l'altro con una inclinazione di capo
annunziato di consentire , così continuò : voi
siete da più mesi mio creditore Io vi de^gio
dugento zecchini, e sono venuto a soddisfare
il debito mio. *L Allora il poeta di alto animo, •
e sempre conscio, anche in mezzo alla sua stret-
ta situazione , di ciò che gli conveniva , a grave
e corrucciata serietà si compose, e si dolse, che
102 NOVELLE.
parlare sì strano fosse tenuto con esso lui, il
quale per debiti in quelle miserie giaceva, e gli
si minacciasse in mezzo ad una ostentala urba-
nità la beffa e l'insulto. — Tolga Dio , ripigliò
l'altro vivacemente, che io sia così vile ed ab-
bietto agli occhi vostri ed a me stesso da poter
essere sospettato di sì perfida intenzione: de-
gnate udirmi, signore, senza interrompermi, e
rendetemi ragione... Eccovi un vigliettodi ban-
co per la somma accennata : io vi ripeto fran-
camente che ve ne sono debitore, e ve ne spie-
go il come, sperando che non Sdegnerete ac-
cettarla. Io sono piuttosto ricco e ho di molto
passata sulla ordinaria vital carriera concessa
agli uomini la metà del corso. Ho per ciò det-
tato il mio testamento, e non avendo io più
vivo alcuno di miei consanguinei ed affini ,
ho rivolto il pensiere a rimeritare con piccoli
legati coloro ai quali o per servigi o per pia-
ceri mi professo obbligato. Quanto piacete 9
quante delizie non mi hanno procurato le vo-
stre opere, e singolarmente il poema delle Sta-
gioni , se io l'abbia letto e gustato, per quanto
lice a' miei poveri talenti, voi già vel sapete :se
io abbia per esso passati dei momenti felici e He-
tissimi mei sapeva io medesimo , e però sentii
quanto vi dovessi di riconoscenza. Dettai allora
pertanto il legato che or vi presento, Né voi la
n
BUAMIEKI. 100
avreste prima della mia morie riscosso, se non
mi fosse pervenuto a notizia il presente vo-
stro stato. Amen on reca alcun pregiudizio il pri-
varmi di questo denaro; benché spero mi resti
ancora qualch' anno di vita. A voi non può
essere adesso che di sommo vantaggio. Siccome
non vi sareste, credo^ vergognato di accettarlo
dopo il fin de' miei giorni, abbiale vi prego la
bontà di riceverlo da me stesso; lasciatemi la
rara compiacenza di adempire io medesimo
una parte del mio testamento, e riconoscete
che io pago veramente un debilo,perehè lapic-
cola eredità mia lo contrasse con voi dal pun-
to, in cui io dettai le ultime mie disposizioni ,
le quali sono fermissimo di non cangiar giam-
mai.
Bello era il vedere durante il discorso del ge-
neroso comico, sul volto del poeta dipingersi i
molti affelli di ammirazione, di gioja , di rico-
noscenza , ond'era animato. Thomson si gettò
nelle braccia di Quin , non cessava di ringra-
ziarlo; e spesso esclamava : « Ed io debbo tanto
» ad un ignoto ! Oh vergogna di tutti i sedi-
» centi amici miei ! oh vergogna di tanti gran-
» di superbi, che non mi dierono mai un pran-
» zo senza farmi sentire die io ne riceveva un
» onore, una grazia ; mentre quest' uomo pri-
» vatissimo , ma più di essi nobile e virtuoso y
1 04 NOVELLE.
)> spinge lasua delicata generosità taril' olire dà
» volere che nel sommo suo benefizio nuli' al-
» tro io non ravvisi che un debito soddis-
» fallo! »
NOVELLA ORIENTALE.
L'Oppressore punito.
Zuta Zarak , così detto perchè seco por-
tava sempre lo staffile , in eredità possedeva
una terra di dieci leghe d' estensione; padrone
d'infiniti tesori, egli avea tulto ciò che poteva
desiderare il suo cuore. Il castello, ih cui fis-
sato avea la sua dimora , era fabbricato su
d' un alla rupe , e la torre fa Ita vi costruire
da suoi antenati perdevasi nelle nubi. Collo-
cato in mezzo alle sue possessioni , ei ne scor-
geva in un girar di ciglio la metà. Non pas-
sava un giorno in cui non salisse la torre ?
d' onde compiacevasi nel contemplare i suoi
schiavi e le sue mandre. Egli avea l'occhio
intento principalmente su' servi , e quando
affaticati dal lavoro riposavano un solo istan-
te , ei dava nelle furie , né vermi ritegno
arrestar poteva il suo furore; cinquanta ba-
stonate distribuite da una furiosa mano erano
il solito castigo del fallo , ed egli stesso si com-
piaceva ad infliggerlo. Qua] mostro disuma-
BRAMIERI. 3 05
nato f Ma Iddio è giusto , né lascia impunito
il delitto. Zuta Zarak che in mezzo alle ric-
chezze passava isuoi giorni, che possedeva dieci
leghe di terreno , e degli uomini che lo ri-
conoscevano per padrone , senza eh* egli lo
compensasse, col mostrarsi loro qual padre.
Zuta Zarak tutto ad un tratto perdette per di-
vina disposizione la vista. Ciò nonostante egli
andava ancora sulla sommità della torre , tor-
mentato per la sua cecità, più ancora per non
poter più divertirsi col flagellare i suoi schia-
vi. Per lo spazio di venti anni la gioja non
potè aprirsi un adito al cuore. Le sorgenti
di ogni piacere erano chiuse per esso lui e
non ne distillavano se non rarissime gocce.
In tutto il tempo che visse, se una simile esis-
tenza merita il nome di vita ei non conobbe
nò la sanità , né la pace. Ei beveva in nappo
d'oro il frutto dei sudori che grondavano dalla
fronte degl' infelici suoi servi , ma si sentiva
lacerar le viscere da cocentissimi dolori. Né la
sua abitazione, né la torre si sentivano mai
rimbombare di sacri canti che i di lui pietosi
ed innocenti schiavi faceano continuamente
salire verso te , o Creatore ! Ei non godeva
nemmeno le dolcezze del sonno , che veniva
ad alleviare dalle fatiche lo schiavo, solo in
tempo di notte non soggetto a' di lui tiran-
5„
SoG NOVELLE.
nici sguardi. Eterno Dio ! Tu sei giusto, lo
manifesterò a tutto il crealo; poiché Zuta
Zarak trovandosi solo un giorno nel più allo
luogo della torre, fu a-lP improvviso colpito
da un fulmine , e in un precipitato a' piò
de 7 suoi schiavi. Questi si ragunano in folla ?
lo circondano , e compiangendolo drizzano al
cielo questa preghiera : Ah 1 giusto Dio ,
possa tuo fulmine aver colpito in huon pun-
to Zuta Zarak , ed aver reso miglior la di
lui anima ! Tale fu il loro voto. O uomini !
quanto è meglio in questo mondo 1* essere
uno schiavo simile a questi , piuttosto che es-
ser padrone d' immense ricchezze , coli' ani-
ma d' un Zuta Zarak. O uomini I se V anima
vostra è ricca in virtù » se godete d' una per-
fetta salute , non invidiate la sorte di alcun
Zuta Zarak che fu un mostro crudele fra gli
uomini.
ROBUSTIANO GIRONI.
L'intolleranza delia domestica soggezione.
Ó&tty Quanlonon vivono mai ingannati que'gio-
vani , che il freno della paterna soggezione
sdegnando a nuli' altro più anelano, che all y
istante , in cui disciolti da ogni vincolo deli*
altrui tutela , vivere potranno di sé stessi in
balìa , ed a seconda delle proprie inclinazioni !
Non si accorgono gli incauti che per l'uomo
non ci è più soave e più tranquilla età di
quella , che sicura dolcissima scorre da pietose
mani e prudenti guidata. Ottenuto che ab-
biano l'intento loro, da' domestici affari op^
pressi, o ben tosto annojati da que' piaceri
medesimi , nei quali di ritrovare credeano
la vera felicità, e sovente ancora in un mare *
dinon preveduti affanni ondeggiando riguar-
dano con occhio d' invidia il tempo della pas-
sata giovinezza , ed indarno sospirano gli anni
della prima educazione , che alfine trascorse-
ro , né più sono per ritornale. Possa la se-
guente novella servir loro d' esempio , e pro-
fondamente nel loro animo questa verità im-
primere , che pei giovani non fu mai peri-
colo maggiore di quello di vivere a sé stessi ab-
bandonati !
Avvenne già in Torino che Costanza Lan- ^f(t .
dolfì , ricchissima dama e d'illustre schiatta, es-
sendo vedova rimasta nel fiore degli anni, ante-
pose 1' educazione di due suoi figliuoli alle più
vistose nozze che le venivano proposte. Tutte
le sue cure quindi rivolse a formare 1' animo
de' suoi cari e teneri alunni } e nella loro edu-
cazione ogni sua felicità ripose. Essa medesi-
1 o8 NOVELLE,
nia con amorosa sollicitudine nei primi anni
coltivar volle il lor cuore , ed istruire la mente
loro negli elementi dell' umano sapere. Cre-
scevano essi cari al cielo ed agli uomini , e da
sì felice principio sembrava potersi presagire,
che felicissimo .siato pur sarebbe F esito di loro
educazione. Costanza alla propria istruzione
aggiunse, col crescere die facevano i figliuoli
in età , quella ancora de' precettori i più saggi
e i più valenti in ogni genere di scienze e di
arti liberali; sì che nulla ommise dì tutto ciò
che un giorno renderli potesse utili a sé stessi
ed alla pallia , e veramente felici.
Gismondo, che tale nomavasi il maggiore
de' figliuoli di Costanza , alle materne solleci-
tudini ottimamente corrispondeva, e quanto
più veniva negli anni crescendo , più grande
ancora sentiva nel suo seno destarsi F amore
e la gratitudine per la madre sua , e riguar-
dava con dispiacere gli anni che ormai si av-
vicinavano di sua emancipazione dalla ma-
terna tutela. Roberto , il minor figliuolo, seb-
bene per F ingegno suo avesse il fratello nelle
scienze e nelle arti , dominato era nondimeno
da un certo orgoglio , per cui talvolta sde-
gnava i vincoli , come che soavi , della domes-
. tica educazione^X)uesta soia era forse la mac-
Jlij chia , che traspariva fra i moltissimi pregi y
GIRONI. I09
de' quali adorno era 1' animo di Roberto. Ad
ogni piccola correzione si scuoteva quasi sde-
gnoso puledro , che morde il freno. Incostante
ne' giovanili trastulli , incostante dimostravasi
ancora ne' germi delle prime passioni. Sovente
per iscusare sé stesso 1' esempio additava di
altri giovinetti , che più liberi apparivano nella
loro educazione: sovente ancora punto da una
certa invidia alla madre sua diceva : Quel gio-
vinetto è pur desso di ricca e nobile famiglia ,
e me non oltrepassa negli anni , eppure scorre
da solo per la città senza chi io accompagni ,
frequenta i luoghi pubblici, né ci ha festa alcuna
o pubblico divertimento , cui non intervenga.
Al che la madre saggiamente rispondeva :
Guardati figliuol mio dall' essere sì facile nell ?
addurre F esempio altrui, ed abbi piuttosto
invidia di que' giovinetti, che di te più virtuosi
a nient' altro anelano che a seguire la volontà
de' loro parenti. Non vedi tu stesso quanti di
que' giovinetti , dei quali tu invidii la sorte ,
si rendono nelle civili società ridicoli, appun-
to perchè introdottivi furono innanzi tempo?
Non odi tu stesso più di alcuni d' essi narrare
che già sulla via del vizio , e della propria ro-
vina impressehanno sciaguratamente le orme? — J—
Ah veloce pur troppo scorrerà il tempo di tua ^*
educazione ? siccome rapida scorre e più nor»
110 NOVELLE.
ritorna l'aurora di un bel giorno! A queste pa-
role non sapeva Roberto che rispondere , e
chiamandosi convinto , un bacio imprimeva
sulla destra dell'amorosa madie. Ma trascorse
appena alcune ore , egli ritornava al primiero
costume ; ed i saggi avvisi della madre face-
vano neli' animo di lui queli' impressione ,
che far suole in arido terreno la pioggia di
passeggiera nube»
Giunse finalmente l'età , in cui Gismondo
da ogni tutela disciolto entrò nel libero posse-
dimento di sua fortuna , ed a presentarsi co-
minciò sul teatro del gran mondo. Egli non-
dimeno , quantunque arbitro di sé stesso di-
venuto fosse , non mai da' consiglj della ma-
dre sua dipartirsi volle , e da lei pur ricorreva
nella scelta degli amici e delle piacevoli e ge-
niali società. Né guari andò che slimolato an-
cora dalle materne istanze fece scelta di saggia
ed avvenente compagna , alla quale si avvinse
coi sagri nodi di un ben augurato imeneo.
Il cielo benedisse questa sì bella unione , e di
leggiadra prole la rese feconda Jj^rat tanto af-
fretlavasi pure il tempo dell' emancipazione
di Roberto , e questi oltra modo lieto già nel
cuor suo andava fabbricandosi mille sistemi
di novella vita, e la troppa docilità del fra-
tello rampognando, il quale, siccome a lui
GIRONI, III
sembrava , di sua libertà , e de' beni suoi no»
sapeva appieno godere. Roberto di fatto non
appena Fu dalla materna tutela disciolto , che
scosso ogni freno , si rivolse tutto ad appa-
gare le sue passioni.v Ricco di beni di fortuna 9
avvenente di persona ? e coli' animo culto in
ogni genere di dottrine , non sì tosto apparve
nel gran mondo , che tutti attrasse gli sguardi
de' suoi concittadini. Ma per sua sciagura in-
cauto e leggiero si lasciò ben tosto da' falsi
amici circondare , i quali col seducente lin-
guaggio dell' adulazione in breve tempo gli
soggiogarono e lo spirito e il cuore. Indarno
Costanza con dolci ammonizioni di ricondurlo
sforzavasi sul buon sentiero : e non era ascol-
tata e dopo breve vittoria , l'animo di Roberto
era di nuovo dalla voce de' perversi amici sog-
giogato. Che più^Per togliersi ancora a quest r i/(
ombra di materna soggezione , e quasi per
riportare un pieno trionfo di que' rimorsi ,
che pure gli si destavano nel cuore all'aspetto
della madre e del fratello , divisa che ebbe con
Gismondo la paterna eredità , d' abbandonare
s' avvisò la patria , e di ricercare più capriccio-
sa vita sotto più libero cielo. L'imprudente
risoluzione di Roberto colpì a guisa di fulmine
l'amoroso cuore di Costanza. Che non tentò
la misera donna per dissuadernelo 5 quante
ì 1 2 NOVELLE,
lagrime non Terso; quante preghiere non fece
e al figliuolo suo e al cielo ? Tutto indarno
però. Egli non si lasciò vincere nemmeno dalla
lusinghevole offerta di un illustre e felice ma-
trimonio. L' amore di una mal intesa libertà ,
e le istanze de' perfidi amici pienamente trion-
farono.
Roberto abbandonò adunque la patria ,
e in varie lettere di cambio ogni suo avere
raccolto , colla sola compagnia di due amici ;
ai quali erasi più strettamente legato , s'avviò
a Roma. Quivi si trattenne per ben due anni ,
nel qual tempo non lasciò di dare talvolta di
sé notizie e alla madre e al germano. Anzi la
madre, mercè delle sue conoscenze tralasciato
non avea procurargli F amicizia di illustri fa-
miglie e di prudenti e cospicue persone , le
quali potessero col consiglio e coli' autori (à
richiamarlo alla virtù ed al buon costume.
Imperocché l' infelice madre sempre lusingata
erasi, che il suo Roberto si sarebbe finalmente
scosso , e dal funesto suo inganno sveglian-
dosi , fra le materne braccia sarebbe ritorna-
to. Ma quale fu il suo dolore allorché recata le
venne la notizia che Roberto era da Roma
partilo , né si sapeva per quale luogo diretto
-avesse il suo cammino ! Inutili furono le sol-
lecitudini della misera , ed inutili ancora U
GIRONI. 1*3
più assidue diligenze de' suoi amici per averne
novella. Laonde col cuore trafitto da'più acer-
bi affanni ornai disperava di potere un gior-
no raccogliere al suo seno il traviato Roberto.
Nelle angoscie delsuo spirito non altro sollievo
trovava che ne' cari suoi nipoti, ne' figliuoli
cioè di Gismondo , i quali simili ai genitori
crescevano leggiadri e virtuosi. Adessi pertanto
tutte le sue cure e tutto l'affetto suo rivolse.
Erasi frattanto in Torino formata una so-
cietà di piissime dorme , il cui soggetto era
quello di soccorrere i poveri , e di assistere
agli ammalati negli ospitali. Costanza ben vo-
lentieri si ascrisse a questa sì caritatevole unio-
ne , e fra le altre donne si distingueva nel dif-
fondere generose somme del suo privato erano
ai bisognosi ed agli infermi. Ogni mattina da
una sola donzella accompagnat,a visitare solea
le varie stanze dell' ospitale , e con carità vera-
mente cristiana a quello co' suoi consiglj e colla
dolcezza di sue parole porgeva conforto anche
fra gli aneliti della morte , a questo recava prov-
vido soccorso di vesti e di danari. Accadde che
passando essa un giorno dinanzi ad un letto
si sentì fortemente commovere dal sospiro di
un ammalato, che in esso giaceva. Si sofferma
all'istante , ed» udendo replicare il sospiro, si
accosta sollecita al letto, ed , oh cielo , vi .rav-
11 4 NOVELLE.
visa il suo Roberto , che sollevando le braccia
languenti , e tutto di lagrime grondante vor-*
rebbe pure abbracciarla. Figliuol mio , gridò
Costanza , ti ritrovo alfine , ma ohimè , in
quale stato io mai ti riveggo! Roberto volea
pur rispondere ; ma la sorpresa e la debolezza
del petto gì' impediscono di sfogare i suoi affet-
ti. Costanza fattolo tosto raccogliere, volle che
con le più amorose cautele alla propria casa
fosse trasportato. Quivi l'arte de' più rinomati
medici , e più ancora le pietose sollecitudini
della madre richiamarono dopo alcuni giorni
in Roberto le smarrite forze ih guisa , che far
potè il racconto della luttuosa serie di sue scia-
gure. Egli volle intorno del letto testimoni di
sue parole i figliuoli di Gismondo , e quindi
dopo d'avere impresso un bacio sulla destra
della madre, così si fece a favellare. J4UJ ir vL ?
Giunto appena a Roma coi due perfidi
amici della cui malvagità, ahi, troppo tardi
mi accorsi, non vi fu piacere , o mal cos-
tume, al quale io intieramente non mi sia ab-
bandonato. Per togliermi d'intorno tutto ciò
eh' essermi potea d'impaccio nella stolta mia
carriera, ai due amici affidai l'economia d'ogni
mia fortuna, trattone alcune carte di cambio,
che sempre volli meco ritenere? Solleciti per-
sino nel prevedere ogni mio desiderio, non vi
GIRONI. Il5
fu cappriccio, in cui non sapessero pienamente
soddisfarmi. Nulla dirò degli splendidi conviti,
nulla delle grandi società , nulla finalmente de*
giuochi d'ogni sorte che nel mio appartamento
si tenevano. Solo aggiungerò, che coi più
grandi personaggi di quella città osai gareg-
giare in ogni genere di magnificenza. Anno-
jato però dai saggi avvisi, che per le provvide
cure di mia madre dati mi venivano da rag-
guardevoli persone, determinai di abbando-
nare Roma, e quindi colla scorta dei due
amici, e col numeroso corredo di cocchj e di
servi giunsi a Napoli. Colà presi ad abitare in
una magnifica casa splendidamente addobbata ,
cui vidi bentosto riempirsi di una folla di per-
sone, che dal mio labbro pendere .pareano,
«che vantavansi pure d'illustre schiatta , e di
cospicue ricchezze. Fra le mie folli passioni
-però un incauto amore specialmente dominò
nel mio cuore. Allettato dai vezzi di una scal-
tra femmina, non vi fu somma di danaro,
che a riguardo di lei prodigamente io non
gettassi. Spinto talvolta dalla gelosìa , sovente
invaghito di me slesso, ed orgoglioso di voler
essere solo nel possedimento dell' affetto di lei,
mille perigliosi impegni ebbi a sostenere, ed
osai persino di cimentarmi in duello. Buon per
me che la savia vigilanza de' Magistrati impedì
1 1 6 NOVELLE,
una disfida, che forse tolta ral avrebbe la vita!
Tale fu la foggia di vivere, alla quale io lutto
mi era e stoltamente abbandonato. Ma i con-
tinui disordini, le agitazioni dello spirilo, il
nessun sistema di ben regolata vita affievoli-
rono a poco a poco la mia salute in guisa che
da una lunga e lentissima febbre estenuato,
mi fu forza d J abbandonarmi al letto. Dieci
giorni appena scorsi erano, da che in tale
stato io mi trovava, quando i due amici ai
quali, siccome dissi, abbandonata aveva la
mia domestica economia, mi esposero eh' essi
ormai consunto aveano tutto il denaro da me
loro affidato in quel mese, e che le circostanze
della mia infermila un pronto sussidio vole-
vano , sussidio tanto più necessario , quanto
che io ordinato avea che in quello stato ancora
di mia perduta sanità nulla a me né alle solite
mie brigate mancasse delle usata magnificenza^""*
Che però io porgo loro im man tenente la
chiave dello scrigno , perchè ne traggano ciò
che all' uopo abbisognar potesse. Ma quale fa
la mia confusione, quale il mio dolore , allor-
ché nel giorno vegnente mi venne riferito, che
i due perfidi ascesi sopra di una nave fatto
aveano vela verso l'Inghilterra? Così debole
come io era, balzo dal letto, e recatomi allo
scrigno, più non vi trovo alcun danaro, e
GIRONI. 117
nemmeno due cedole di ben venti mila franchi
per ciascuna , che io riposte avea in uno de'
più segreti nascondigli. Allora tutio mi si aprì
dinanzi occhi l'abisso, in cui gettato mi era.
Non altro scampo mi si presentò che quello
di ricorrere alle persone, alle quali io pro-
fuso avea parte di mie fortune ; ma tutte
adducendo varie scuse nella disperata mia si-
tuazione mi abbandonarono. Per colmo di
sciagura mi venne altresì intimato essere io
debitore di tutta la pigione dell'ampia casa,
per soddisfare il qual debito appena le doviziose
suppellettili bastar potevano. Una sola anima
pietosa io ritrovai finalmente in uno de' me-
dici , che nella mia infermità mi assistevano.
A lui feci il racconto di lutti i miei travia-
menti. Egli mi compianse, mi confortò, ed alla
sua casa fattomi trasportare continuò ad assis-
termi col più generoso zelo. Ah , possa il cielo
^scompensarlo di tanta umanità ! Dopo alcune
settimane io mi sentii alquanto rinvigorito; e
quindi anche dal buon medico incoraggiato
determinai d' abbandonare un paese per me sì
funesto, e di fare ritorno alla patria, come
meglio il potessi.l'Lo slesso buon medico mi
somministrò il danaro , che al viaggio bastar
mi potesse, e dopo le più affettuose espressioni
di gratitudine presi da lui congedo. 11 mio
11 8 NOVELLE.
viaggio fu bastevolmenle felice sino a Bologna;
ma colà sorpreso fui da febbre violenta, che
per più giorni mi costrinse al letto; e colà
fui quindi costretto a consumare una parte del
prestatomi soccorso. Non appena riavutomi ,
continuai il viaggio; ma per mancanza di da-
naro , il più delle volte a piedi , od in assai inco-
mode vetture, talché giunsi finalmente alla
patria nel più deplorabile slato e di miseria e
di salute. In siffatta circostanza come mai pre-
senlarmi alla madre ed al fratello? Presi per-
tanto la risoluzione di ricercare un ricovero
nell'ospitale, dove voi o amorosissima madre,
mi avete ritrovato!
Il racconto di Roberto destòla più viva com-
mozione in tutti gli astanti. Costanza più che
mai sollecita non tralasciò alcun mezzo con cui
ricondurlo alla primiera salute. Per consolarlo
<jli lasciava pur travedere, che co' privati suoi
beni avrebb' ella alle passate di lui sciagure
provveduto. Ma la salute di Roberto veniva
meno ogni giorno, ed inutili riuscivano le
cure de' medici i più valenti. Dopo alcuni mesi
egli cessò di vivere. Felice tuttavia, poiché il
cielo eli ha concesso di morire fra le braccia
di una saggia ed amorosa madre!
GOZZI. lig
CONTE GASPARO GOZZI.
Che il figliuolo suo voglia sollazzarsi non è
maraviglia , ciò è cosa dair età sua, e mi con-
solo ciie gli spassi da lui richiesti con ardenza
non sono né giuoco, né altro che possa offen-
dere la sua riputazione. Ne sono alquanti ritar-
dati gli studj , ma siamo in tempo. Per venire
a capo della sua intenzione del fai lo imparare,
ella non potrebbe far meglio che dargli quanti
passatempi mai può in furia e in fretta, e pro-
curare di fargliene venire a noja. Dio la guardi
che le venisse mai desiderio d'opporvisi con la
forza; ne farebbe un puledro che non ubbidi-
rebbe, mai più alla mano. Legga questa novel-
letta, e prenda la norma da essa.
Un Piovan qui di Venezia andò neh' estate
passata a visitare un altro Piovano amico suo
sulla Brenta alquanto fra terra , e statosi quivi
con esso due dì, gli disse la sera che la seguen-
te mattina dovea per li fatti suoi ritornare a
Venezia. L'amico lo pregò che non si partisse
<ia lui*, egli dicea che non potea arrestarsi; e
dopo alquante ceremonie, comesi fa , disse il
Piovano albergatore : or bene, poiché avete
così deliberato , va'elevi d'un mio cavallo che
saia al servigio vostro; e voltosi al suo famiglio
120 * ROVELLE,
gli disse : dà la biada al morello , e fa che do-
mattina sia sellato prima del levar del sole. E
voi , voltosi al Piovano , andatevi con Dio,
raccomandate il cavai mio all' oste di Fasina
che lo conosce, eh' io lo manderò a prendere
insili fresco della sera. Toccansi i due Piovani
la mano, si baciano in fronte, vanno alelto,
buona notte. La mattina per tempissimo levasi
il viaggiatore che a pena spuntava l'alba, trova
il cavallo abbeverato e colla sella , mette il pie-
de nella staffa , monta , dà il beveraggio al fa-
Ti^aniglio, e viaJNon avea appena fatto mezzo
'miglio d'un trottone chelofacea cavalcare sbi-
lancialo or di qua or di là , tanto la bestia an-
dava per dispetto, che tutto ad un tratto il ca-
vallaccio s'arresta duro come uà pilastro, né per
iscuotere la briglia, né per minacce di voce,
uè per battiture si movea punto, sicché parea
murato. Se non elio dopo un lungo affanno in-
cominciò a camminare come i gamberi. Il ca-
valcatore si dispera, e il bestione indietro. Lo
ferma, l'accarezza-, tutto è peggio, e quando
si movea, andava pel verso della coda. Spun-
tava quasi il sole, e il religioso non sapea più
che farsi. Quando egli vede passare colà due
villani con due paja di buoi aggiogali, che an-
davano coli' erpice per erpicare un campo se-
minato. Smonta dalla maladetta bestia, e gli
GOZZI. 121
chiama a se, e dice: fratelli miei, questo ani-
malaccio è restìo, e a mio dispetto vuole anda-
re indietro; io ho intenzione d'appagarlo. Voi
n' avrete da me quattro lire, se farete a mio J ? *.
modo-, e disse quel che voleafldue villani spie- isTht>c*s
cano i quattro buoi dall' erpice , e tra la cavez-
za eh' era dietro alla sella, e altre funicelle e
vinchi ritorti fanno un ordigno, a guisa di pet-
torale, e postolo al petto del cavallo, con due
capi lunghi di qua e di là, attaccano questi a*
buoi per tiramelo all' indietro a forza, che per
le quattro lire 1' avrebbero tirato alP inferno.
Uno di loro piglia in mano il freno, e con un
bastone lo minaccia da fronte, l'altro con vn
pungolo stimola i buoi, e tirano. Il cavallaccio
fa due o tre passi indietro quasi a stento pri-
ma ; ma poi sentendo che dovea rinculare a suo •
dispetto, comincia a curvare le ginocchia, e ad
appuntar Y unghie sui terreno per andare
avanti, ma tardi 3 perchè quattro buoi poteano
più di lui, e lo traevano di cuore come una car-
retta. Sbuffa , suda , si scuote. Le voci infernali
del villano , e il vigore de' buoi non gli lascia-
no aver flato, finalmente dopo avernelo così
tratto per un buon pezzo di via , eh' era tutto
spumoso , e con due occhi vermigli , che parea-
no fuoco , il Piovano ringrazia i due uomini,
dà le quattro lire ? fa levar via gli ordigni, e
6
\
122 NOVELLE.
sale di nuovo. Il cavallo, parendogli un bel che
Tesser fuori di quell' impaccio, comincia a cor-
rere soave , che parca Brigliadoro , tanto che
a pena il cavalcatore potè a poco a poco ridur-
nelo al galoppo, poi al trotto , e finalmente ad
un buon passo che lo condusse a Fusina; don-
de scrisse al suo amico, che gli avea guarito
il cavallo del restìo, assecondando le sue voglie. .
La Borbottona.
yiUfi^
Furono già non è mollo tempo due giovani,
maschio e femmina, i quali s'amavano affettuo-
samente, e parea loro di non poter vivere l'u-
no senza l'altro. Di che patteggiando onesta-
mente divennero marito e moglie. Ne' primi
giorni ogni cosa fu pace e amore : ma come si
fa che gli uomini e le donne tengono sempre
nascosta qualche cosellina quando sono inna-
morati , che si manifesta poi con la pratica del
matrimonio, il quale fa conoscere le magagne
dall' una parte e dall' altra, avvenne che la
donna, la quale bellissima era, si scoperse di
lai condizione che d'ogui leggiera coselta bor-
bottava sempre, e avea ima lingua serpentina
che toccava le midolle. Amavala il marito con
tutto l'animo; ma dal lato suo essendo piuttos-
to collerico, ora si divoiava dentro, e talora
GOZZI. 1 2 3
gli uscivano di bocca cose che gli dispiacea d'a-
verle dette. Per liberarsi in parte dell' affanno
incominciò a darsi al bere , e uscito di casa
con le compagnie degli amici, n'andava qua
e colà , e assaggiando varie qualità di vini, ri-
tornava la sera a casa con due occhia cci , che
parea una civetla, ea pena polea favellare. Im-
magini ognuno la grata accoglienza che gli Ia-
cea la moglie; la quale non si tosto sentiva la
chiave voltarsi nella serratura , che andata in
capo della scala col gozzo di villanie ripieno,
lasciava andare un' ondata d'ingiurie che lo ~
coprivano d*a capo a' piedi. Egli mezzo assor- J (v<_a
dalo, e strano pel vino che avea in testa, le di-
ceva altrettanto con una favella mezza mozza,
e poi si metteva a dormire. Finalmente andò
tanto innanzi la faccenda, che poco si vedeano ^^^
più , perchè il marito stava da se solo anche la
notte, 'e talvolta anche più non veniva a casa,
ma dormiva alla taverncL-La donna disperala
di quest' ultima vendetta , ahdò ad una buona
femmina che facea professione di bacchettona,
e le chiese consiglio. Questa, per abbreviarla,
le diede una ceri' ampolla d' acqua limpidissi-
ma , eh' ella dicea d'avere avuta da un pelle-
grino veuuto d'oltremare, di grandissima virtù,
e le disse che quando il marito suo venisse a ca-
sa , se n' empiesse incontanente la bocca , e si
6.
•#
124 NOVELLE.
guardasse molto bene dall'inghiottirla o spular-
la fuori , ma la tenesse ben salda ; e tale spe-
rienza facesse più volte, e poi le rendesse conto
della riuscita. La donna presa l'ampolla, e rin-
graziatala cordialmente , se n'andò a casa sua ,
e attendeva il marito per far prova della mira-
bile acqua che a lei era stata data. Ed ecco che
il marito picchia , ed ella empiutasi la bocca
va ad aprire. Sale il marito , mezzo timoroso
dell' usata canzone, e si maraviglia di trovarla
cheta com' olio ; dice due parole , ed ella nien-
te. Il marito le domanda che è? ed ella gli fa
y , atti cortesi e buon occhio, e zittoiìl marito si
rallegra ; ella dice fra se : ecco l'effetto dell' ac-
qua ; e si consola. La pace fu fatta. Durò Facqua
più di , e sempre vi fu un' armonia che parea-
no due colombe. Il marito non usciva più di
casa, tutto era consolazione. Ma venuta meno
Pacqua dell'ampolla, eccoti di nuovo in Scampò
la zuffa. La donna ricorre alla bacchettona di
nuovo : e quella dice : oimè, rotto è il vaso, do-
ve tenea l'acqua ! Che s' ha a fare? risponde l'al-
tra. Tenete, risponde la bacchettona, la bocca
come se voi aveste l'acqua dentro, e vedrete che
vi riuscirà a quel medesimo. Non so se la novel-
la sia al proposito.; ma fate sperieuza. Ogni
sorte d'acqua credo che vaglia, e sentite che
anche senza acqua si può fare il segreto.
GOZZT. ' 1^5
11 Tesoro.
Val più un' oncia di voglia in corpo di mille
libbre di senno e di ragioni. Quante volte si so-
no veduti truffatori andare intorno, e chi con
un artifizio, chi con un altro trarrei danari
fuor delle mani al prossimo? Costoro hanno
tra l'allre una lusinga ,che ti mettono in ispe-
ranza d'utilità o di piacere : se questa t'entra
nelle viscere, ti spogli in camicia per dar quanto
hai a così fatti promettitori. Ne' passati dì nella
contrada diSan Trovasosene vide questo nuo-
vo esempio. Andò una donna co' capelli arruffati
e con un' aria di Sibilla camminando per que'
luoghi, e veduta una femmina sull'uscio, che for-
se l'avea appostata avante per gittar l'amo, lesi
fece all' orecchio, e spalancando gli occhi come
se la fosse stata invasata : io ti saluto, le disse, o
fortunatissima donnajpdi pazzia, diceva l'al-
tra : io fortunata che ho sì e sì ! e stringevasi
nelle spalle rammentando 'ulti i suoi guai. Non
vi lagnate, no, diceva rastutaccia, che voi
avete in casa di che rimediare ad ogni malan-
no. Sorella mia , voi non lo sapete ; ma negli
antichi tempi fu qui in casa vostra nascosto un
tesoro, ed io so dove giace. Tesori di stracci ,
diceva l'altra > io so dove ne sono in casa mia,
126 NOVELLE.
altro no: ed io credo certamente, o buona don-
na , che voi farnetichiate : ina così dicendo si
vedea negli occhi che la cominciava ad assag-
giare e a bere il veleno della lusinga. Come
appunto quando un giovane dice ad una fan-
ciulla , che le vuol bene, che questa mostra di
non lo credere ; ma ghigna , e fa due occhiolini
che dicono il contrario. Se u' avvide subilo la
trisla , che colei avea ingozzato l'amo, ed em-
piendole il capo d'urne d'oro ripiene che res-
pleudeva qual sole, e nominando dobioni, zec-
chini, e verghe, facendole a parole ogni cosa
toccar con mano, tanto le ravviluppò il cer-
vello e l'animo, che seco in casa la condusse.
Quivi con licenza della padrona, borbottando
non so quali parole, torcendo gli occhi, e facen-
do pentacoli e sigilli con un carbone spento
sulla terra , che l'altra ne spiritava, le disse :
qui è il tesoro, e di qua dee uscire la ricchezza e
Ja beatitudine vostra. CAne si farà?diceva l'al-
tra. Udite , rispondeva^ tesoriera : voi sapete ^A
che la calamita ha questa virtù, che altraggea
se il ferro, l'ambra la paglia, e la tromba dei
pozzo l'acqua. < 11 cielo ha dato questa virtù a
molle cose d'ai trarne a se dell' altre, ma so-
pra tutto ha conceduto la facoltà all' oro di
trarne a sé dell' altro. I danari fumo danari,
dicono le genti, e credono che ciò sia perchè
GOZZI. 12;
nn ricco abbia maggior fortuna, o più cervello
d'un altro; ma non è vero : ciò avviene per-
chè gli zecchini che sono in casa aia, ne tirano
a se per occulla qualità di natura degli altri.
Ma tutti non sanno i segreti di natura , perchè
non hanno studiato coni' io, che, qual mi ve-
dete , non fo mai altro dì e notte . che pensare
a tale attrazione dell' oro. Sicché, per venire al
punto, io farò qui una buca in terra, e se voi
avete oro da mettervi dentro, eh' io lo vi met-
terò e coprirò sotto agli occhi vostri , questo
in capo a tre di chiamerà su l'altro dalle
viscere della terra, dov' è celato, e vedrete
tutto questo luogo fornito d'urne di zec-
chini nuovi e ardenti , senza ver un' altra
vostra fatica. Io ho un pajo di smaniglie, dis-
se l'altra , ed eccole. Presele in mano la valente
donna , e vedutele, disse che poco oro era quel-
lo, e che poco sarebbe stato l'oro attratto , e
che quanto più stato fosse, maggior sarebbe
stala la copia dell' oro trovato. Di che l'altra
già ubbriaca per la dolcezza del guadagno,
corse ad alcune sue amiche, e con varj colori
e pretesti ebbe da loro non so quali altre paja
di smaniglie, e trionfando ritornò alla sua fata.
Questa allora tutte prendendole, e sotto gli oc-
chi di lei nella buca apparecchiala calandole,
le coperse, co' più bruiti visacei e col più paz-
3 23 NOVELLE.
zo stralunar d'occhi che mai si vedesse; indi le-
vatasi di là, con un viso che parca impazzata,
le disse : Guai a le , o donna, se di tutto ciò che
s'è fatto e hai veduto, ne fai parola ad altrui ,
o qua discopri , se non sono prima passati i tre
giorni. Tutta la casa tua sarebbe incendio e
carboni, e tu medesima ne verresti per l'aria
portata. In capo a tre giorni qui mi revedrai,
e mi darai premio di mie fatiche, non chieden-
doti io per ora cosa veruna. Mi farai allora
quella parte che tu vorrai de' trovati tesori ,
per ora addio; e così detto , le si tolse dinanzi.
Rimase la buona femmina prima attonita e
balorda , poi a poco a poco tutta ripiena di sì
dolce pensiero e di speranza. Chi può dire
quante volte al dì n'andava pian piano a vedere
se la terra bolliva e se ne spuntavano 1' urne?
La notte o poco chiudeva gli occhi , o sempre
sognava oro e argento. Lagnavasi il marito suo,
che la minestra era sciocca , o tutta sale, e non
sapea eli' ella facea tutto sopra pensiero, e
che avea sempre il cuore al sepolcro delle
smaniglie. Molti erano anche i conti che faceva
il suo cuore. Dove ella avesse a riporre tant'
oro, in che ne dovesse spendere parie, quanto
investirne, qual grata sorpresa farne al marito,
come beneficare i parenti suoi, e far con essa
dispetto a certe domiicciuole sue nemiche. Fra
GOZZI. J20,
questi pensieri ecco il terzo dì , e Y ora asse-
gnata. Le batte il cuore , le tremano sotto le
ginocchia mentre che va alla buca; scopre,
che la mano parea parletica, guarda, ed, oh
spettacolo! la trova vota. Forse l'urne saranno
colà. Non è vero. Quindi le subite strida, i
pianti, i lamenti, il mettersi le mani ne' ca-
pelli. Accorrono Faltre donne, fra le quali
quelle, che aveano prestatele smaniglie, sanno
il caso; eccoti nuovi guai; chi la chiama pazza,
chi rivuole il suo. Viene a casa il marito, ode
la faccenda come sta , e non bada al suo buon
cuore, e all' intenzione eh' ella avea d'arric-
chirlo, ma la concia con le pugna j e intanto
la maladetta fata, che con la destrezza delle
mani trafugò l'oro nelF atto del riporlo, inse-
gna eh' egli è meglio stentare con quel poco
che si possiede, che perdere anche quello per
la speranza del meglio.
Il Ladro punito.
Non sono ancora molti giorni passati _, che
appresso alla bottega d'un venditore di paste
da Genova s'incontrarono due forestieri , che
cordialmente con un oh oh di maraviglia si salu-
tarono prima e abbracciarono, poi F uno d' essi
di&>e all' altro : Amico mio , voi mancaste di
6..
1 DO NOVELLE.
parola-, io v'ho più giorni aspettato in Padova,
come m' era stato promesso , e non vi siete
venuto. Che vuol dire? gì' impacci , rispose
l'altro ; tante faccende mi sono soppravvenute
eli' io credetti d'affogarvi sotto. Fra l'altre cose
io ebbi a cambiare abitazione. Voi sapete che
sono le faccende delle masserizie. Dove abitate
ora voi? dice l'altro, eh' io intendo di fare
con esso voi e con la moglie vostra i miei con-
venevoli. L'amico gli risponde : Tosto sì e sì, e
gli disegna a puntino tutte le giravolte fino a
casa sua, e fino all' uscio e alla forma del mar-
tello, come in una carta geografica. Addio,
dice l'altro, ma io me l'ho legata al dito, che
non siete venuto a Padova. Io vi giuro, ripi-
glia quel della casa , eh' io ebbi tale intenzione
di venire, che spesi in un vestito cinquanta
zecchini , e non me l'ho messo indosso an-
cora; e appunto conviene che fra due ore lo
mandi al sarto, perchè m'accorci le maniche
che sono alquanto lunghette. Voi me n'avete
falto ricordare. Presero licenza Fon dall' altro
baciandosi di nuovo; il padrone del vestilo
entrò nella bottega di paste, e l'altro andò
per altra via. Avea tulto questo ragionamento
udito un tristo non ossei vaio, il quale stando
molto bene in orecchi, massime quando sentì
a nominare il vestito nuovo, e avendo notata la
GOtfZY. J^Tl
casa e ilmartello dell'uscio, fece proponimento
fra se di voler procacciare sua ventura. Per la
qual cosa aeeonciosi in luogo, dove polca
udire e non esser veduto , ode che il galan-
tuomo entralo nella bottega dice al bottegaio :
Apparecchiatemi una cestella di quelle paste
eh' io ebbi da voi pochi di sono; e fate che non
oltrepassino le quindici o sedici libbre, per-
di' io non vorrei , prendendone più, che le si
guastassero; fra poco manderò un uomo a pa-
garle e prenderle ; addio. Non andò un terzo
d'ora, che eccoti a comparile l'astutaccio
eh' era stato in ascolto, e chiede : Le sedici
Ebbre di paste del padron mio sono all'ordine?
e tira fuori una borsa: sì, sono, dice il botte-
gaio. Questa è la cestella.. 11 furbo udito il val-
sente, paga, prende la cestella, va alla casa
del galantuomo , picchia : chi è? le paste che
manda il padrone : quando vien roba ogni
uscio s'apre; è aperto; sale; s'affaccia la pa-
drona e una fanticella , scozzonata come una
volpe e intelligente di birbanteria , quanto un
cantambanco. Dice il ladroncello : Mandami il
marito di vossignoria con queste paste, e dice
che mi dia il suo vestito nuovo , avendogli il
sarto promesso di racconciarglielo subilo.
Dov'è egli mio marito ? risponde la padrona.
È alla bottega mia che m' attende. Stava la
padrona fra il si e il no di quello che dovesse
l52 NOVELLE,
fare; ma la fantlcella volpe, fattasi all'orec-
chio di lei, le disse : padrona mia , quel ceffo
non mi garba, e ha scolpito non so che da
forche. Oltre di che il mondo è pieno di tristi :
e vi dee ricordare di colui che portò la carne
per rubare il mantello ( e volea dire d'un fatto
che si legge nella Gazzetta. ). Apre gii occhi la
padrona, e dice : io non so che vestito tu mi
dica, il marito mio n'ha parecchi; se lo
vuole, venga egli e dica, eh' io non saprei ben
quale. Il ladroncello più si riscalda ad inven-
tare circostanze, e più s'avviluppa e scopre; e
finalmente non sapendo che altro dire, per
non lasciarvi almeno del suo pelo, soggiunge :
Signora mia, io debbo aver fallato la casa, e
però mi favorisca la cestella e le paste , eh' io
ne le riporti a bottega. Questi son fatti di
cucina e miei, dice la fanticella; io so che il
padron mio l'ha ordinate e pagate, e tu non
hai punto errato l'uscio rispetto a queste; ma
Terrore fia del vestito. Oh! va. Il ladroncello _,
che non sapea più che rispondere, pensò per
minor male d'andarsene, e borbottando certe
parole fra denti in difesa della sua intatta pun-
tualità, scese le scale, con animo di rifarsi
sopra qualche borsa o mantello altrui della
spesa perduta.
- gozzi. i3a
UjH^f La calle del forno a San Polo è quale io des-
/ cri vero al presente. Larga, lunga, diritta , con
molte casìpole di qua , e di là , abitate da certe
donnicciole, le quali tutto il verno staimovi
dentro intanate, e quando la stagione comin-
cia a migliorare, escono a guisa di lucertole , e
portale fuori loro sedie impagliate mettonle
agli uscj , e fatta sala della via, una fa calzette
co 1 ferr uzzi, un' altra dipana, quale annaspa,
qual cuce, in somma tutte fanno il loro mes-
tiere particolare, e in ciò sono divise, ma
parlano in comune dallo spuntare, fino al
tramontar del sole. E per giunta al cicaleccio,
avvi anche una maestra di scolari, la quale
non sapendo in qual altra dottrina ammae-
strargli, tirando orecchi, dando ceffate, e con le
palme natiche percuotendo , insegna loro a
stridere e a gridare quanto esce loro della gola;
tanto che talvolta s'ode un coro di fanciulli
che piangono, di donne che rinfacciano la sua
crudeltà alla maestra, e di maestra, la quale
fa le sue difese , che Sofocle né Euripide non
inventarono mai in tragedia coro a questo so-
migliante Fra i diversi accidenti , che nascono
continuamente in questa via , avvenne giovedì
sera , che due fanciulli volendo cuocere non so
quali cavoli, e non avendo legna, accozzati
certi pochi carboni e postavi sopra una cesta
molto grande tanto- fecero a forza di polmone,.
i34 rotelle;
che Y f accesero il fuoco, il quale dopo d' aver
penato lunga pezza ad accendersi, s'apprese
tutto ad un tratto alla cesta, eh' era grandis-
sima, e fece un incendio che parea Troja. J-I
f u fuoco s'appiccò alla filigine, e a certi travicelli
■ del cammino, per modo che questo mandava
fuori per la canna fiamma e faville, come il
Vesuvio, e fece non poco paura a tutti i vicini.
Lo schiamazzo delle amazzoni era grande ^
tutte gridavano, che si decapitasse il cam-
mino-, ma quella che abitava nella casa, ov'er»
il fuoco, pensando che le dovesse costare a
rifarlo, uscita sulla via e postasi appunto di
sotto ad esso, con animo di donna spartana,
gridava a due manovali eh' erano già saliti sui
tegoli r Non fate, io non partirò di qua ; e sul
capo, e sul corpo mio cascheranno le pietre,
che voi di colassù gitterete , tanto che i mano-
vali non sapeano che farsi se non che crescendo
tuttavia il fuoco, e vedendo essi il rischio y
cominciarono con certe scuri a picchiare nei
chmmino , e al primo picchio Pantasilea sbi-
gottita , parte dalle pietre che cominciavano
a piovere, o parte dalle grida delle vicine, si
ritrasse, e diede campo che fosse finalmente
ammorzato il fuoco. Non si spensero però le
ciance, le quali durarono quasi tutta la notte r
e si rinforzarono la mattina del venerdì, quando
?erso le qua nordici ore si posero seconda
gozzi. i35
l'usanza tulle le donne a sedere, a lavorare, e
a narrare la passata paura ./La variabile for-
1 • tuna che scambia a tulle le cose gli aspetti,
4H^apparecchiava in quel punto un novello
accidente : imperocché saputosi il caso del
fuoco da un certo uomo, il quale fattosi da sé
pubblico predicatore, va qua eia perle vie,
parlando di costumi e di coscienza , con un
certo tuono da quaresima, e con certi squarci
di morale imparati a memoria, e divisi da lui
per esordj , e punto a suo modo, saputosi,
dico, da costui il caso del fuoco immaginò di
trovare quell' anime tutte atterrite; e che
quella fosse opportunità di far del ben tanto a
loro quanto a sé traendone qualche denaruzzo
o coserella pel corpo suo. Per la qual cosa en-
trato con viso rigido fra le donne, s'arrestò, e
levati gli occhi, incominciò con una vociacela
di bue ad intuonare , che il fuoco del cammino
era castigo del cielo, e che per loro non v'era
altra misericordia. Prega ron lo le donne ch'egli
tacesse, e se n'andasse a' fatti suoi, e che non
volesse atterrirle più di quello che elP erano ,
avendo esse oltre a ciò molto che fare, e non
aver tempo d' udire sue ciance. Oh sfacciate,
o sorde, gridò allora l'oratore, ben mi sareste
voi ad ascoltare, s' io fossi un poeta, e vi can-
tassi^ la storia di Paris e di Vienna, o altre
tSfóJ&f'
l36 NOVELLE,
frascherie di tal qualità ; ma voi , che siete
cuori di fango e impastate di vermini , non
amale la chiarezza della luceivA me però tocca
di fare l'ufficio mio, e chi non vuole udirmi
non oda. E eoa detto ricomincia, e tuona di
y\J nuovo , stuzzicando il vespajo. Le donne per
coprirgli la voce alzano un cicaleccio tutte ad
un tratto , egli per affogare tutte le strida
rialza , tanto che la via parea un mare in bur-
rasca. Se non che la maestra venutale a noja
quell' ostinazione , levatasi ad un tratto in
piedi, e presa la sedia impagliata, sulla quale
sedea , s'avventò con essa per darla sul collo
ali' oratore , il quale vedendo quella furia,
trattosi di capo un suo cappellaccio, con certe
alacce aperte, che pareano di nibbio, e spen-
zolavano da tutti i lati, glielo diede sulla fac-
cia, tanto che ad un tempo scesero la sedia
dall' una parie, e il cappello dall' altra. A
quesl' atto levaronsi in piede tutte l'altre ,
senza però punto impacciarsi nella mischia.
Stettero idue combattenti in quella zuffa qual-
che poco, ma con cautela : la donna perchè
temea d' offendere la sua coscienza percuo-
tendo Foratore, e questi, perchè gli parea
pure d' uscire del grado suo, e di perdere una
porzione della sua gravità. E già parti vasi bor-
bottando. Se non che dipartendosi fra le paiole,
Gozzr. i^7
che andava dicendo, alquanto ne lanciò, die
uscirono fuori del linguaggio conveniente alla
professione, e mescolava qualche vocabolo che
non aveva imparato sui libri di morale che
aveva studiati. Di che adiratasi un'altra della
compagnia, mentre che egli avea già voltate
le spalle, e s' era alcun poco allontanato, gli
lanciò dietro una sedia , e lo colse nella schiena.
L' oratore voltatosi in furia , volendo pure ca-
vare alcun frutto delle sue parole, colta la
sedia di terra , si diede con essa in mano a trot-
tare per uscir della strada, e fare in questo
modo la sua vendetta. Quando' la vigorosa
lanciatrice della sedia, accortasi dell' atto, gli
si mosse dietro, come uno sparviere , e il gri-
dargli : Regolatore di coscienze, cane tu se'
ladro, e pigliarlo pel colio con l'ugne fu una
cosa sola. Egli si volta per azzuffarsi , la donna
picchia, egli si difende, e tanto fece che tutte
l'altre s'accesero come zolfanelli. Mossesi la
squadra ad un tratto; e forse dodici gole s'aper-
sero insieme, e venti quattro mani, e cento-
venti ugne furono in aria contro all' oratore,
il quale pettinato, e concio, come può credere
ognuno, appena potè scampare da tanta furia,
e salvarsi.
l58 VOVELLE,
Bella cosa parrebbe a me per esempio ,
quand' uno per la via è stanco, o non ha vo-
glia d'andare avanti . o lo coglie la notte ,
eh' egli non avesse ad andare innanzi a forza
fino a casa sua , ma che tutte le case fossero in
comune. Oh si dirà , tu puoi andare ad una
taverna, o ad una locanda. E vero, ma quivi
s' ha a spendere. Non sarebbe forse una buona
usanza, eh' io pagassi il fitto d'una casa, questa
servisse anche ad un altro, e che quella d'un
altro pagata da lui , servisse anche per me ,
secondo l'opportunità e l'occorrenza, e se-
condo le faccende, che s'hanno a fare oggi in
ima contrada , e domani in un' altra ? M'è
venuto questo pensiero in mente nell' udire
quello che fece domenica di sera un uomo
dabbene per caso, il quale trovandosi verso una
cert' ora di notte carico il capo della nebbia del
Tino, e pieno di sonno, come un tasso, andava
attenendosi alle muraglie , e camminando
comesi dipingono le saette. Vede , o sente a
tasto un uscio aperto, entra, e come può sale
una scala, va in una stanza, trova un letto, e
senza slare a vedere s'egli sia il suo, o no, si
spoglia fino alla camicia, si corica ira le len-
zuola e cominciò a russare a sua consolazione.
Avea frattanto una signora , che in essa casa
dimorava , dato la cena a due figjiuolini 5.
gozzi. i5g
onde preso il lume, e predicando a quelli
che fossero buoni la notle , se n' andava
tutta cheta per mettergli a dormire appunto
in quella stanza, dove senza nessun sospetto
dormiva 1' uomo sdrajatosi a caso. L'entrare
della donna, il vedere il letto occupato, il met-
tere uno strido altissimo, e il prendere i due
putti, e uscire fu un tempo solo. Va alla f-
neslra, grida accor' uomo, i putti piangono
come disperati. Tutta la vicinanza che saràj?
Che vuoi dire? Presto arme, spuntoni, archi-
busi. Corrono all' uscio della donna, salgono
le scale a squadre , e giunti in sala udito
dell' uomo nella stanza pensano a chi dee an-
dare avanti : finalmente due pian piano met-
tono il capo dentro , e vedendo che il nemico
dormiva, vanno là, e gridano. Tu se' morto ', ed
egli russa per risposta. Allora seguono tutti, e
fanno un romore e uno schiamazzo, che sì
sarebbe destato il sonno. Non ne fu nulla ,
eh' egli seguì a dormire. Chi gli piglia le mani,
chi le braccia , chi scuote di qua , chi di là ,
egli mugola un tantino, sbadiglia qualche volta
ma avea gli occhi cuciti. Giunge frattanto a
casa il marito della donna , e trovato quivi
Y esercito, e saputo il caso, che quasi da tutti
in una volta gli fu detto, accostasi al letto, e
conosce 1' uomo. Egli sapea la sua usanza ? e
l4o VOVELLE.
dice voi credete aver qui a fare con un uomo
di carne ed' ossa; ma egli è fatto di doglie e
cerchi. Pigliatelo su e sbrigatemi il letto , di
grazia. Che s' ha a fare? dove s' ha a mettere ,
dicono i circostanti? In un magazzino a ter-
reno, dice il padrone. Mettono dunque nel
maggazino un materasso ; e quattro de' più
vigorosi e massicci de' compagni, non senza
che altri cinque o sei aiutassero con una
mano, prendono l'addormentato; e come un
sacco lo portano giù , e lo coricano ove dovea
stare ; che non si sapea se il materasso era lui ,
o egli il materasso, stando tult'a due fermi ad
un modo. Socchiudono la porta ridendo , e
ognuno va a' fatti suoi. Vanno a dormire,
passa la notte, la metà del giorno seguente
ancora , prima eh' egli apra gli occhi. Quando
piace al cielo si sveglia , e non sa dove sia; se
non che il padrone della casa , che conoscea ,
l'avvisò di quanto era accaduto, ridendo; e
domandatogli come aveva fatto; rispose che
avea tolta quella per la sua casa propria , e che
avendovi trovato una porta, una scala, una
camera e un letto , come nella sua, era
degno di scusa. Nel capitolo de' beoni si legge,
che andati due conci dal vino a dormire si
risvegliarono il giorno dietro verso le ventitre
ore. Disse uno all' altro : io credo che sia tardi
GOZZI. l4l
Va e apri una finestra -, il compagno va, apre e
dice : ancora non si vede lume : e avea ra-
gione, perchè in cambio d' una finestra avea
aperto un armario. Tornarono a dormire tutto
il restante del dì, la notte^ vegnente e una
buona parte del terzo giorno ancora.
Sogno.
Io fui trasportato non so da chi , né come,
in una città bella, grande, e popolosa, nella
quale oltre alle vie, dove si fabbricavano le
cose bisognevoli alla vita, v' erano alcune altre
vie che aveano tutte da un capo sopra una pie-
tra intagliato il nome loro. Dall' un lato v'era-
no in fila certi pilastri, dell' altezza tutti d'un
uomo , e dall' altro colonne un poco più bas-
sette de' pilastri, ma aveano miglior grazia di
fattura de' pilastri, e per capitello di sopra por-
tavano una spezie di cuffia, sicché l'avresti pre-
se per femmiue a vederle da lontano ; ma in
effetto Y erano tutte di sasso. Maravigliandomi
di tal novità, pregai uno degli abitatori che mi
spiegasse che volesse significare una via senza
case di qua , né di là , ma solamente ornata con
due filari di pilastri e colonne : figliuol mio,
rispos' egli , io credo che tu sappia in prima,
che da due cose viene la società degli uomini
1 4 2 NOVELLE.
disturbata. Ci sono alcune colpe le quali dan-
neggiano iinteresse, o la vita , e a queste le ot-
time e sante leggi banno fatto buon provvedi-
mento; le quali vengono mantenute salde ed
intere da' santissimi , e incorrotti giudici col
premiare chi fa bene, e col dar castigo a mal-
fattori. Ci sono poi altri difettuzzi, i quali ve-
nendo stimati leggieri, non hanno legge veru-
na particolare che gli raffreni ; ma perchè tut-
tavia danno qualche fastidio agli abitanti della
nostra città, s'è pensato un nuovo modo, e,
per quanto io ne sappia , non usato altrove, di
correggere coloro che gli hanno. Né essendovi
miglior mezzo del farne vergognare chi per
temperamento, e costume vi cade, s' è pensalo
di sferzare i colpevoli con le burle, e con gli
scherzi , acciocché si guardino molto bene dal^
l' incorrere negli errori. Parecchie vie dunque
ci sono, quali tu le vedi, tutte a questo modo
fornite di pilastri e colonne; i primi dedicati
alla guarigione degli uomini, e le seconde delle
femmine. Vanno intorno la notte alcuni pra-
tichi esploratori con certi cannocchiali di sì
acuta forza, che passano le muraglie, e veduto
quello che si fa , o dice nelle case, senza però
punto Dominare i rei, scrivono, motteggiando
quello ohe hanno veduto, e appiccano uno scar-
tabello sopra un pilastro, o una colonna, se-
GOZZI. it3
concio che il fatto è d'uomo, o di donna. La
mattina per tempo quasi tutt' i cittadini con-
corrono a leggere ; e per lo più chi è in colpa,
e la trova scritta, arrossisce $ gli altri s'avveg-
gono, e benché per modestia non ne parlino,
pure ne ridono occultamente, e l'incolpato per
temenza di quel malizioso risolino guardasi
molto bene di cader in errore la seconda volta.
.Se tu vuoi essere meglio informato, vien meco.
Seguitai dunque il buon uomo, il quale mi
condusse ad una via, che sulla pietra avea in-
tagliala questa scritta : Via dell' amore. Tanto
i pilastri, quanto le colonne erano tutte incros-
tate di polizze. Chi leggea di qua, chi di là.
Molti ne vedeva ridere, diversi arrossire. Fra
gli altri biglietti uno sopra una colonna dicea.
£ Ila si credeva d'esser vittoriosa 3 e molti buoni
e cortesi uomini derise , o scacciò da sé 3 pres-
tando orecchio ad unafarfcdla. Questa hafatto
l'usanza sua,è volata altrove.Da forse un cen-
tinaio di femmine leggea lo scritto, e non ne
vidi ridere una sola ; ma tutte andarsene via col
capo basso. Dall' altro lato sopra un pilastro si
leggeva. Non mandate sonetti, ma danari.
Nessuno de' leggitori potea comprendere la
sostanza di quello scritto ; quando si vide venire
un tralunato , che parlava da sé a sé, e talora
canterellava cosi fra' denti , il quale levali gli
j44 NOVELLE.
.occhi alla polizza, e leggendo, gli à fecero le
gote come lo scarlatto, onde tutti s'avvidero,
eh' egli era poeta e che la scritta parlava di lui.
Passai di là a diverse altre strade. Via delle
usanze. Via de' letterati. Via de padri. Via
de' figliuoli. Via degli oziosi. Via de' censori.
Via degli ipocondrici. Via degli spensierati ,
e tante altre vie, eh' io non saprei fare il novero,
e molto meno delle polizze , e de' leggitori di
quelle. Finalmente mi risvegliai , e benché co-
nosca eh' è vaneggiamento e sogno, mi pare
che l'usanza sarebbe giovevole, e di non pic-
ciolo rimedio a que' difetti, che non meritano
rigido gastigo e punizione d'altro, che di burle
£ di scherzi.
La fortuna alle volle fa nascere certe piace-
volezze, che sono di picciolo momento, e tutta
via vanno di che ricreare gli animi di chi le
ode : e que' medesimi , a' quali sono accadute,
benché in sul fatto n'avessero qualche dispetto,
infine ne ridono quanto gli altri. Un certo gio-
vane pieno di spirito , e d'un umore piuttosto
spensierato, che altro, per vivere lietamente,
o forse per meglio attendere a' fatti suoi, eh' io
non voglio affermare quel che non so, va la
notte a dormire in uno stanzino dappresso a
gozzi. i45
San Marco dove non ha altro della roba sua ,
fuorché quella che sì porta indosso, e si spoglia
la sera quando va a coricarsi. Tutte le sue ca-
micie principalmente gli sono tenute in custo-
dia da una sorella, ch'egli ha, la quale si sta in
casa in un' altra contrada molto lontana. Po-
che sere fa giunge alla sua stanzetta molto ben
tardi e dice ad una donnicciola , che gli facea
lume con un lumicino : buona femmina io mi
ti raccomando. Svegliami domani a tale ora,
perch' io debbo essere dinanzi ad un magistra-
to. Vedi bene che tu non mancassi; picchia
forte, fmch' io risponda e sia desto; s'io non
sono diligente , guai a me ! Mi può accader cosa
di grave sconcio, se non mi trovo colà pun-
tuale. Dice la donna : posatevi con V anime
quieto ; io vi do parola d'essere all' uscio appun-
to allo scoccare dell' ora , che desiderate. Buo-
na notte. Entra il giovane nella sua stanza, (3
facendo il caldo grande , si spoglia in fretta , e
come quegli , che non usa molta diligenza nel
riporre le robe sue, qua si scalza, e lascia le
calze, colà gitta il vestito , da una parte si sbra-
ca, e lascia i calzoni. Spegne il lume, va tra le
lenzuola , e trattasi la camicia, la lancia lunge
da se fuori del letto, e così nudo, come nato
era, comincia a dormire. Passano intanto le
ore, e la buona donna si desta qualche miuu-
7.
l46 NOVELLE.
te più tardi, di quello eh' era stato ordinato ;
onde in fretta e in furia corre all' uscio, e pic-
chiando con una forza , che parea che lo voles-
se atterrare , grida su su , egli è tardi. Il giova-
ne si desta , e con gli occhi ancora mezzo chiusi
balza in pie, e comincia a brancolare cercando
della camicia , e non la trova. La maraviglia lo
fa destare affatto, il dì era entrato per le fessure
delle finestre , onde vi si vedea benissimo, cer-
ca di qua, rifrusta di là, non e' è verso, e la
camicia èsparita. Eravi nella stanza, come s'u-
sa ancora in certi tinelli all' antica, o ne' con-
venti, un lavatojo con una conca di pietra
molto ben grande , dove si lavano le mani, che
per avventura era piena d'acqua , s'affaccia
colà , e vedevi la camicia, che lanciata da lui
al bujo, vi s' era annegata dentro, piena come
una spugna. Oimè ! oh ! che farò io ora? gri-
dava egli; e la femmina all' uscio gridava. Che
avete voi? aprite, se volete eh' io v'ajuti ; siete
voi ancora vestito? Ora comincio, rispondeva
egli arrabbiato come un cane. Aspetta, mettesi
i calzoni , e apre l'uscio con la camicia in ma-
no, che colava acqua , e avea fatto in terra più
rigagnoli, come una gran pioggia. Che è slato,
dice la donna? Tu la vedi risponde, la camicia
mia è siala in molle. Che farò ? di qua alla casa
di mia sorella è uu trotto di lupo, qui non ho
GOZZI. 147
camice, questa esce ora delia mastella, debbo
comparire al magistrato, che farò io ? Che ma-
ladettasia la ventura mia, e in questo ecco che
scoccano l'ore , ed egli maladice l'oriuolo e la
camicia, e dice alla femmina : accendi il fuoco.
Essa mette legna nel cammino, accende uno
zolfanello, e soffia ; e intanto egli torce la ca-
micia quanto può, e grida : soffia , per amor
del cielo, e quando il fuoco è acceso, la donna
piglia di qua, ed egli di là , e cominciano a
rasciugare il bucato. La camicia fumicava la
donna toccala di qua , egli di là , per sentire se
la s'andava asciugando. Accosta un poco più da
questo lato , accosta uà poco più qua , dove
1' è increspata , che V è più umidaccia , che
altrove , l'accostano tanto , che il fuoco s' ap-
picca ad una manica, che non se n'avveggono.
Dice la donna: qui sa d' arsiccio ; così pare
anche a me , risponde il giovane. Volta vedi
ed eccoli da mezza manica verso alla spalla ,
che ardea com' esca. Ohimè! grida la donna
acqua , acqua. Come acqua ! grida il giovane,
e stringendo in pugno la tela dove ardea, tu
gridi acqua ancora , che vedi quel che m' ha
fatto 1' acqua ! In fine l'ammorzò , e dall'una
parte arsa, e dall'altra mezza molle ancora,
si pose la camicia indosso , e andò come potè,
a fare le sue faccende.
7-
l4& NOVELLE.
ROTA VINCENZO PADOVANO.
Il figliuolo d' un oste si fugge di casa , e con
sua industria arricchisce. Dopo molti
anni vi ritorna senza darsi a conoscere,
I suoi genitori per rubarlo 3 lo uccidono ,
e qualche poscia loro avviene.
Fu, non ha guari, in Maderno^ villaggio del
territorio Bresciano, un oste, che Niccola io in-
tendo per ora nominare ; il quale tenendo
vicino alla Pieva , dove più era la via frequen-
tata , una picciola taverna aperta con sua
casa , non pure a' paesani dava pe' loro da-
nari da mangiare e bere , ma li viandanti an-
cora , portando la bisogna , albergava. Era cos-
tui di natura tenace oltre modo , e del danaro
così ghiolto,ehe cosa tanto malvagia non v'era,
che per ogni picciolo guadagno egli fatta non
avesse. Perlochè sempre e gli spenditori o nelle
misure , o nel peso frodava , e facevasì oltre
ogni discrezione e dovere pagar dagli ospili.
Aveagli la sortedata una moglied' inclinazione
e di costumi conforme , che non solo alle frodi
del marito applaudiva , ma ve lo stimolava
ancora ; e dove a qualche trufferia vedeva
aperta la strada , eh' egli veduta non avesse,
PADOVANO. l4g
glie V additava tosto essendo solita a dire un
suo motto , chi ha , s' abbia, e chi non ha sen
trovi. Non arricchivano però con ciò fare \ mai
punto ; eh' anzi vie più meschinamente vive-»-
vansi ; così la divina giustizia ordinando , che
da molti acquisti non abbiasi a trarre , che
mal prò. Ebbero costoro un figliuolo senza
più, Vico nominato: il quale comechè slenta-
tamente,per esser poverino allevassero e trattas-
sero aspramente , non mai però della pietà e
obbedienza filiale ei mancò loro>edaveanlo caro
fuor di modo , non tanto per esser egli unico ,
quanto perchè avendo lui , che attivo era mol-
to , e capace , un famiglio risparmiavano.
Ma o sir che del duro governo de' genitori egli
ornai si stancasse , o che impulso di giovanile
vaghezza ve lo spingesse ; essendo in età di
presso a quindici anni , raccolti una notte
a un tratto suoi cenci con da forse due giulj in
tasca di varie mance radunati , fuggissi tacita-
mente di casa , e andò a cercar sua ventura.
Venuta la mattina il padre non vedendo com-
parir Vico , che a spedir le domestiche faccen-
duzze era solito a rizzarsi il primo , andò cor-
niccioso per isgridarnelo , alla cameretta , dov ?
ei dormiva; ma non trovatovelo , chiamò la
moglie, che Monna Ceca avea nome, e si prese
seco a garrire. Tu voimi , Ceca , sempre svagar
l50 NOVELLE.
quel figliuolo. Dov' è egli Vico , che noi vedo?
L'avevi tu , m' immagino, pe' tuoi soliti servi-
getti mandato in volta ; e intanto ciò che ha
a farsi non si fa : ve' là , la cucina da spazzare,
da rifare le letta , il fuoco da accendere , è ogni
cosa alla rinfusa. Se tu farai così , lei dissi
mille volte , e tei ridico mille e una , noi non
aremo da che sfamarci. Alla croce di Dio,
rispose Monna Ceca alquanto l urna tetta } tu
farnetichi, marito. Che è ciò, che tu hai
meco stamane ? Io ne' svago il figliuolo ? Che
s' egli badasse a quel eh' io gli dico, e predico
ognora , beato lui , e noi. Ma egli è la sua cat-
tiveria e tristizia , che se Iddio noi campa ,
vuol faregli , ti so dir, la mala fine. Né io l'ho
veduto ancora , ne bollo mandalo altrove ;
eh' anzi io di te mi credeva quel che tu di me
sospettavi a torto ; e perciò mi tacqui. Chi sa ,
domin , dov' ei s'è fi Ito? Hai tu guardato ,s' e*
dorme tuttavia ? Ho, rispose Niccola , ma noi
vi trovai. E così bai bollando amendue tra di
loro , qua e là per la casa e dentro e fuori
cercatolo buona pezza , e chiamatolo ad alla
voce più fiate invano , s' immaginarono in
fine , che egli potesse esser ilo alla messa.
Perchè Niccola alla Pieve avviatosi inconlrò
appunto il Pievano , che dalla chiesa veniva.
Il quale veduto a quella volta incamminarsi
•i
PADOVÀXO. lBl
il compare, perciocché aveagli levato Vico alla
fonte, e tenutolo anche alla cresima, dissegli
tosto : se tu vieni per messa, compare mio, tu
puoi tornartene : che essendo oggi mercato ,
come sai, io celebrai a un tratto ai mattutini ,
e serrata ho la chiesa , avendo anch'io mie
faccende in mercato : che vo' vedere di spac-
ciar quel po' di grano , veccia , legumi ed altro
di mia ricolta ; e cambiar anco , se vienmi in,
acconcio , quel mio somiere , che ornai non si
regge più in piedi. Onde per oggi di messa
farai meno , e basterà , che tu reciti invece
o una coroncina , o il die siila ,come ti piace
più. A cui rispose Niccola : « Eh compare
Puccio ( che così era chiamato il Pievano ) ho
altro io per la lesta , che messe e orazioni : il
mio Vico io cerco , che per quanto io m' abbia
fatto non so trovarlo. Perciò costà alla chiesa
me ne veniva ora a vedere , se a caso per u-
dirvi la messa ei pur vi fosse. Dieoti 5 replicò
Don Puccio , che la chiesa bolla serrata io
con le mie mani, né lasciativi dentro persona.
Dall' altro lato non è egli oggimai cotanto
fanciullo il mio figlioccio , che non sappia ciò
ch'ei si faccia , o dove si vada , sicché non
possiamo temere , eh' egli smarrito si sia , od
abbia pericolato. Ma io dirotti come ella è. t jj
Tu sai come egli è curiosetto ^e arditello y ne' J f, &Lù
/
l52 NOVELLE.
gli terrebbon le funi colesti ragazzi , qualora
sentonsi frugar nella fantasia le vogliuzze ;
giurerei , eh' egli sta baloccandosi sul mer-
cato. Lasciane però il pensiero a me , eh' io
nel raccapezzerò ben fuori , e fattagli un' inte-
merata a modo mio manderottelo toslo a casa.
Vattene pure per i fatti tuoi, e di ciò datti
pace. Piaccia a Dio , disse Niccola , che sia
come tu dì. E a lui grandemente raccoman-
datosi, tornossene a casa aspettando pure, che
capitasse il figliuolo. Ma passati essendo non
che i mezzodì , i v esperi ancora , e le ave-
marie ; e inteso avendo dal Pievano , che per
quanto egli avesse girato l'occhio , e cerco pel
mercato > non ve l'avea potuto né vedere mai ,
né trovare , dettesi più a credere , com' era di
fatto eh' egli fuggito via si fosse. Onde tutto
maninconoso e dolente, dopo aver parecchie
ore più del solito veggrmto , sperando pure ,
che a casa ci si tornasse , andossene con \a
moglie a letto, né mai s'addormirò quella
notte. Il dì seguente D. Puccio fu subito all'al-
bergo del compare per saper nuova del figlioc-
cio: ma intendendo, che egli tuttavia mancava,
sene dolse grandemente seco , e confortollo ,
come m eglio seppe , alla pazienza , molti begli
esempietti del Leggendario edella Bibbia arre-
candogli di tante altre anime buone da Dio si-
PADOVANO. 3 53
milmente tribolale , le quali nel sofferire forti
e costanti mantenendosi, la eterna gloria si me-
ritarono. Le quali parole , benché grossola-
namente , com' è da credere, da lui } ch'era
alquanto di grossa pasta , dette _, ad alleviare
però il travaglio del compare in tanto valsero,
ch'egli racconsolatosi in buona parte , e uni-
formatosi alla divina volontà attese unica-
mente, se mai per l' addietro , allora più all'
interesse, senza più pensare al figliuolo. Questi
frattanto d' una in altra terra birboneggiando
andò gran tempo, e facendo a spalle degli scioc-
chi la più lieta vita del mondo. Finché a Napoli
riduttosi pensò, come avea fino allora vissuto
a modo suo , di provarsi a vivere a modo
altrui, e in qualche casa per famiglio accon-
ciossi. E tanto gli fu la sorte propizia che per
esser egli ben composto della persona appari-
scente e di molla vivacità, fu da uno de' prin-
cipali signori di quel paese adocchialo, e accor»
dato facilmente per suo servidore. Nel qual
impiego tutta adoperandoVico la sua industria,
e puntualità , cotanto amore posegli il pa-
drone , che senza lui ninna cosa sapeva fare; e
non solamente di se, ma di tutte le sue cose gli
aveva affidato il governo; ed oltre al salario,
eh' era grosso assai, di buone mance soventi e
di vestiti, e d'altro Io regalava : di manierachè
7-
1 5 fc NOVELLE.
e per questo, e per li traffichi ancora eli' egli
di fare ingegnavasi, de' quali per sua buona
sorte sempre bene gli avveniva, era già di po-
vero eh' egli era, danaroso molto divenuto, e
agiatissimamente vivevasiJErano passati ormai
L t.y da vinticinque anni, e forse più da che s'era
Vy/ry egli di casa fuggito; né ai suoi genitori, non
( essendone loro giunta mai novella veruna, era
rimasto alcun pensiere, non che speranza di
più rivederlo, credendosi fermamente, che per
qualche grave accidente avvenutogli egli più
non vivesse. Quando un giorno Vico in se
slesso rientrato, e la sua casa ed i suoi per la
mente rivolgendo , così prese a ragionare fra se
medesimo: Vedi vicende di mondo ! Io fuggii mi
pine di casa con non più. in tasca che da cin-
que o sei paoli, e pochi cenci addosso, ed ora
trovomi tanto di contanti, di veslimenla e di
roba avere, che me n' avanza; nel mentre che
tra li disagi, e gli stenti, in cui gli ho lasciati,
peneranno tuttavia forse i miei genitori; che
sa Iddio quanto della mia fuga dolenti si rima-
sero, e tribolati. Che fo io dunque, che non
torno a consolarli e giacché n' ho il come, a
ristorargli insieme, e trargli dalle loro mi-
serie ? A chi altri finalmente questa mia vita
io debbo, e questi agi istessi, se non ad essi?
E forse hamegli dati Iddio , perchè io potessi
1» A dotano; v55
colai debito di buon figliuolo adempire/ E
senz' altro chiesta in buona maniera licenza dal
suo padrone, il quale coraechè mal volontieri,
pur per così onesta cagione , e giusta gliela
concesse , raccolto in uno tutto il suo avere, e
messolo parte in contanti , e parte in cambiali,
montalo a cavallo, verso la sua patria diritta-
mente la via prese, finché vi giunse. Appena
entrato in Maderno ricercò tosto , se più vi-
veva cotalNiccola oste presso alla Pieve,e la sua
moglie Ceca: e inteso dai popolani che si, ne fu
grandemente lieto, e ringraziò la sorte che
avessegli li suoi genitori a tanto serbato di po-
tergli ,- prima che si morissero, consolare, e
sovvenire. Indi fra se divisato ciò che intendeva
di fare, volse il cavallo verso la Pieve; dove
ristatosi dinanzi alla casa parrocchiale . e bus-
salo alla porta , fugli dal Pievano istesso aperto,
che col breviale in mano recitava forse com-
pieta, essendo vicino il tramontar del sole.
Era Vico da quando si pai ti giovinetto, cotanto
trasfiguralo d' abito , e di persona , che nessuno
che prima avealo conosciuto, l'avrebbe allora
di leggieri potuto ravvisare. Onde il buon
prete postisi a cavalcione gli occhiali sul naso,
e da capo a piedi squadratolo : chi domandi ,
gli disse, o figliuolo? voi, rispose Vico non
conoscerete me forse com'io conosco da gran
l56 NOVELLE,
tempo voi. E senza tenervi a lungo in cian-
ce, sappiate ch'iomi sono Vico di Niccola oste
costà non lungi, figlioccio vostro, che da tanti
anni, se ben vi ricorda, mancai di casa : raffi-
guratemi bene, se pure ho più di quello alcun
vestigio. Maravigliossi forte messer lo prete, né
dando a' suoi detti così subita fede, per non
trovare in lui di Vico sembianza veruna ,
cominciò di molte particolarità a interro-
garlo , onde potesse trarne il vero. A cui ris-
pose Vico puntualmente, e gli soggiunse : voi
dovreste, don Puccio mio, dai contrassegni
finora dativi , restar ornai persuaso, eh' io qual
desso sia, che vi dico. Ciò non ostante per dar-
vene la maggior prova, che per me si possa,
dirovvi , che il libro de' battezzati sarà di
quanto asserisco indubitato testimonio. E disse
1' anno , il mese, e il giorno , in cui sapeva
d' esser nato. Gito il Pievano tosto per cotal
libro, e trovato appuntino siccome Vico detto
gli aveva , quanta festa ne facesse egli è più
che da dire 3 da immaginarsi. Onde gittategli
le braccia al collo , e baciatolo teneramente
in fronte: sii tu benedetto, disse, figlioccio
caro , ch'io ti pur riveggo pria di morire , là
dove ed io^ e i tuoi parenti finora ti credemmo
in altro mondo. Vi ve sai ancora tuo padre, e tua
madre , benché invecchiati assai , come me
PADOVANO. 1 57
vedi , e consumati più che dagli anni , dalla
inopia , e dai disagi. So io che morranno di
gioja al rivederti. Andiamo tosto , andiamo
a consolargli , eh' io vo' pur essere V appor-
tatore di così inaspettata allegrezza. No, sog-
giunse Vico : rimanetevi voi pure per questa
sera ; eh' io intendo di portarmi a casa tutto
solo qual nuovo viandante per ivi alber-
gar questa notte. S'eglino da se riconoscermi
sapranno , n 7 arò contento : se no , terrommi
tuttavia celalo , finché vengbiate voi domat-
tina a togliere ogni dubbio , se mai di me sos-
pettassero \ e più intera sarà così la comune
allegrezza. Deh non vogliamo , replicò il Pie-
vano differir loro una tal consolazione. Come
vuo' tu che ti conoscano , se sei così da quel
che tu eri cambialo che io ne trasecolo an-
cora ? e panni un sogno , che tu sia tu ? Per-
chè vuoi scemar loro sì gran piacere col por-
tarlo all'altro giorno ? Il bene che si può fare
oggi , mal'. è , fìgliuol mio § aspettar di farlo
a domani. Quante cose possono in questo frat-
tempo avvenire ? Che vuoi tu che avvenga y
ripigliò Vico. Tant ? è ; io sono fermo di così
fare , e non altrimenti. Come pur voi così ,
dissegli don Puccio , così fa , e avvengati ?
come tu brami. E amorevolmente ribaciatolo ?
ìasciossi di tenerezza già per le crespe guance
3 53 novelle:.
alcune slille cadere e con più a" un singhiozzo»
accomandatolo a Dio , lo licenziò. Rimontato
Vico a cavallo verso la sua casa si mosse T
e trovò appunto il padre, che assiso si slava
su d'una panca dinanzi alla portale vedu-
tolo così e dagli anni, e dalle miserie malcon-
cio , sentissi in tal guisa P animo a intenerire
e comraovere , che poco mancò , che alle gi-
nocchia giltatosegli non se gli desse a cono-»
scere. Tuttavia rattemperatosi con forza , e~
fattosegli appresso : io vorrei , gli disse , al-
bergo , padre mio. Si riscosse a lai nome al-
quanto il vecchio , e allora forse affaccios.segli
alla mente il suo Vico ; ma passò poi tosto-
come baleno un tal pensiero non polendo
egli da quanto si è detto figurarsi mai eh' ei
fosse desso. Onde rizzatosi a suo agio dalla
panca sì gli rispose : E albergo avrai , figliuol
mio , che tale al vederti T puoi essermi. Ceca
eh là , Ceca f dove se' tu ? Vedi quest' ospite :
guidalo allo stanziolino r che guarda l'orto ,
e ordina ogni cosa , eh' io metterò frattanto
a ricovero la cavalcatura. Lodato sia Dio ,
isse la vecchia : andiamo pure , figliuolo ,
che deporrai le tue hagaglie ; ed io penserò
poi ad ammannirti una buona cena. Questo
appunto , madre (soggiunse Vico ) è ciò che
correi , mangiar bene , e dormir meglio r
PADOVANO. ì Bg
per ristorarmi del viaggio , e della inedia pas-
.sala. Sarà mia cura, replicò essa , il conten-
tarle lasciatolo nella cameretta appunto,
dov' egli prima coricarsi soleva , avvacciossi
a preparargli la cena , la quale fu d'ogni cosa ,
che dare il luogo, e la stagione poteva , ab-
bondante ; e cenarono tuttassieme ; così Vico
bramando, per veder pure, se riconoscerlo po-
tessero. Ala con tuttoché non con allro nome,
ragionando seco , che di padre e di madre gli
chiamasse ; e cotali atti oltre a ciò egli facesse 9
che far da giovinetto era solilo, né all'una
però, né all'altra mai venne di lui fantasia»
Del che faceva Vico tra se una festa maravi-
gliosa ; pensando , come poi sorpresi restar
dovessero allo scoprimento di se i! giorno ad-
dietro. Terminata la cena, preso Niccola un
lume in mano guidò l'ospite alla stanza :e qui-
vi tratta fuori una polizzetta dissegli. Te' fi-
gliuolo , quest'è il tuo conto. Bene , rispose
Vico , salderemlo domattina; ed ogni modo io
di qua non mi parto per ora. Che domattina !
ripigliò alquanto bruscamente il vecchio. Dicoti
eh 7 io vo esser pagato ora -, eh' io m'alzo la
mattina per tempo a far le provisioni , occor-
rono , e m' abbisognano quattrini , eh' io son
pover' uomo , e non ne ho. Volentieri , disse
allora umanamente Vico 5 non vo' por questo,
1 6o NOVELLE,
che vi turbiate , buon padre ; ecco qua. E ca-
vata in così dire dalla valigia una grossa
borsa con moltissime monete d' oro , e d' ar-
gento , e varie polizze di cambio ( o per va-
nità , o per altro , che il si facesse) rovesciolle
su d'una tavola , e senza dibatter quattrino 9
pagogliene largamente dicendo, sete ora con-
tento Padre ? Lieto il vecchio di sì buon pa-
gatore , ringrazionnelo , e datagli la buona
notte andossene. E andando cominciò alle
vedute monete tra se pensare ; indi a compia-
cersene , poscia a bramarle : tanto che in un
attimo la brutale avidità , che il dominava , di
sì fatto modo destògli in core le sue flamine y
che maggiori non aveale sentite mai per l'avan-
ti* Così pensieroso , e infiammato , trovata
la moglie , e postolesi a sedere al lato prese in
tal guisa a ragionarle. Sai tu Ceca mai } che
ospite ricco abbiam noi ! Quanto oro , Dio-
buono , hogli veduto io , e argento , e cam-
biali ! e noi così poveri ! o mondo : altri sguaz-
za , altri langue : e pure ci ha a esser per
tutti la provvidenza. Che vuoi tu , disse la
moglie, di ciò affannarti. Noi siamo nati per
1/ — esser miseri ; non tanto perchè il destino così
ci voglia no , ma perchè tal vogliam essere noi
per nostra dappocaggine. Sia con Dio. Assai
monete dunque aveva egli ? Assai ti dico 7
PADOVANO. l6l
soggiunse il vecchio E la Ceca : Po levi tu
pur caricare almeno del doppio la polizza.
IVI a quel che è fatto, è fatto. Ti serva se non
altro di regola per 1' avvenire, caso ch'ei si
fermasse qui ad albergo più giorni. Ma io ,
tornò a dirle il marito , pensava ad altro ,
moglie mia. Sai tu , che se noi gP involiamo ,
quel danaro , noi ci caviamo de' guai , né
ahbiam più bisogno di star qui su la strada ad
aspettar, che ci cada in grembo la fortuna ? Tu
dì bene , replicò grattandosi il capo Monna
Ceca. Ma s'ei vegghiasse , o si destasse nel
punto che noi lo rubassimo ? E poi se n' arebbe
alla per fine a accorger la mattina ; e tanto
romore ne farebbe che con tutto che noi il ne-
gassimo , i mal avventurati saremmo noi in
fine. Ma sentendosi il vecchio della sordida
cupidigia sempre più accendere : io ho pur
fìtto in capo , ripigliò , un pensiere , che
d'ogni difficoltà , e pericolo potrebbe levarci
agevolmente , e stammi così fitto nelF animo ,
ch'io mi credo , che me lo mandi il Cielo per
nostro bene. Qual è ? diss' ella. Odi , ei rispose:
Costui ci capitò qua così solo, e in un'ora, che
nessuno videlo entrare; né persona è, che saper
possa , che noi 1' abbiamo in casa 5 ond' egli
e' è come s' e' non ci fosse. Non potremmo noi
affogarlo, o accopparlo, o in altra guisa dargli
l62 NOVELLE.
morte, e poi nell'orto contiguo sotterrarlo?
Chi vuoi tu eh' il risappia altri che Dio ? Ella
è una bella cosa re' arricchire ad un tratto,
e uscir de' stenti. Che vorrei tosto , che questo
malvagio mestiere noi lasciassimo , e almeno
in nostra vecchiezza godessimo noi in pace
degli agi d'una lieta vita e contenta. Né tu
cotesti cenci d' intorno più avresti 5 ma ono-
revolmente vestita con bei drappi , con col-
lane , e smaniglie , e ciondoli rilucenti agli
orecchi, polressi tra le donne cittadinesche e ci-
vili comparire : dove ora puoi stare appena
senza vergogna tra le popolane. In fine egli
seppe coà ben dire , che la Ceca non meno da
vanità ferruminile , dall' avarizia accecata nel
parere di lui corse temerariamente , e disse :
Non saprei che risponderti. Tu l'hai pensata.
Lodato sia Dio : arò pur finito di stentare ;
e sarò anch'io Madonna di qualche conto:
lascia far a me , marito mio , eh' io non vo'che
vana resti questa tua inspirazione. E fatti tra
loro altri ragionamenti, e mille varj disegni
su la roba di quest' infelice , quando parve
loro tempo , che più profondamente ei dor-
misse, avviaronsi cheti cheti alla sua stanza, e
trovatolo che forte russava, accoslaronsi al letto
ambedue , il vecchio con un picciolo lume in
mano, e la vecchia co-n un rasojo affilataci*
"V^' -
PADOVANO. l6 3
quale scopertogli leggermente il collo , segogli
a un tratto , benché con mano tremante , la
gola , donde spicciando impetuosamente il fer-
vido sangue lordò ad entrambi, quasi rimpro-
verandogli , la faccia e il petto. Tra gli estremi
singulti alzate il miserando figliuolo languida-
mente le pupille: Ah padre, disse, ah madre ,
e spirò. Questi teneri nomi che gli empi mici-
diali altamente ferir nel cuore dovevano , non
ebbero allora maggior forza , che in tutta la
scorsa sera , in cui avevali tanto volte il mes-
chino usati invano. Compito l'enorme mis-
fatto , e nell'orto come divisato avevano , sot-
terrato il cadavere,, corsero tosto , come lupi
affamati alla preda : né prima si coricarono y
che rassettato, come se nessuno giaciuto vi
fosse , il funesto letticciuolo , e tutti rimossi
quegl' indizj , che potevano il delitto mani-
festare , se ne girono a dormire ; se pure la co-
scienza di tanto eccesso potè lasciar loro mai
chiuder occhio. Pareva intanto al Pievano
mill' anni , che spuntasse il giorno per sapere
l'esito del figlioccio. Per lo che appena veduta
in Oriente apparire V aurora , alzatosi egli ,
e detta prestamente la Messa , alla casa del
compare sollecito recossi: e trovatolo già nella
taverna affaccendato , lietamente salutollo ,
e come motteggiandolo : Che buone nuove y
1 64 NOVELLE.
gli disse , mi dai tu slamane , compare
mìo , che veggoti ritto sì per tempo ? Hai
faccende eh ? buon pio ti faccia. Restò Nic-
cola da tal parlare come da fulmine percosso ,
non mai figurandosi che persona sapesse 1' ar-
rivo dell'ospite, e ammutolì non sapendo
che rispondergli. Perchè ripiglio D. Puccio :
che non rispondi compare ? Tu mi pari in-
cantato. Sollo già , che t'è arrivata persona
molto a le cara , e a me non meno. Che oc-
corre celarmelo ? Niccola allora rintuzzando
pure gì' interni rimorsi , che il trafiggevano,
rispose arditamente : Che ospiti , che persone
mi narri tu ? Parmi , che tu voglia darmi la
burla stamane, o che ti sogni tuttavia. Né io
ho qui viandante alcuno , né da forse un mese
non ho avuto : che maledetto sia questo mes-
tiere fallilo. Ma fo boto a Dio di volerlo in fine
gittar da parte , e questo avanzo , che di vila
Iddio mi lascia , spenderlo in profitto dell'ani-
ma. Così , soggiunse il Pievano , spero che tu
arai agio di fare da qui innanzi mercè di co-
lui , che questa nolte albergasti. Dicoti , re-
plicò alterato e confuso V oste, ch'io non al-
bergai veruno; la intendi ? e vatti con Dio.
Era in questo mentre sopraggiunta Monna
Ceca a la quale inteso del loro altercare il mo-
tivo ,i cominciò anch'essa a giurare e protes-
\
PADOVANO. l65
tare , che non aveano veduta persona. Final-
mente parendo a Messere Io Prete , che an-
dasse un po' troppo la cosa in là , disse loro :
Io non so , fratelli miei , perchè queste pro-
teste , e questi giuri soverchi voi meco vi fac-
ciale : credo per volermi forse con la novella
tanto lieta , quanto voi vi sapete, d'improv-
viso sorprendere ; e sovvene grado. Ma sap-
piate , che 1' ospite , che voi in casa avete ,
fu jeri prima da me , che a voi venisse e diem-
misi a conoscere per quel eh' egli è , e abbrac-
ciailo mille volte e baciailo quanto teneramente
voi vel potete credere. Me ne consolo con voi :
vel benedica signore Iddio per conforto e sol-
lievo della vostra vecchia j a , e della mia an-
cora. Sbigottiti ambedue a tai parole , fu la
prima la vecchia , che quasi di ciò eh' era ,
presaga esclamò : ahimè chi era egli cotesto
ospite , che tu dì ? Non è egli , soggiunse
D. Puccio, il vostro Vico , il mio caro figlioc-
cio, da tanti anni mancatovi ? Ma che è cotesto
vostro smarrimento? ahimè che veggio ! Non
avea egli questi parole finite, che da una parte
cader vede svenuto Niccola , la Ceca dall'altra
ficcarsi furibonda nella gola un coltello, e con
urli orribili stramazzando a terra versar fuori
col sangue Y anima. Come a tale spettacolo si
rimanesse il buon Pievano, non è da dire; non
i€6 NOVELLE,
sapendone indovinar la cagione , né potendosi
dall' altro canto mai ciò che di fatto era , im-
maginare. Attonito, sbalordito, smemorato ora
il vecchio intorno rivolgevasi per aitarlo , ora
sopra la vecchia svenata fissava il guardo. Fin-
ché in disperate grida prorompendo fece , che
Accorsero molti popolani; e rinvenuto già es-
sendosi Niccola , messo un alto strido: Ahimè
sciaurato gridò, che feci mai ! A che trassemi
la ingorda cupidigia ! Quell'ospite, che tu dì,
ch'era il mio figliuolo, quello noi abbiamo
svenato di nostra mano per rubargli i danari.:
Io la moglie stimolai a segargli la gola ; io
sono del fìglicidio 1' autore : ah non merito
più di sopravvivere. E agitandolo le furie
della malvagia coscienza , aveva già dato di
piglio a quel ferro istesso , che messosegli
dattorno non cheilPrete, tutta la gente con-
corsa , nel trattennero , e trattogli di mano
il coltello cominciarono tutti a rinfacciarlo ,
a sgridarlo , e con amari detti a confonderlo ;
e dieronlo finalmente in poter della pubblica
autorità , perchè pagargliene facesse il meri-
talo supplizio. Fu pertanto la iniqua donna,
come dalla Chiesa smembrata, j-ol (errala in una
campagna ; e 1' uomo slrozzato dal carnefice
su d'un patibolo nella gloriosa città di Vinegia:
e fatto in pezzi il cadavere , esposto al solito
MAGALOTTI. 167
perii canale più frequentalo della laguna ad
esempio e specchio de' malvagi viventi , e dei
maladetti avari specialmente , che Iddio ne
spegna la abbominevole razza.
MAGALOTTI.
Gli amori innocenti di Sigismondo conte
d'Arco con la principessa Claudia Felice
d' Ins prudi.
Giace nella sommità di Rua, notissimo moti- (,£
te d'Euganea , chiuso fra densi alberi , un soli-
tario albergo di penitenti eremiti. L' altezza
del sito, che sovrasta non solo a fioriti colli ed
amene villette, ma a molte illustri città, com-
pensa colla varietà degli oggetti la solitudine di
quell'Eremo, che aggirandosi intorno alla cima
del monte,con più strade coperte di drittissimi
pini, è tutto pieno di un orrore sacro e religioso.
E vietato alle donne l'entrarvi , fuorché un
sol giorno ne' principj.di autunno, nel quale
però non è loro permesso di penetrare nelle
parti più segrete e più interne, ma solo nel
tempio e' in certi luoghi vicini. Soleunissima è
la pompa di questo giorno , perchè da ogui
parte vi concorrono le più vaghe dame splen-
l63 NOVELLE.
dida mente adornate, sopra bellissimi eavalli,
che a gara l'ima dell' altra si studiano a fregiar-
si di nastri e di piume , accompagnate dal fiore
della nobiltà , che nella più leggiadra maniera
si affatica di comparire ad accrescere l'allegrez-
za di giorno sì lieto. Ma non fu più magnifica
d'allora , che madama Soranza, moglie d'uno
de' rettori di Padova , per divertire la tristezza
cagionatale dalla morte pochi giorni innanzi
seguita del figliuolo suo primogenito , ritornalo
pur allora di Francia, nel fiore dell' età e delle
speranze , salì con nobilissima comitiva di da-
me e di cavalieri sulla cima del monte. La splen-
didezza dell' apparato e l'abbondanza di un
convito lautissimo s'affacevano più alla gran-
dezza di quel genio che gli apprestava, che al
genio stesso del luogo. Neil' ore più calde si ri-
tirò madama seguila dalla sua compagnia al-
l' ombra di alcuni abeli foltissimi in sito mollo
eminente, donde scopriva un tratto lunghissi-
mo di paese. Quivi fomentando la natura del
luogo solitario ed opaco la sua intensa melan-
conia , cominciò a commendare di modo la
tranquillità di quella vita separala da tutte le
cure mondane, che parve che ella ben l'avreb-
be anteposta alla dignità ed alla gloria di co-
Jn\ mandare/ ed internandosi alquanto nella cor
Jfi^^ siderazione della vanità delF umane graiidezs
cori-
zze
MAGALOTTI. l6q
e della quiete di quel ritiro innocente, udì par-
lare fra' suoi cavalieri della strana , ma costante
risoluzione d'un giovine nobilissimo, che avea
anteposto la povertà e la solitudine di quell' ere-
mo ad abbondanti ricchezze di una famiglia
chiarissima , ed alla frequenza delle più magni-
fiche corti-dei mondo. Sentì ella subito rapirsi
ad una tacita approvazione di questo generoso
rifiuto; e come quella che era ormai avvezza a
giudicare dell' inconstanze della fortuna e delle
umane vicende, desiderò ardentemente di ve-
dere il giovine eremila, che dal superiore del
luogo le fu subito condotto innanzi. Traluceva
ira la rozzezza dell'abito la nobiltà dell'aspet-
to; e in una età molto tenera, fra i pallori
di un volto languido e smorto , risaltavano i
lineamenti di una beltà meravigliosa. La mo-
destia e l'umiltà del portamento ben corrispon-
devano all' istituto della vita che s'aveva eletta ;
ma non però scompagnato dalla civiltà , che
convenivasi a signora di sì alto grado ed a sì
nobile compagnia. Madama che maravigliosa-
mente gentile e di grande animo era , dopo di
avergli mostrala molto distinta cognizione del-
la sua nascita , e di avere acconciatamente lo-
data la sua magnanima risoluzione, renduta
certa che vi si ascondevano altissimi motivi, in
parte anche accennati dalla fama ; lo pregò mol-
8
170 NOVELLE. |
lo discretamente a raccontargliene il veroJPro-
CLirò di sottraisene il giovane, con attribuirlo
ad ispirazione e chiamata divina, nel che per-
*^H sistendo , il superiore , uomo vecchio, e partilo
dal mondo in età mollo avanzata, e però lon-
tano da certi scrupoli vani,dopo di averlo per-
suaso che non fosse da vergognarsi di palesare
le deholezze della vila passala, mostrandone
pentimento con l'emenda della presenle, ma
che anzi s'avesse a predicare la misericordia di
Dio, che c'illumina per uscire dalle tenebre de-
gli errori, finalmente gli comandò che in pe-
nitenza de' suoi falli giovanili sopportasse la
pena di raccontarli. Abbassò il giovane in segno
di obbedienza la fronte; indi composto il volto in
una modesta sicurezza, così cominciò a parlare:
Ben conviene alle mie passate leggerezze la
pena di rammentarle pubblicamente , e a que-
sta e troppo discreta e troppo nobile compa-
gnia , per riportarne il biasmo che elle meri-
tano. Ma giacché 1' obbedienza rompe il freno
posto alla mia lingua dalla vergogna , io piego,
Madama , con tutto il mio cuore 1' Eccellenza
T0*stra , e questa illustre comitiva a non usai e
della consueta bontà , ne a volere scusare in
parte colla considerazione delle debolezze uma-
ne il mio , non dirò soverchio ardire , ma
sconsigliata e pazza temerità.
1 MAGALOTTI. 171
Io fui Sigismondo , conte dP Arco , unico
rampollo di questa casa , posseditrice per
lunga serie d' anni di molte illustri signo-
rie ne' confini di Germania e d' Italia. Mio
padre morì , lasciandomi ancor fanciullo ;
mia madre rimaritatasi , fui allevato nella
è
corte della vedova Arciduchessa d* Inspruch f
mia naturai signora , in qualità di pao-gio
d' onore. La mia età e la mia sciagura ri-
trovò tanta compassione nell'animo di questa
buona principessa , che ella mi riguardò sem^
pre piuttosto con occhio di madre che di pa-
drona , prendendo di me . come di figliuolo ,
una cura particolare. Ella mi die per compa-
gno alla principessa Claudia Felice, unica sua
figliuola, di età in tutto eguale alla mia , che
allora non eccedeva i sette anni ; e seco assai
famigliarmente vivendo , la domestichezza ,
che anzi doveva scemare crescendo gli anni ,
con essi al pari cresceva. Che vi starò io , ma-
dama , a mascherare il vero con apparenze
bugiarde? Io fui così folle , che a poco a poco
cambiai la confidenza in amore , il quale tanto
più si andava di giorno in giorno accrescendo
quantochè non pareva che dispiacesse punto
agli occhi della principessa già avvedutasi di
essere amata. E se io posso dire una verità che
gli effetti hanno poi comprovata , senza ac^
8.
1^2 NOVELLE.
quistarmi presso di chi m' ascolta maggior
nota di temerità, di quella che io mi avrò finora
guadagnata colla confessione di aver osato
di alzare gli occhi verso la mia sovrana ; io
dirò , che la stessa mia sovrana non isdegnò
abhassarli verso di mei Avevamo già compiti
ambedue quindici anni , ed ella era riuscita
così meravigliosa e nelle doti dell'animo,
e nelle qualità della persona, che non solo non
era chi F eguagliasse di fama , di virtù e di
bellezza in Germania , ma in tutto il resto
d' Europa. I ritratti del suo volto , e dipinti
sulle tela , e delineati sulle carte , sono volati
dipoi quasi per tutti gli angoli della terra j
uè vi è certamente , fra chi m' ascolla , alcuno
che abbia bisogno di udire dalla mia bocca
la descrizione di una bellezza co.>ì conosciuta.
Quello io narrerò , che il pennello o 1' arte
non può esprimere , cioè a dire i tratti mara-
vigliosi del suo spirito , così pronto e così vi-
vace ? che in un momento , intendeva , distin-
gueva e deliberava con islupore dei più pru-
denti e de' più consumati. 11 suo portamento
era composto di una grave piacevolezza _, ed in
ogni sua azione ritenea sempre quella maestà ,
colla quale , come con un carattere partico-
lare , pareva che Dio l'avesse distinta. I suoi
piaceri erano tutù innocenti , e tra questi la
MAGALOTTI. 175
musica il più frequente ed il. più caro. , nella
quale aveva maravigliosamente profittalo , par-
ticolarmente nella più flebile , che più s' affa-
ceva al suo genio. Io V ho veduta più volte
cantando in luogo solitario , lontana dallo
strepito della corte , sopra finte sciagure spar-
ger veraci lagrime i per una certa sua tenera
inclinazione , che le faceva trovar diletto negli
argomenti di dolore. Anzi il suo genio pre-
sago , interrogando sé stessa sopra le-vicende
della sua fortuna futura , le dettò un giorno
un' infelice profezia in pochi versi , quali ella
solea cantare così flebilmente, che cigno mo-
ribondo mai riempì riva di più mesta e più
soave armonia. Cresceva in me la passione e la
cognizione del mio dovere, onde io amava
più di giorno in giorno e più mi accendeva ,
che non bisognava amare. Oh quante volte
ho presa a sdeguo la mia presunzione! e quante
ho disposto di ritornare in me stesso ! ma il
troppo grande arbitrio , eh' io concedeva agli
incauti occhi miei, rovinava con uno sguardo
le più forti risoluzioni ; onde riconoscendomi
troppo debole per resistere a fronte di una
bellezza per me fatale , e prevedendo ciò che
ne poteva succedere , se allentate le redini
all' appetito più oltre mi avessi lasciato tras-
portare , deliberai di fare sì che la prudenza
2 74 VOVELLE.
moderasse i moti troppo violenti di un incli-
nazione ormai cangiata in natura. Mi ritirai
dai frequentare gli appartamenti della princi-
pessa , in quelP ore che r obbligo della corte
potea dispensarmene ; e per colorire di qualche
onesta apparenza tal mutazione , mi diedi con
maggiore sollecitudine di prima a tutti quegli
studj che, proprj della mia età e della mia con-
dizione , potevano darmene un onoralo pre-
testoJ~£-a cavallerizza , la scherma e gli altri
esercizi militari occupavano la maggior parte
della mattina. Il tempo che avanzava nel ri-
manente del giorno era destinato allo studio
delle lingue , delle matematiche e della geo-
grafia , riserbandomi , come per divertimento
dell' ore oziose , il ballare , il suonare , ed altri
simili ornamenti della corte. Così comincia-
rono a passar le settimane intere senza che io
mi ritrovassi in alcun segreto congresso colla
principessa non che a' solili giuochi e diverti-
mene : la quale finalmente un giorno che io
tornava anelante in viso ed alquanto sudalo
dal maneggio, motteggiandomene in pubblico,
mi ricercò donde procedeva cosi subita e così
fervorosa applicazione alla fatica e alla virtù.
Io risposi prontamente , procedere dal desi-
derio di divenir tale, che veramente meritassi
di esser servidore di Sua Altezza*, e con un prò-
MAGALOTTI. 1 jB
fondissimo inchino mi ritirai , senza lasciarle
opportunità di replicar cosa veruna. Conti-
nuando io in questo tenore di vita , quantun-
que con molta pena , avvenne che la corte
passò a godere per qualche giorno la libertà
della villa , in un luogo amenissimo che hanno
i principi poco distante dalla città , dove ,
tolte quasi affatto le solile occupazioni , mancò
per conseguenza il motivo della mia aliena-
zione. Fu però facile a madama la principessa
il sorprendermi solo in un viale del giardino
che conduce in un boschetto , verso il quale io
era incamminato ? quando me la sentii im-
provvisamente alle spalle. Mentre io m' appa-
recchiava per dovuto ossequio a ritirarmi , ella
mi comandò di doverla seguire, ed innoltra-
tasi alquanto più verso il bosco , composto il
viso in una seria gravità : Conte , mi disse , voi
meritate bene che io sia altrettanto benigna
e generosa , quanto voi siete savio e discreto.
Voi non mi potete celare la causa per cui vi
siete ritirato dalla mia conversazione , né io
posso più lungamente dissimulare di cono-
scerla. Non vi turbate però per questa mia no-
tizia , perchè ella vi sarà sempre vantaggiosa ;
ed affinchè voi ne siate sicuro , uditemi , e ri-
cevete il premio che merila la vostra modestia,
E perchè in dir ciò ella si senti alquanto arros-»
\
(h
376 NOVELLE,
sire , e vide che io l'aveva osservata , cosi ripi-
gliò. Questi rossori , o Sigismondo , procedono
più tosto dal non essere io avvezza a così falli
discorsi , che da vergogna di far in ciò cosa
che possa disdire alla mia qualità. Io non so
se sia convenevole ad una principessa il per-
mettere ad un suo vassallo di amarla ; io so
bene che se alcuna può meritare di esser com-
patita , io son dessa. La nostra amicizia è nata
insieme con noi , ed io posso dire d' aver tro-
vata nell' animo mio 1* inclinazione per voi ,
più tosto che d' averla introdotta. Adesso io ce
la sento radicata in modo , che incomincio
a crederla una porzion di me stessa , ed ella mi
pare così giusta e così innocente , eh' io pensi
anzi a stabilircela, che a cacciamela. Ricevete
dalla mia bontà e dalla mia gratitudine la con-
fessione eh' io vado facendovi della parzialità
che ho per voi. Io poteva dissimularla per
sempre j o assicuracene a poco a poco 5 ma ho
voluto render questa giustizia alla vostra virtù ,
col darvi in questo punto la felicità di cono-
scerla , e di viverne sicuro per l'avvenire.
Io ve lo dico adunque, Sigismondo, io vi amo,
e benché velo dico con rossore, lo dico però sen-
za vergognarmene punto. Se lo scettro del qua-
le io sono erede fosse liberamente nelle mie
mani, lo porrei nelle vostre; ma son sicura
MAGALOTTI. 177
che voi farete più conto del mio cuore che de'
miei stati. Di questi disporrà la fortuna , del
mio cuore disponete voi da qui innanzi , ch'io
vi conosco abbastanza, per giudicarvi incapace
di abusare dell' arbitrio eh' io ve ne do. Prima
che la principessa finisse questo discorso, io
m' era gittato a' suoi piedi pieno di confusio-
ne, né sapendo trovar parole opportune al bi-
sogno , stava baciando il lembo delle sue vesti;
quand' ella mi obbligò ad alzarmi , porgendo-
mi benignamente la mano. Io, presala e bacia-
tala, Madama Serenissima , le dissi , se questa
fosse la prima prova eh' io avessi delia clemen-
za di V. A. crederei certamente che questo fosse
uno scherno ed un rimprovero alla temerità
concepita dal mio cuore e condannata dal mio
giudizio*, ma l'esperienza vuol pure eh' io cre-
da a questa incredibile e divina pietà, colla qua-
le l'A. V. sollevandomi dall' abisso delle mise-
rie , vuole innalzarmi alla cima dell' umana
felicità, fo non aspirai mai ad altro che alla
gloria di morire servidore di V. A. , come sono
nato; e però non ho alcun sentimento per lo
scettro che le appartiene, il quale dovrà riporsi
nelle mani di un re. Io son contentissimo di
vedere che non v'abbia qualità alcuna in V. A.
ehe non sia reale ; ma vorrei che la sua nascita
non fosse tale, perchè non fosse superiore alla
8.,
jjS NOVELLE.
mia. Io fo più caso di quello che ella si degna
donarmi , che di tutti i regni della terra ; e mi
dorrei Iroppo di me slesso , se avessi potuto
parer cosi vile agli occhi di V. A. , che ella
avesse da dubitare eli' io fossi per anteporre una
piccola parte della sua grazia alla più illustre
corona del mondo.
Io avrei per avventura continuato a dire
qualche altra cosa , se un gruppo di damigelle
e di cavalieri di Madama la principessa non
fosse comparsa ad impedirmelo ; e pei ò tronca-
to il discorso, la seguitai, mentre erasi mossa ad
incontrar coloro che venivano lietamente scher-
zando. Quei pochi giorni che la corte si trat-
tenne in campagna , furono consumati in
caccie , in feste e in mille altri divertimenti
il miglior de' quali per me fu il servire conti-
nuamente la principessa , ripigliando la fre-
quenza e dimestichezza di prima. Io era già
uscito dal numero de' paggi , e passato ad una
delle cariche più ragguardevoli fra i cavalieri;
ed essendo nota V educazione avuta insieme
colla principessa, e la bontà con la quale ella
mi trattava pubblicamente, io era considerato
con qualche distinzione alla coite. La Serenis-
sima Arciduchessa , appresso la quale era il go-
verno e la somma delle cose , non aveva mag-
gior cura che di tener divertila la principessa ,
3frÀGA10Tm 5)f9
di natura assai melanconica ; perlocne ordinò
in uno di quei giorni una caccia solennissima 7
che fu apparecchiata con magnificenza reale.
V intervennero le principesse e le dame tutte
della corte in abito d'amazzoni, con gran ci-
mieri di piume in testa , e su quelle dei loro ca-
valli. La principessa Claudia Felice vi compar-
ve sopra un corridore velocissimo, di colore
©scuro, da essa voluto col solo ornamento di
un mazzo di penne d'arioni in fronte, vestita
d'un abito leggiadramente sciolto, e proprio
per quella occasione.
All'entrata del bosco, come che io le stava
sempre al fianco , così ella mi si accostò; sic-
ché potè accennarmi , senza esser intesa da
alcun altro, il desiderio eh' ella aveva di segna-
larsi con qualche preda che riportasse il vanto
di quella caccia, lo me le strinsi tosto vicino ,
e dividendoci dall' altra turba , e' inoltram-
mo nel folto del bosco,- dove era il mag-
gior numero delle fiere 5- e senza badar punto
a cervi, a daini e a$ altri misti animali, ci
avanzammo ad attaccare un cignale grandissi-
mo, che ci veniva incontro cacciato da alquan-
ti cani, lo, ehe volli lasciar l'onore a madama
la principessa , le diedi campo d' investirlo
sulla fronte con un colpo d'accetta, col quale
ella lo ferì mortalmente, ma non l'uccise; eia
loO NOVELLE.
bestia trafitta e assediata da' cani , non veden-
do adito alla sua fuga, se le spinse furiosamen-
te addosso con tant' impeto , che essendole ,
per il disordine in cui s'era posto il cavallo,
riusciti vani due colpi di pistola scaricatigli
contro, era ridotta in grandissimo pericolo
della vita. Correvano per soccorrerla alcuni
dei cacciatori che ci seguivano a piedi, ma
erano troppo lontani per giungere a tempo. Io
appena reso capace del rischio , mi gettai da
cavallo , e con la spada in mano mi lanciai tra
il cignale e la principessa, e con felice successo
passandolo da parte a parte, lo misi morto a'
suoi piedi. Ella , senza esser punto commossa
da quella , per cui io era estremamente smar-
rito : conte , mi disse , è gran vantaggio il darsi
a voi perchè sapete difendere molto bene le cose
vostre. Madama , io risposi , chi non saprebbe
vivere combattendo per la salute di V. A. ? In-
tanto sopraggiunsero i cacciatori, che levarono
di là, dove ella giaceva, la morta fiera, portan-
dola come in trionfo là dov ? era col grosso della
caccia la Serenissima Arciduchessa. Questa, che
già informata deli* accidente , era ancora an-
siosa e sbigottita, tramortì quasi alla vista
dello smisurato animale, : vedendo poi com-
parire la principessa seguita da me, e da molti
altri, che a quella nuova si erano posti in trae-
MAGALOTTI. l8l
eia dì lei , cambiata in giubilo la tristezza , la
ricevette con maravigìiosa festa, ricompensan-
do il piccol servigio da me rendutole in quell' in-
contro con atti troppo generosi di clemenza e
di gratitudine. Finì dopo molte stragi la cac-
cia , e con essa i divertimenti della campagna.
Tornata la corte in città io tornai a' solili
esercizj, ma non per questo lasciai, come dap-
prima , di frequentare gli appartamenti di
madama la principessa, vedendo che la mia?
debolezza trovava pietà , non che scusa , ap-
presso di lei. Ella, continuandomi la solita be-
nignità , mi dava in tutte le occasioni vivissime
testimonianze della considerazione che si de-
gnava di aver per me, a segno di non celarmi
alcuno de' suoi anche più importanti segreti,
ed essendosi proposto in guesti giorni il suo
maritaggio col ducaersazioni e i divertimenti mi
divennero così nojosi ? che tanto solo prenden-
MAGALOTTI. igi
done , quanto richiedeva la necessità , inco-
minciai a farmi pallido , magro e così svo-
gliato , che in breve tempo caddi infermo.
Una lenta febbre consumandomi a poco a po-
co , ridussemi a tale, che sì cominciò a dubitare
della mia vita.
Io non vi dirò le diligenze usate da' medici ,
né la cura d' Augusta , per risanarmi. Datevi
pure a credere che , quanto può l' industria
umana , s' adoprasse , e quanto la pietà , non
d' una regina , ma d' una madre : ella mi fa-
ceva visitare ad ogni momento , mi regalava
di tutto ciò che potea confortare un amma-
lalo , mi consolava con ambasciate le più
cortesi e le più obbliganti del mondo. Ma fi-
nalmente continuando il malese scemando
ogni giorno di forze , l'infermità di pericolosa
si fé* mortale , e mi condusse agli estremi. Il
mio vivere ristretto non più a giorni , ma ad
ore , andava avvicinandosi al fine , né pero
mancava in me la solita prontezza di spirito,
mancando la vita; ma morendo, io intendeva
e parlava , come se fossi stato sano e robusto.
Vi giuro che '1 morire non mi dispiaceva , ma
ben mi dispiaceva il morire senza vedere per
T ultima volta l'Imperatrice.
Io stava immerso in questa dolorosa e mesta
considerazione, fisso in un suo ritratto, che
/
192 NOVELLE.
con quello di Cesare e degli altri principi del-
l' augustissima casa adornavano la mia stanza,
e lo avevo posto direttamente in faccia alleilo;
quando sento farsi rumore nel? altre camere,
e ad un tratto, alzata la portiera, veggo entra-
re rimperatrice. Non è possibile eh' io vi dica i
movimenti dell' animo mio a così inaspettata
comparsa. Io stesso non gli seppi intendere, che
gli provai. So ben dirvi che mai non fui più
vicino a morire che in quel punto; e forse io
moriva , se la voce di S. M. non richiamava
1' anima fuggitiva ad ascollarla ; poiché acco-
statasi al mio letto , mi disse: conte, voi volete
dunque lasciarci ? Io vengo a dirvi che s' ha da
vivere, ed a recarvi di mia mano la salute, che
non sanno darvi tanti medici e tanti rimedj.
Su via, prendete questo eh' io vi porto, e non
dubitate. Ella teneva in mano un' ampolla, e
non volendo neppur soffrile eh' io la ringra-
ziassi di quell' eccesso di clemenza, ne versò po-
che gocce in una tazza d'oro, e me la porse,
ordinandomi eh' io le bevessi. Bevvi , e non
so se per virtù della medicina , o di chi la som-
ministrava , mi sentii rinvigorire in maniera,
che riconoscendosi il mio subito miglioi amen-
to, l'assicurai dalla soviana Mia benignità rice-
vuta la vita. Di che mostrandosi ella assai lieta,
dopo d'avermi richieste più cose intorno al mio
MAGALOTTI. l(p
male, e più dette per mio conforto, fattasi più
vicina, mi disse in voce assai sommessa , che
non potesse essere intesa da alcuno de' circos-
tanti . allontanatisi per riverenza : conte mio,
so molto bene che '1 vostro male è malinconia :
scacciatela, e stale allegro, e vivete per amor
mio. Ciò delto , ella si partì , lasciandomi l'am-
polla del liquore da lei recato eh' era un pre-
zioso elisire, mediante il quale, e l'allegrezza
introdottasi nel mio cuore per quella visita, io
mi ridussi ben presto non solo fuor di pericolo,
ma senza febbre. Guarito eh' io fui perfetta-
mente, ritornai alla vita di prima assai solita-
ria e ritirata, per quanto poteva permettere la
corte. Ed io sentiva nell' animo mio una occul-
ta afflizione, che m'ispirava pensieri tristi e fu-
nesti , senza intenderne la ragione. Perchè
sebbene io amassi estremamente l'Imperatrice,
non era però che l'amor mio uscisse dai confini
del debito ossequio, uè che egli mi producesse
alcun desiderio nemico del mio riposo; che
anzi io mi trovava così contento di vederla
collocata in quel!' altezza d'ogni umana felici-
tà, che non avrei saputo concepir tanta gioja di
qualunque altra mia più sospirata consolazio-
ne. Pure m' era di sì fallo modo entrata nel
cuore questa fatale inquietudine , che senza
aver motivo alcuno d'esser dolente, io era nu!-
9
19fc NOVELLE.
ladimeno infelicissimo. Ohimè che le cose di
poi seguite hanno con troppo infausta dichia-
razione comprovali per legittimi i miei ram-
marichi, e svelatane la dolorosa cagione che io
allora non intendeva. Standomi dunque in tal
guisa di mala voglia, vergendomi l'Imperatrice
risanalo bensì del corpo , ma non dell' animo,
comequella ch'era sollecita della mia intera sa-
3ute,chiamommi un giorno a sé fra l'ombre d'un
suo giardinetto, e premesso qualche discorso
sopra il mio stato, e la profonda malinconia
alla quale m'era abbandonato , così mi disse :
non è più tempo, conte d'Arco , di consumarvi
inutilmente, né io debbo permettere che la
vostra passione finalmente vi uccida. Mi ricor-
do assai bene di quello eh' io vi ho promesso,
né so pentirmene; e perchè vedo che la sicu-
rezza che avete della mia grazia e del mio affet-
to, non basta a farvi conlento, ho deliberato
di rintracciare la vostra consolazione per altra
strada. Non vi starò a dire che la necessità e
l'impossibile Steno due gran mezzi per acquistar
salute ne' maii dell'animo, nò mi spiegherò più
chiaramente sopra quelle considerazioni, eh' io
sono ben persuasa che la vostra prudenza, non
solo v' abbia molte volte suggerito , ma vi tenga
del continuo elevanti agli occhi. Che dunque
pensate, o conte, e che risolvete? di vivere e
MAGALOTTI. ig5 /
felice rffolga Dio eh' io losopporti.-^7u^
di morire infelice?ffoIga Dio eh' io losopport..
Voglio che Tesserini caro, quanto mi siete, vi
partorisca altri frutti della mia propensione ;
e sarei troppo ingrata, se permettessi che il ser-
virmi con più fede, e con più affetto degli al-
tri , vi producesse effetti j^eggiori, che non fa-
rebbe ad altri la mia disgrazia. Voi siete unico
sostegno di casa vostra, e in età che già vi ri-
chiama a pensare di stabilirla con figliuoli. IL
prender moglie sarà un efficace rimedio per di-
vertire la vostra fissa malinconia. Di molte
dame che sono in questa corte e in Germania,
guardale qual più vi piace, scegliete persona
che sia di vostro genio e non altro; che Pac-
compagnarla delle più vantaggiose circostanze
sarà parte di chi può e sommamente brama
beneficarvi. Taciutasi l'Imperatrice , io stetti
alquanto pensoso, e quasi attonito . con gli oc-
chi fissi in terra, e alzatili finalmente verso di
lei, mandando innanzi alle parole un profon-
dissimo sospiro, le risposi così : se fosse in mia
mano l'esser lieto , com' è in mio potere il dis-
tinguere sin dove convenga ai miei pensieri
d'inoltrarsi , creda pure V. M. che io sarei al-
trettanto felice quanto sono moderalo; né res-
terebbe a lei da dolersi, che i suoi beneficj ,
gettati in terreno infecondo, non rendano il
frutto aspettato ; ma perchè è sorte universale
9-
196 NOVELLE.
che niuno in terra viva compiutamente felice,
non mancando a me alcuna parte dell' umana
felicità , perchè intera la contiene la sua cle-
mentissima grazia, così profusa verso di me;
vuole il mio destino che io divenga un soggetto
incapace di ricevere il bene , che per sé stesso
mi farebbe felicissimo. Come poss' io contras-
tare col mio destino che mi vuol misero ? Pera
V anima mia , se io so dire a V. M. qual cosa
ni' affligga : so ben dirle eh' io sono il più af-
flitto di tutti gli uomini. Ma come che io
confesso gravissimo il mio male , peggiore an-
cora è il rimedio che V. M. mi propone : mi
dispiace assai meno la mia agitazione presente ,
che la più soave tranquillità acquistata per
un mezzo, per cui ho tanta avversione; e poi-
ché ella così benignamente ni' esprime la sua
imperiai propensione a compiacermi e giovar-
mi , prostralo a suoi augustissimi piedi, cinedo
per sommo e supremo beneficio , ch'ella mi
lasci in libertà di rifiutarlo. Che dunque , ri-
pigliò turbala l'Imperatrice, non debbo io
gustare il piacere di vedervi contento? Sì, mia
signora , risposi prontamente , quando Dio
vorrà esaudire i miei \ o l i . Quai sono , riprese
ella ; quali sono ? io replicai , di restituirmi
a quella morte , alla quale V. M. m' ha tolto
poc' anzi j e in ciò dire, non bastando tutta la
MAGALOTTI. Ì97
forza del cuore a sostener l' impeto della pas-
sione , che vinse gli argini del rispetto e della
costanza , io proruppi in un gran pianldiAh , ■
Sigismondo, esclamò allora tutta adirata 1 Im-
peratrice , che mai mi dite ! è questo il palio
che abbiamo fra noi , col quale vi siete obbli-
gato di non partir da me ; ed ora pensate
d' abbandonarmi per sempre ? In che ho io
mancato, onde dobbiate mancarmi? Non v'ho
io mantenuta la parola che vi diedi fedel-
mente ? Ali ingrato Sigismondo ! voi ricono-
scete troppo male il dono che vi ho fallo, e do-
vria pur contentarvi 5 se il vostro amore s'asso-
migliasse al mio.' Questa sola espressione non
basta a cacciare ogni tristezza dal vostro cuore?
Riflettete alla mia qualità, considerate alle mie
parole , e continuate ad esser misero, se potete.
Ho avuto sinora tale e tanta fiducia in voi ,
eh 10 mi son promessa ogni pra pronto servi-
gio. La vostra vita m' è cara al pari della mia
propria : la vostra afflizione turba la mia
tranquillità : vi bramo vivo e lieto. Se amate
di compiacermi , ingegnatevi di cacciar da voi
questi importuni pensieri; altrimenti mi da-
rete occasione di giudicar sinistramente della
vostra passione e della vostra obbedienza. Ciò
delto , mi porse cortesamente la mano affine
198 KOVELLE.
eh' io la baciassi , come feci con ogni ossequio
ed affetto ; e, senza aspettare altra risposta,
ritirassi nelle sue stanze.
Io da quel giorno , sebbene non isradicassi
dal mio cuore la concepita tristezza , posi non
dimeno ogni mio studio a dissimularla , e dis-
correndo meco stesso , io trovava veramente
onde convincermi d'ingratitudine e d'indis-
cretezza. Disposto però a voler del tutto mutar
maniere , ripigliai con molto ardore il caval-
care, ]' armeggiare, la caccia e le conversazio-
ni , nelle quali io procurava di dimostrarmi
quanto più poteva allegro e festoso \ ed incon-
trando in tal modo il gradimento dell'Impe-
ratrice e il genio di Cesare , io avanzava sem-
pre più nella grazia e nel favore d' ambedue.
Però come accade bene spesso, che un uso in-
trodotto da qualche rispetto s'insinua col tem-
po negli animi, e passa in costume ; cosi av-
venne che questo tenor di vivere, sviandomi
da me stesso, mi tolse dalla fantasia gran parte-
di noja : onde io menava in effetto una^vfl
assai rimessa e tranquilla. Mentre le cosc^rj
ricomposte in questa felice calma , e^
presa l'Imperatrice da occulta indisposiz^oH^ 5
nel suo principio assai mite , ma troppo oimè
funesta nel suo progresso ! La febbre leggiera
MAGALOTTI. l$g
e breve non dava a' medici alcun timore ; ma
il viso deli' inferma pallido e magro , gli occhi
languidi , il corpo indebolito oltre modo , e ,
più di tutto , il cuore presago di quel che av-
venne, riempivano me d'incredibile spavento.
Passarono più mesi senza che i rimedj le recas-
sero alcun miglio] amento ; anzi di giorno in
giorno scoprendosi il male più pertinace, e dis-
cordando i medici fra di loro, e circa la natura
del medesimo, e circa il modo di curarlo 9 deli-
berò l'Imperatore, ansiosissimo di sua salute, di
chiamare sino della vostra Padova il Gianforti ,
medico anche in Germania di chiarissima fa-
ma , molto confidando nel suo sapere ed espe-
rienza. Giammai uomo fu aspettato con mag-
giore ansietà ; ma quella di ciaschedun altro ,
quantunque grandissima , perde il nome di
sollecitudine in paragon della mia. Oh quante
volte andai , vinto dall' impazienza , fuori della
porta d' Italia parecchie miglia con isperanza
d' incontrarlo ! Giunse finalmente , ricevuto
un oracolo , la cui voce stabilire dovesse
initare le speranze della pubblica con-
e. Udì le varie opinioni de' medici ,
funi de' quali giudicavano l' indisposizione
più lunga che pericolosa : altri facendone mag-
gior conto , l' avevano per grave , e di cura
molto difficile. Visitò l'Imperatrice , ed esami-
200 NOVELLE.
nate diligentemente le circostanze del male,
non solo ne fece pronostico infelice , ma ri-
strinse la di lei vita a pochi giorni. Chi vi potria
dire 3 Madama , 1' orrore che cagionò in tutti
annunzio così funesto , uscito da persona di
tanto credilo ? E come potrei io spiegarvi la
desolazione dell' animo mio ? Permettetemi , vi
supplico, ch'io passi con tutta la velocità sopra
questa ultima parte del mio racconto. Basta eh'
io vi dica essersi pur troppo verificato il presagio
infausto,perchène'giorniseguenti l'Imperatrice
peggiorò di manieracene si ridusse agli estremi.
Or chi potria credere che la clemenza di
quell' anima eccelsa , anche in quegli ultimi
momenti della sua nobile vita , si ricordasse
del mio fedele ossequio, e pensasse a rimune-
rarlo ? In tutto il tempo della sua malattia
io ebbi occasione di vederla sovente , come
quegli ch'era il più domestico de' suoi servi-
dori; ed ella talvolta riguardandomi languida-
mente } mi diceva qualche tronca parola , in-
dicante che l'animo suo era pur troppo pre-
sago di quel che avvenne. Appressandosi final-
mente l'ora fatale del suo morire noi fé' chia-
mare a sé in presenza dell'Imperatore , che in
quegli ultimi giorni mai si partì dal suo letto ;
al quale essendomi per comandamento suo
avvicinato con volto anzi giocondo che no :
MAGALOTTI. 201
Conte caro , dissemi , io voglio vedermi per
t'ultima volta prima d'andarmene dove mi
• chiama la misericordia di Dio. Alle quali pa-
role ed alla vista compassionevole di quella
pallidezza mortale , prorompendo io in un
dirottissimo pianto: Ah vi spiace , soggiunse
ella , ch'io vada co' beati a regnare in para-
diso ! Là io vi renderò il premio della vostra
fedel serviticene '1 mio breve vivere vi toglie in
terra dalla mia gratitudine, ma non da quella di
S. M. mio sposo e mio signore. Io gli ho già
cordialmente raccomandato tutti i miei buoni
servidori, fra' quali egli sa bene che e per ori-
gine, e per fede, e per merito di continua
e pronta obbedienza voi occupate il primo
luogo. Indi a lui rivolta , così proseguì : Io vi
prego, mio amantissimo signore, d'allegge-
rirmi alquanto il dolore eh' io sento di morire
senza lasciarvi alcun pegno delle mie viscere ,
con degnarvi di ricevere dalla mia mano que-
sto, che io vi do in luogo di tìglio ; più altre
cose soggiungendo , eh' io non intesi , im-
merso nel più doloroso pianto che mai si udis-
se ; dal quale finalmente vinto, semivivo fui
tolto dalle stanze dell'Imperatrice , e traspor-
tato alle mie , dove fui posto a letto dall'im-
peto d' un' improvvisa rigidissima febbre. Vi
«tetti senza sonno o riposo di sorte alcuna quei
9-
202 NOVELLE.
due giorni che sopravvisse l'Imperatrice] ma
giuntami la nuova , pur troppo con mortali
agonie aspettala , della sua morte , tuttoché io
fossi languido e fiacco oltremodo , risolvei di
vedere queir adorato cadavere; e in questa
deliberazione alzatomi, là m'incamminai dove
in una sala stava esposto alle lagrime univer-
sali. Che vi starò io a rappresentare Io stato
dell' animo mio , e i dolorosi movimenti del
mio cuoi e nelF avvicinarmi all' infausto luogo?
Ogni passo mi somministrava mille strane
convulsioni , ma quando mi balenò su gli
occhi la funesta luce delle torcie che slavano
intorno alla bara lugubre:, allora sì eh' io mi
sentii stretto il cuore da un mortale deliquio ,
che gli aggruppò lutti insieme. Pure facendo
forza a me slesso , e violenza a' piedi , che mi
trattenevano e quasi mi respingevano addie-
tro , penetrai avanti , sinché giunto a vista
di quei corpo che anche morto spirava maestà
e imponeva più venerazione che orrore , me
gli accostai , pensate voi con che cuore , e reso
dal dolore stupido e quasi insensato , uè pian-
geva , né faceva moto, ma riguardava fisso
il morto volto. Riscossomi in fine , e li tornato
come in me stesso , io fui più volte per correre
alla spada , risoluto di passarmi con essa il
petto , e morirle a' piedi : mi trattenne il ri-
MAGALOTTI- 20 5
spetto , non il desiderio di vivere. Dopo aver
tenuti in essa per lungo tempo gli sguardi ,
sentii scendermi al cuore una certa non intera
commozione, e udiva come una voce interna ,
che mi diceva : Mira , Sigismondo , dov'è ri-
dotta l'Imperatrice Claudia Felice ! Considera
qual è il fine degli amori , delle grazie e delle
grandezze umane ! Segui il mondo e la sua
fede , s' egli ha cosa che più ti piaccia, e vivi
alle vanilà della terra , poiché si è partita la
sua signora. Ah mia perduta benignissima
stella , dissi allor fra me stesso , rapito da una
subita im costante deliberazione, non .sia vero
che senza di voi io stia più fra le tempeste di
mare eoa burrascoso. Io vorrei ben seguirvi
nel porto , dove vi siete ricovrata per sempre
in sicuro^ ma non ho ali da levarmi tanfc' alto;
né son degno ebe communichiate meco la
vostra gloria. Gradisci , anima eccelsa, l'ultimo
sagrifizio ch'io ti fo di me slesso , come gra-
disti il primo ; e , voi care ceneri restate in
pace : ci rivedremo in paradiso. Credetemi ,
Madama , che io provai maggior pena a stac-
carmi da quel cadavere che dal mondo : pure
me n'andai colla dolorosa considerazione di
non avere a vederlo mai più in terra , e non
so dire come avessi forze bastanti per ricon-
durmi al mio appartamento , dove stetti rin-
20Ì NOVELLE.
chiuso per quanto durarono Y essequie e !
lutto pubblico ; anzi neppure uscii di letto ,
fermatovi da non leggiera indisposizione. Poi-
ché io fui rimesso alquanto in salute , mi por-
tai a' piedi dell 7 Imperatore , accolto da lui
con maestà , ma con benignissima fronte ; e
mentre egli forse aspettava ch'io pensassi a go-
dere i fruiti delle raccomandazioni della de-
funta , incominciai a rappresentare a S. M.
che la morte d' Augusta m' aveva più «T ogni
altra cosa ammonito della vanità delle umane
vicende , della sollecitudine nella quale si tien
siempre il mondo , senza mai lasciarci riposo
o tranquillità, che sola si trova in Dio : e sic-
come Y animo di Cesare è ripieno di santa pie-
tà, così m'avvidi che egli non sarebbe stato
lontano del concedermi quanto m'avanzai fi-
nalmente a domandargli , e fu di volermi be-
nignamente permettere di ridurmi tri quesrEre-
mo a far vita penitente e ritirata. O sia che
l'Imperatore credesse esser questa una risolu-
zione suggeritami dalla malinconia di vedermi
caduto dall'alto grado a cui avrebbe potuto
portarmi la grazia dell'Imperatrice, o che
egli veramente giudicasse opportuno di lasciar
tempo a maturarla , dopo di aver approvato
i pii sentimenti che me la persuadevano , mi
disse che egli ci sarebbe concorso , quando
M^
MAGALOTTI. 2o5
dopo lo spazio d' un anno , accordatomi da
esso a pensarvi , avessi avuto la stessa inclina-
zione ; che intanto gli sarebbe piaciuto ch'io
spendessi questo tempo in qualche viaggio di
mio gusto , e però pensassi dove io voleva in-
camminarmi. Convenendomi obbedire a y so-
vrani suoi cenni , risolvetti pochi giorni dopo
di passare a miei feudi , e poi venire in Italia ,
scegliendo Roma per meta del mio viaggio ,
dove mi portava qualche desiderio divoto di
visitare i Luoghi Santi e il grand' erario de' te-
sori di Santa Chiesa. Oltre il. denaro largamente
somministratomi dalla mano liberale dell' Im-
perai ore per bisogni del mio viaggio , io ne
raccolsi non poca quantità dalle mie rendite
e dalle gioje della mia casa , che giunto in
Venezia tutte vendei, riserbandomi quelle sole
che m'erano state date dall'Imperatrice ; le
quali erano d'infinito valore, e nell'andare
a Roma visitando la Santa Casa in Loreto ?
ivi con calde lagrime le deposi , adornandone
l'adorata immagine di Nostra Signora , a cui
sola volli sagrificare quella preziosa eredità >
stimandone ogni altro indegno. Il resto de' miei
denari, nel tempo della mia dimora in Roma, lo
dispensai lutto in elemosine, in sacrificj ed in
altre opere di carità , nelle quali occupai anco
me stesso continuamente , per suffragio di
2o6 VOVELLE.
quell' anima da me adorata, più per renderle
questo testimonio di amorosa gratitudine, che
per bisogno eh* io credessi eh' ella n' avesse ,
ben certo di sua salule.
Io non vi dirò quali fossero i miei pensieri ,
perchè ciascheduno può intenderlo dalle cose
già dette , e misurarli dall' esilo. Vi dirò solo
che io non era capace neppur di sentirne noja,
come i più sogliono , immersi in una profonda
tristezza : poiché le mia era tale e sì fatta , che
sciogliendomi ? per così dire , da ogni umana
qualità , mi avea reso stupido ed insensibile
a tutte le cose. Avvicinatosi il fine dell' anno
prescritto alla mia lontananza , tornai in
Germania , e mi presentai alla corte , tanto
mutalo di maniere e di volto , che io non
pareva più il conte d'Arco. S. M. intese più
dal mio sembiante , che dalla lingua , la co-
stanza della mia risoluzione j e disposto a non
più combatterla , mi permise d' adempiere
a' miei desiderj , che m' invitavano a questa
solitudine, e con paterna carità mi licenziò,
accompagnandomi con ogni segno di tene-
rezza. Preso l' ultimo congedo dalla corte , mi
restava da prenderlo dalle adorate ceneri della
mia sospirata padrona , alle quali pure volli
dare l'ultimo addio. Giunto al sepolcro, che
in sé le racchiudeva ? e con esse il mio cuore 9
MAGALOTTI. 20JT
che per aggirar che io facessi , mai di là s'era
partito , più freddo di quel sasso che le copri-
va , mi fermai lungamente immobile a riguar-
darlo ; indi allargando il fieno alle lagrime,
così lo bagnai di pianto, come se io avessi avu-
to nella testa una fonte , che agli occhi lo tra-
mandasse in continua vena. Invidiai mille volle
la condizione di quelle statue che stanno in-
torno all' augusta tomba , per indi mai dipar-
tirmi, Parevami che quel luogo fosse quel solo
che ancora mi piacesse di tutta la terra, ed io
provava in rimirarlo de' movimenti sì strani ,
che non so spiegarli , ancorché 1' animo mio
rammentandoli se ne risenta. Mi tolsi di là
finalmente, come a Dio piacque , ed ivi lascia-
to ogni pensiero di mondo, feci in quest' Ere-
mo 1' ultimo sagrifizio dime stesso alla dolo-
rosa memoria delle mie sciagure.
Non pronunziò il dolente Eremita quest' ul-
time parole senza lagrime ; e preso dalla con-
fusione di essersi così abbandonato alla sua non
per anco vinta passione, con un profondissimo
inchino , senz' altro attendere , si partì , la-
sciando negli animi generosi di che aveva uditala
pietosa istoria, una tenera compassione de' suoi
casi, ed un'ingenua maraviglia della costanza del
suopostumo amore.
20 8 NOVELLE.
NICCOLÒ MACCHIAVELLI.
Beìfagor Arcidiavolo è mandato da Plutone
in questo mondo con obbligo di dover pren-
der mogliere. Ci viene , la prende , e non
potendo sofferire la superbia di lei x ama
meglio ritornarsi in inferno , che ricon-
giungersi seco.
Leggesi 11 eli' antiche memorie delle Fioren-
tine cose , come già s'intese per relazione d'al-
cuno santissimo uomo , la cui vita , appresso
qualunque in quelli tempi viveva , era ce-
lebrata , che standosi astratto nelle sue ora-
zioni vide mediante quelle , come andando
infinite anime di quelli miseri mortali , che
nella disgrazia di Dio morivano , allo inferno,
tutte o la maggior parte si dolevano , non per
altro che per aver tolta moglie, essersi a tanla
infelicità condotte. Donde che Mino e Rada-
manto insieme con gli altri infernali giudici
n' avevano maraviglia grandissima j e non
potendo credere queste calumine che costoro
al sesso femmineo davano , esser vere ; e cre-
scendo ogni giorno le querele, ed avendo di
tutto fatto a Plutone conveniente rapporto,
fu deliberato per lui d' aver sopra questo
caso con tutti gì' infernali principi maturo
esamine , e pigliarne di poi quel partilo che
MACCHIAVELLI. 209
fosse giudicato migliore per iscoprire questa
fallacia , e conoscerne in tatto la verità. Chia-
matili adunque a concilio , parlò Plutone in
questa sentenza : Ancor che io , dilettissimi
miei per celeste disposizione , e per fatai sorte
al tutto irrevocabile , possegga questo regno,
e per questo io non possa essere obbligato ad
alcuno giudizio o celeste o mondano ; non
dimeno , perchè gli è maggior prudenza di
quelli che possono , più sottomettersi alle
leggi e più stimare l'altrui giudizio , ho de-
liberato esser da voi consigliato , come in
un caso , il quale potrebbe seguire con qual-
che infamia del nostro imperio , io mi debba
governare; perchè , dicendo tutte V anime degli
uomini che vengono nel nostro regno , esserne
stata cagione la moglie , e parendoci questo
impossibile, dubitiamo che dando giudizio so-
pra questa relazione , non possiamo essere
calunniati come troppo crudeli: e non dando,
come manco severi 3 e poco amatori della gius-
tizia. E perchè 1' uno peccalo è da uomini
leggieri , e? altro da ingiusti, e volendo fuggire
quelli carichi che dell' uno e dall' altro po-
trebbono dipenderete non trovandone il mo-
do, \i abbiamo chiamati , acciocché consi-*
gliandone ci aiutiate , e siate cagione che
questo regno , come per lo passato è vivuto
210 NOVELLE.
senza infamia , così per V avvenire viva. Parve
a ciascheduno di quelli principi il caso impor-
tantissimo e di molta considerazione ; e con-
cludendo tutti come egli era necessario sco-
prirne la verità , erano discrepanti del modo.
Perchè a chi pareva che si mandasse uno ,
a chi più , nel mondo , che sotto forma d' uo-
mo conoscesse personalmente questo esser ve-
ro. A molti altri pareva potersi fare senza tanto
disagio , costringendo varie anime con varj
tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte
consigliando che si mandasse, s'indirizzarono
a quesla opinione. E non si trovando alcuno
che volontariamente prendesse questa impre-
sa , deliberarono che la sorte fosse quella che lo
dichiarasse. La quale cadde sopra Belfagor, ar-
cidiavolo , ma per l' addietro , avanti che ca-
desse dal cielo , arcangelo -, il quale ancora
che mal volontieri pigliasse questo carico ,
nondimeno , costretto dallo imperio di Plu-
tone , si dispose a seguire, quanto nel concilio
s' era determinalo, ed obbligossi a quelle con-
venzioni che fra loro solennemente erano state
deliberate ; le quali erano : che subito a colui,
che fosse per questa commissione deputalo ,
fossero consegnati centomila ducali , co' quali
doveva venire nel mondo, e sotto forma d'uo-
mo prender moglie , e con quella vivere dieci
MACCHIAVELLI. 2 li
anni f e dopo , fingendo di morire , tornar-
sene , e per isperienza far fede a' suoi supe-
riori quali sieno i carichi e le comodità del
matrimonio. Dichiarossi ancora , che durante
detlo tempo e' fosse sottoposto a tutti li disagi
ed a tutti quelli mali che sono sottoposti gli
uomini , e che si tira dietro la povertà, le car-
ceri , la malattia ed ogni altro infortunio nel
quale gli uomini scorrono , eccetto se con in-
ganno o astuzia se ne liberasse. Presa adun-
que Belfagcr la condizione e i danari , ne
venne nel mondoed ordinato di sue masnade,
cavalli e compagni , entrò onorevolissima-
mente in Firenze ; la qual città innanzi a tutte
P altre elesse per suo domicilio , come quella
che gli pareva più atta a sopportare chi con
arteusuraria esercitasse isuoi danari ; e fattosi
chiamare Roderico di Castiglia , prese una
casa a fitto nel borgo d' Ognissanti. E perchè
non si potesse rinvenire le sue condizioni ,
disse essersi da picciolo partito di Spagna ,
e itone in Soria , ed avere in Aleppe guada-
gnato tutte le sue facultà , donde s J era poi
partito per venire in Italia a prender donna
in luoghi più umani, e alla vita civile e all'ani-
mo suo più conformi. Era Roderigo bellissimo
uomo , e mostrava una età di trent' anni ;
ed avendo in pochi giorni dimostro di quante
212 NOVELLE,
ricchezze abbondasse,e dando esempj di sé d'es-
sere limano e liberale , molti nobili cittadini,
che avevano assai figliuole e pochi danari , se
gli offerivano ; tra le quali tutte Roderigo scelse
una bellissima fanciulla , chiamala Onesta ,
figliuola d' Amerigo Donati, il quale n'aveva
tre altre insieme con tre figliuoli maschi , tutti
uomini , e quelle erano quasi che da marito.
E benché fusse d' una nobilissima famiglia e di
lui fosse in Firenze tenuto buon conto, non-
dimeno era rispetto alla brigata ch'aveva ed
alla nobiltà , poverissimo : fece Roderigo ma-
gnifiche e splendidissime nozze , né lasciò in-
dietro alcuna di quelle cose che in simili feste
si desiderano , essendo , per la legge che gli era
stata data nelF uscire dello inferno , sottoposto
a tutte le passione umane. Subito cominciò
a pigliar piacere degli onori e delle pompe
del mondo , ed aver caro d' esser laudato tra
gli uomini ; il che gli recava spesa non picciola.
Oltre a questo , non fu dimorato molto con la
sua monna Onesta , che se ne innamorò fuor
di misura , né poteva vivere qualunque volta
la vedeva star trista , ed aver alcuno dispiacere.
Aveva monna Onesta portato in casa di Rode-
rigo insieme con la nobiltà seco e con la bel-
lezza , tanta superbia , che non n'ebbe mai
tanta Lucifero ; e Roderigo , che aveva prò*
MACCHIAVELLI. 21 5
vata 1' una e F altra , giudicava quella della
moglie superiore. Ma diventò di lunga mag-
giore j come prima quella si accorse dell'amo-
re che il marito le portava , e parendole po-
terlo da ogni parte signoreggiare , senza alcu-
na pietà o rispetto gli comandava , né dubita-
va , quando da lui alcuna cosa gli era negala ,
con parole villane ed ingiuriose morderlo*, il
che era a Roderigo cagione d'incredibil noja.
Pur nondimeno il suocero , i fratelli , il paren-»
tado , F obbligo del matrimonio , e sopra tulio
il grande amore le ■ portava, gli faceva aver
pazienza. Io voglio lasciar le grandi spese , che
per contentarla faceva , in vestirla di nuove
usanze , e contentarla di nuove fogge , che con-
tinuamente la nostra cillà per sua naturai
consuetudine varia , che fu necessitato , vo-
lendo star in p'ace con lei, aiutare al suocero
maritare l'altre sue figliuole, dove spese glossa
somma di danari* Dopo questo , volendo aver
bene con quella , gli convenne mandare un
dei fratelli in Levante con panni , ed un altro
in Ponente con drappi _, all' altro aprire un
battiloro in Firenze 5 nelle quali cose dispensò
la maggior parte delle sue fortune. Olire
a questo , nei tempi di carnesciali e di San
Giovanni , quando luila la città per antica
consuetudine festeggia , e che molti cittadini
21 4 NOVELLE,
nobili e ricchi con isplendidissimi convili si
onorano, per non esser monna Onesta all' altre
donne inferiore , voleva che il suo Roderigo
con simili feste tutti gli altri superasse. Le
quali cose tutte erano da lui per le sopradette
cagioni sopportate ; né gli sarebbono , ancora
che gravissime , parute gravi a farle , se da
questo ne fosse nata la quiete della casa sua,
e s'egli avesse potuto pacificamente aspettare
i tempi della sua rovina. Ma gì' interveniva
1' opposi lo , perchè con l' insopporta bili spese
l'insolente natura di lei infinite incomodità gli
recava , e non erano in casa sua né servi ,
né sei venti , che non che molto tempo , ma
brevissimi giorni potessero sopportare Donde
ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi >
per non poter tener servo che avesse amore
alle cose sue , e non che altri , quelli diavoli,
i quali in persona di famigli aveva condotti
seco , piuttosto elessero di tornarsene in infer-
no a star nel fuoco , che viver nei mondo sotto
lo imperio di quella. Standosi adunque Rode-
rigd in questa tumultuosa e inquieta vita , ed
avendo per le disordinate spese già consumato
quanto mobile aveva riserbalo , cominciò a vi-
vere sotto la speranza de' ritratti che di Po-
nente e di Levante aspettava ; ed avendo ancor
buon credilo , per non mancar di suo grado ,
MACCHI AVELLI. 21 5
prese a cambio , e girandogli già molli marcili
adosso , fu toslo notalo da quelli che in simili
esercizi in mercato si travagliano. Ed essendo
di già il caso suo tenero, vennero in un subito
di Levante e di Ponente novelle , come 1' uno
dei fratelli di monna Onesta s ? avea giocato
tutto il mobile di Roderigo ; l'altro tornando
sopra una nave carica di sua mercanzia , senza
essersi altrimenti assicurato , era insieme con
quella annegato. Né fu prima pubblicata ques-
ta cosa , che i creditori di Roderigo si ristrin- » *
sevo insieme , e giudicando che fosse spacciato,
ne potendo ancora scoprirsi per non esser ve-
nuto il tempo de' pagamenti loro , conclusero
che fosse bene osservarlo così destramente ,
acciocché dal detto al fatto di nascoso non se
ne fuggisse. Roderigo dall' altra parte , non
veggendo al caso suo rimedio, e sapendo quanto
la legge infernale lo costringeva, pensò di l'ug-
girsi in ogni modo ; e montato una mattina
a cavallo , abitando propinquo alla porta al
Prato , per quella se ne uscì •, né prima fu ve-
duta la partita sua , che il romore si levò fra
i creditori 5 i quali ricorsi ai magistrati , non
solamente coi cursori , ma popolarmente à
misero a seguirlo. Non era Roderigo , quando
se gli levò dietro il romore , dilungato dalla
città un miglio , in modo che vedendosi a mal
2l6 NOVELLE,
partito , deliberò , per fuggir più secreto ,
uscire di strada , e a traverso per li campi
cercare sua fortuna. Ma sendo a far questo im-
pedito dalle assai fosse che attraversano il pae-
se, né potendo per questo ire a cavallo , si mise
a fuggire a pie , e lasciata la cavalcatura in su
la strada , attraversando di campo in campo
coperto dalle vigne e dai canneti , di che quel
paese abbonda , arrivò sopra Peretola a casa
Gio. Matteo del Bricca lavoratore di Giovanni
del Bene , e a sorte trovò Gio. Matteo che re-
cava a casa da rodere a' buoi, e se gli racco-
mandò promettendogli che se lo salvava dalle
mani dei suoi nemici , i quali per farlo morire
in prigione lo seguitavano che lo farebbe ric-
co , e gliene darebbe innanzi alla sua partita
tal saggio, che gli crederebbe; e quando questo
non facesse , era contento che esso proprio lo
ponesse in mano ai suoi avversar): Era Gio. )
Matteo , ancorché contadino, uomo animoso ;'
e giudicando non poter perdere a pigliar par-
tito di salvarlo , gliene promise; e cacciatolo
in un monte di letame , il quale avea davanti
alla sua casa , lo ricoperse con cannucce , ed
altre mondiglie che per ardere avea ragunate.
Non era Roderigo appena fornito di nascon-
dersi } che i suoi perseguitatoli sopraggi un-
sero , e per ispaventi che facessero a Gio.
MACCHI AVELLI. 2 1 f
Matteo , non trassero mai da lui , che V avesse
visto. Talché passati più innanzi , avendolo in
vano quel dì e 1' altro cerco , stracchi se ne
tornarono a Firenze. Gio. Matteo adunque ,
cessato il rumore, e trattolo del luogo dov'era,
lo richiese della fede data. Al quale Roderigo
disse : Fratel mio io ho con teco un grande
obbligo , e lo voglio in ogni modo soddisfare ;
e perchè tu creda eh' io possa farlo , ti dirò
ch'io sono ; e quivi gli narrò di suo essere,
e delle leggi avute all'uscire d'inferno, e della
moglie tolta $ e di più gii disse il modo col
quale lo voleva arricchire , che in somma sa-
rebbe questo , che come si sentiva che alcuna
donna fusse spiritata , credesse lui essere quello
che le fosse addosso , né mai se n' uscirebbe ,
s' egli non venisse a tra melo ; donde arebbe
occasione di farsi a suo modo pagare da' pa-
i-enti di quella : e rimasi in questa conclusione,
sparì via. Né passarono molli giorni , che si
sparse per tutta Firenze , come una figliuola
di messer Ambrogio Amedei , la quale aveva
maritato a Buonajuto Tebalducci , era inde-
moniata. Né mancarono i parenti di farvi di
quelli rimedi che in simili accidenti si fanno ,
ponendole in capo la testa di San Zanobi , ed
il mantello di San Gio. Gualberto ; le quali
cose tutte da Roderigo erano uccellate. E pur
10
2l8 NOVELLE.
chiarir ciascuno , come il male della fanciulla
era uno spirito , e non altra fantastica imma-
ginazione , parlava latino , e disputava delle
cose di filosofia , e scopriva i peccati di molti ,
le quali cose facevano maravigliare ciascuno.
Viveva pertanto messer Ambrogio mal con-
tento , ed avendo in vano provato tutti i ri-
medi , aveva perduta ogni speranza di guarir-
la, quando Gio. Matteo venne a trovarlo e gli
promise la salute della sua figliuola , quando
gli voglia donare cinquecento fiorini per com-
perare un podere a Peretola. Accettò messer I
Ambrogio il partito , dove Gio. Matteo , fatte
prima dire certe messe , e fatte sue ceremonie
per abbellire la cosa , s' accostò agli orecchi
della fanciulla e disse : Roderigo , io sono ve-
nuto a trovarti , perchè tu m' osservi la pro-
messa. Al quale Roderigo rispose : Io sono
contento , ma questo non basta a farti ricco ;
e però partito eh' io sarò di qui , entrerò nella
figliuola di Carlo, re di Napoli, né mai n' li-
scilo senza te. Faraiti allora fare una mancia
a tuo modo , né poi mi darai più briga. Detto
questo , s' uscì d ? addosso a colei , con piacere
ed ammirazione di tutta Firenze. Non passò
dopo molto tempo che per tutta Italia si sparse
l'accidente venuto alla figliuola del re Carlo,
r,è trovandosi il rimedio dei frali valevole ?
MACCHI A.VELLI. 2 1 9
avuta il re notizia di Gio. Matteo, mandò a Fi-
renze per lui ; il quale arrivato a Napoli , dopo
qualche finta ceremonia , la guarì. Ma Rode-
rlo , prima che partisse , disse : Tu vedi , Gio.
Matteo, io t'ho osservate le promesse d' averti
arricchito , e però sendo disobbligo , io non ti
sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai
contento non mi capitare più innanzi ; perchè
dove io t' ho fatto bene , ti farei per l'avvenire
male. Tornato adunque a Firenze Gio. Matteo
ricchissimo , perchè aveva avuto dal re meglio
che cinquanta mila ducati , pensava di godersi
quelle ricchezze pacificamente, non credendo
però che Roderigo pensasse d' offenderlo. Ma
questo suo pensiero fu subito turbato da una
novella che venne , come una figliuola di Lo-
dovico VII , re di Francia era spiritata ; la qual
novella alterò tutta la mente di Gio. Matteo ,
pensando all' autorità di quel re-, e alle parole
che gli aveva Roderigo dette. Non trovando
adunque il re alla sua figliuola rimedio , e in-
tendendo la virtù di Gio. Matteo , mandò pri-
ma a richiederlo semplicemente per Un suo
cursore ; ma allegando quello certe indisposi-
zioni , fu forzalo quel re a richiederne la si-
gnorìa, la quale forzò Gio. Matteo ad ubbedire.
Andato pertanto costui tutto sconsolalo a Pa-
rigi , mostrò prima al re , come egli era certa.
10.
220 NOVEIiLEé
cosa che per lo addietro aveva guarita qualche
indemoniata , ma che non era per questo
eh' egli sapesse o potesse guarire tutti , perchè
se ne trovano di sì perfida natura , che non
temono ne minacce , né incanti , né alcuna
religione ; ma con tutto questo era per far suo
dehito , e non gli riuscendo , ne domandava
scusa e perdono. Al quale il re turbato disse ,
che se non la guariva , che lo appenderebbe.
Sentì per questo Gio. Matteo dolor grande ;
pure,, fatto buon cuore fece venire l'indemo-
niala , ed accostatosi all' orecchio di quella ,
umilmente si raccomandò a Roderigo, ricor-
dandogli il beneficio fattogli , e di quanta in-
gratitudine sarebbe esempio, se l'abbandonasse
in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: Deh!
villano traditore , sì che tu hai ardire di ve-
nirmi innanzi ? Credi tu poterti vantare d' es-
sere arricchito per le mie mani ? Io voglio
mostrar a te ed a ciascuno, come io sodare
e torre ogni cosa a mia posta ; e innanzi che
tu ti parla di qui , io ti farò impiccare in ogni
modo. Donde che Gio. Matteo , non veggendo
per allora rimedio , pensò di tentare la sua
fortuna per un' altra via ; e latto andar via
Ja spiritata , disse al re : Sire . come v 1 ho
dello , e' ci sono di molti spiriti che sono sì
maligni 3 che con loro non a' ha alcun buono
MACCHI AVELLI. 221
partito j e questo è un di quelli ; per tanto io
voglio fare un' ultima sperienza , la quale se
gioverà , la V. M- ed io aremo l'intenzione
nostra ; quando non giovi , io sarò nelle tue
forze , ed arai di me quella compassione che
merita P innocenza mia. Farai pertanto fare
in su la piazza di Nostra Donna un palco
grande , e capace di tutti i tuoi baroni e di
tutto il clero di questa città ; farai parar il
palco di drappi di seta e d'oro 5 fabbricherai
nel mezzo di quello un altare ; e voglio che
domenica mattina prossima tu col clero in^
sieme con tutti i tuoi principi e baroni , con la
real pompa , con isplendidi e ricchi abbiglia-
menti convegnate sopra quello , dove , cele-
brata prima una solenne messa , farai venire
V indemoniata. Voglio , oltre a questo , che
dalF un canto della piazza sieno insieme venti
persone almeno che abbiano trombe , corni ,
tamburi , cornamuse , cembanelle , cemboli ,
e d'ogni altra qualità romori , i quali , quando
io alzerò un cappello , dieno in quegli instru-
menti , e sonando ne vengano verso il palco.
Le quali cose, insieme con certi altri secreti
rimedi , credo che faranno partire questo spi-
rito. Fu subito dal re ordinato tutto -, e venuto
la domenica mattina, e ripieno il palco di per-
sonaggi e la piazza di popolo , celebrata la
C,_ C^tt^JL. //.
'
1/ i_ jU*%7'
22 2 NOVELLE.
messa 5 venne la spiritata condotta in sul palco
per le mani di due vescovi e molti signori.
Quando Roderigo vide tanto popolo insieme
e tanto apparato , rimase quasi che stupido ,
e tra sé disse : Che cosa ha pensalo di fare
questo poltrone di questo villano ? Cred' egli
sbigottirmi con questa pompa ? Non sa egli
ch'io sono uso a vedere le pompe del cielo e le
furie dello inferno ? Io lo castigherò in ogni
modo. E accostandosegli Gio. Matteo, e pre-
gandolo che dovesse uscire , gli disse : Oh ! tu
hai fatto il bel pensiero. Che credi tu fare con
questi tuoi apparati? Credi tu fuggir per questo
Ja potenza mia e Pira del re? Villano, ribal-
do , io ti farò impiccare in ogni modo. E così
ripregandolo quello , e quelP altro dicendogli
villania , non parve a Gio. Matteo di perder
più tempo ; e fatto il cenno col cappello, tutti
quelli ch'erano, a romoreggiar deputati die-
dero in quelli suoni, e con romori che andavano
al cielo ne vennero verso il palco. Al qual ru-
more alzò Roderigo gli orecchi , e non sapendo
che cosa fusse , e stando forte maravigliato ,
tutto stupido domandò Gio. Matteo che cosa
quella fosse; al quale Gio. Matteo tutto turbato
disse : Oimè! Roderigo mio , quella è la moglie
Ina , che ti viene a ritrovare. Fu cosa maravi-
gliosa a pensare quanta alterazione di mente
MACCHI AVELLI. 12%
recasse a Roderigo sentir ricordare il nome
della moglie; la qual fu tanta , che non pen-
sando s* egli era possibile o ragionevole che
la fosse dessa , senza replicare altro, tutLo spa-
ventalo se ne fuggì, lasciando la fanciulla li-
bera ; e volle più tosto tornarsene in inferno
a render ragione delle sue azioni, che di nuovo
con tanti fastidj , dispetti e pericoli sottoporsi
al giogo matrimoniale. E così Belf ago r tornalo
in inferno , fece fede de' mali che conduce in
una casa la moglie ; e Gio. Matteo , che ne
seppe più che 1 diavolo , se ne ritorno tosto
lieto a casa.
FRANCO SACCHETTI.
Messer Bernabò signore di Milano comanda
a uno abate che lo chiarisca di quattro cose
impossibili : di che un mugnajo 3 vestito
de" panni dello abate } per lui le chiarisce
in forma } che rimane abate } e V abate
rimane mugnajo,
Messer Bernabò , signor di Milano , essendo
trafitto da un mugnajo con belle ragioni , gli
lece dono di grandissimo benefìzio. Questo si-
gnore ne' suoi tempi fu ridottalo da più che
224 NOVELLE.
altro signore; e comecché fusse crudele, pure
nelle sue crudeltà avea gran parte di justizia.
Fra molli de' casi , che gli avvennono , fu
questo , che uno ricco abate avendo commesso
alcuna cosa di negligenzia di non avere ben
notricato due cani alani } che erano diventati
stizzosi y ed erano del detto signore , li disse
che pagasse fiorini quattro. Di che Pabate co-
minciò a domandare misericordia , gli disse :
se tu mi fai chiaro di quattro cose , io ti per-
donerò in tutto ; e le cose son queste : che io
voglio , che tu mi dica quanto ha di qui al
cielo ; quat 'acqua è in mare 5 quello che si
fa in inverno : e quello che la mia persona
vale. Lo abate , ciò udendo , cominciò a sospi-
rare , e parveli essere a peggior partito che
prima ; ma pur per cessar furore e avanzar
tempo , disse che li piacesse darli termine
a rispondere a sì alte cose. E'1 signor gli diede
termine tutto il dì seguente ; e come vago
d' udire il fine di tanto fatto y gli fece dare
sicurtà del tornare. L y abate , pensoso , con
gran malenconia tornò alla badia , soffiando
Come un cavallo quando aombra ; e giunto
là , scontrò un suo mugnajo , il quale , veg-
gendolo così afflitto , disse : Signor mio , che
avete voi , che voi soffiate così forte. Rispose
T abate : io ho ben di che , che ? 1 signore è per
SACCHETTI. 225
darmi la mala ventura , se io non lo fo chiaro
di quattro cose , che Salomone uè Aristotile
non lo potrebbe fare. Il mugnajo dice : e che
cose son queste ? L' abate gli lo disse. Allora
il mugnajo pensando , dice all' abate : io vi
caverò di questa fatica , se voi volete. Dice
l'abate: Dio il volesse Dice il mugnajo: io
credo che '1 vorrà Dio e' Santi. L'abate che
non sapea dove si fosse , disse : se tu '1 fai, togli
da me ciò che tu vuogli } che niuna cosa mi
domanderai , che possibil mi sia , che io non
ti dia. Disse il mugnajo: io lascerò questo nella
vostra discrezione. O che modo terrai ? disse
l'abate. Allora rispose il mugnajo , io mi vo-
glio vestir la tonica e la cappa vostra , e rade-
rommi la barba, e domattina ben per tempo
anderò dinanzi a lui , dicendo : che io sia
1' abate ; e le quattro cose terminerò in forma ,
eh' io credo farlo contento. All' abate parve
mill'anni di sustituire il mugnajo in suo luo-
go; e così fu fatto. Fatto il mugnajo abate, la
mattina ài buon' ora si mise in cammino ,
e giunto alla porta j là dove entro il signor
dimorava , picchiò , dicendo che tale abate
voleva rispondere al signore sopra certe cose
che gli avea imposte. Lo signore , volonteroso
d' udir quello che lo abate doveva dire, e mara-
vigliandosi come sì presto tornasse , lo fece
io,,
,226 NOVELLE,
a se chiamare. E giunto dinanzi da lui un
poco al barlume , facendo reverenza , occu-
pando spesso il viso con la mano, per non
esser conosciuto, fu domandato dal signore,
se avea recato risposta delle quattro cose ,
che 1' avea addomandate. Rispose : Signor sì.
Voi mi domandale quanto ha di qui al cielo.
Veduto appunto ogni cosa , egli è di qui lassù
trenta sei milioni e ottocento cinquanta quattro
mila , e settantadue miglia e mezzo , e venti-
due passi. Dice il signore, tu l'hai veduto
mollo appunto, come provi tu questo? Ris-
pose, fatelo misurare , e se non è così , impic-
catemi perla gola» Secondo domandaste quant*
acqua è in mare. Questo m'è stalo molto forte
>^ a vedere , perchè è cosa che non sta ferma ,
e sempre ve n y entra ^ ma pure io ho veduto f
che nel mare sono venticinque mila e nove-
cento ottantadue di milioni di cogna , e sette
barili , e dodici boccali , e due bicchieri. Disse
il signore : Come *1 sai ? Rispose : io 1' ho ve-
duto il meglio che ho saputo ; se non lo cre-
dete , fate trovar de' barili , e misurisi , se non
trovate esser così , fatemi squartare. Il terzo
mi domandaste quello che si faccia in inverno?
Iniuvernosi taglia , squarta , araffa e impicca,
né più né meno come fate qui ve i. Che ragione
yendi tu di questo?Rìspose: io favellai già con uno ?
che vi era stato , e da costui ebbe Dante fioren-
tino ciò che scrisse colle cose dello inferno ; ma
egli è morto 5 se toì non lo credeste , manda-
telo a vedere. Quarto mi domandate quello
che la vostra persona vale ; ed io dico , ch'ella
vale ventinove denari. Quando messer Bernabò
udì questo , tulio furioso 3 si volge a costui,
dicendo: mi li nasca il vermocanrson io così
dappoco j ch'io non vaglio più d' una pignat-
ta ? Rispose costui e non sanza gran paura :
signor mio , udite la ragione. Voi sapete che"!
Nostro Signore Jesu Cristo fu venduto trenta
danari , fo ragione, che valete un danaro meno
di lui. Udendo questo il signore , immaginò
troppo bene , che costui non fosse 1' abate ,
e guardandolo ben fiso , avvisando, lui esser
troppo maggiore uomo di scienzia , che l'abate,
non era , disse i tu non se* 1' abate. La paura
che '1 mugnajo ebbe ciascuno il pensi ; ingi-
nocchiandosi con le mani giunte , addoman-
dando misericordia , dicendo al signore come
egli era mulinaro dell' abate , e come e perchè
camuffato dinanzi dalla sua signoria era con-
dotto ,e in che forma avea preso l'abito ,
e questo più per darli piacere , che per mali-
zia. Messer Bernabò , udendo costui , dis*e :
Mo via , poich : elio t'ha fatto abate , e se' da
più di lui , in fé' di Dio ; ed io ti voglio coniìr-
228
NOVELLE.
mare, e voglio ehe da qui innanzi tu sia Fabate
ed elio sia il mulina ro , e che tu abbia tutta
la rendita del monasteri , ed elio abbia quella
del mulino. E così fece ottenere tutto il tempo
che visse , che lo abate fu mugnajo , e '1 mu-
gnaio fu abate.
KOVELLA LXVIII.
Guido Cavalcanti, essendo valentissimo uo-
mo , e filosofo , è vinto dalla malizia d'un
fanciullo*
La passata novella mi fa venire a mente
questa che seguila , la quale fu in questa forma.
Giuocando a scacchi uno d' assai cittadino r
il quale ebbe nome Guido de' Cavalcanti di'
Firenze, un fanciullo con altri, facendo lor
giuochi, o di palla o di trottola come si fa ,
accostandoseli spesse volte con romore , come
le più volte fanno, fra le altre, pinto da un
altro questo fanciullo, il detto Guido presse) ;
ed egli , come avviene , forse venendo al pea-
gioredel giuoco levasi furioso, e dando a questo
fanciullo disse : Va giuoca altrove; e ritor-
siossi a sedere al giuoco degli scacchi. 11 fan-
ciullo tutto stizzito piangendo, crollando la
testa s'aggirava, non andando molto da Imi-
SACCHETTI. 22£
ga , e fra sé medesimo dicea : Io te ne pa-
gherò-, ed avendo un chiodo da cavallo allato :
ritorna verso la via con gli altri , dove il detto
Guido giuocava a scacchi ; ed avendo un sasso-
in mano , s'accostò dietro a Guido al murie-
ciuolo o panca , tenendo in su essa la mano
còl: detto sasso , ed alcuna volta picchiava ;
cominciava di r >»do e piano, e poi poco a poco
spesseggiando e rinforzando , tantoché Guido
Toltosi , disse : Tu ne vuoi pur anche? Vattene
a casa per lo tuo migliore ♦, a che picchi tu
costì cotesto sasso ? E quello dice : Voglio riz-
zare questo chiodo ? e Guido agli scacchi si ri-
volge , e viene giuocando» 11 fanciullo a poco
a poco , dando col sasso , accostatosi a un
lembo di gonnella o di guarnacca , la quale si
stendea su la detta panca dal dosso di detto
Guido , su essa accostato il detto chiodo con
P una mano e con l' altra col sasso > confic-
cando il detto lembo , e con li colpi rinfor-
zando , acciocché ben si conficcasse , e che il
detto Guido si levasse % e così avvenne come il
fanciullo pensò ; che 7 1 detto Guido nojato da
quel busso > subito con furia si lieva , e'1 fan^-
ciullo si fugge , e Guido si rimane appiccato
per lo gherone. Sentendo questo , e quel tutto
scornato si ferma , e con la mano minacciando
Terso il fanciullo che fuggiva , dicendo : Vatti
$5o novelle.
con Dio , che tu ci fosli altra volta ; e volendo'
spastoiarsi , e non potendo , se non voleva la--
sciare il pezzo della guarnacca , gli convenne
cobi preso aspettare tanto , che venissino le
tenaglie. .... Quanto fu questa soltil malizia
a un fanciullo , che colui che forse in Firenze
suo pari non avea , per così fatto modo fosse
da un fanciullo schernito, e presoed ingannato.
NOVELLA LXIII.
A Giotto dipintore è dato un palvese a dipin-
gere da un uomo di picciolo affare. Egli
facendosene scherne } lo dipinge per forma f
che colui rimane confuso.
il
^ÀM- Ciascuno può aver già udito chi fu Giotto ,
e quanto fu gran Jipintore sopra ogni altro.
Sentendo la fama sua un grossolano artefice ,
ed avendo bisogno , forse per andare in Cas-
tellaneria , di far dipingere un suo palvese,
subito n'andò alla bottega di Giotto , avendo
chi gli portava il palvese drieto , e giunto
dove trovò Giotto, disse: Dio ti salvi , maestro;
io vorrei che mi dipiguessi l' arme mia in
questo palvese. Giotto; considerando e V uomo
e '1 modo , non disse altro , se non : Quando
il vuoi Lu ? e quel glielo disse. Disse Giotto :
SACCHETTI. 25 1
ÉL, • r «e e partissi. E Giotto essendo ri-
J-»ascia fa» 1
il nsa fra sé medesimo : che vuol dir
maso ,
Qn . Sarebbemi stalo mandato costui per
^ i .no ? Sia che vuole ; mai non mi fu recata
p ,vcse a dipingere. E costui che'l reca , è uno»
micciatto semplice , e dice , che io gli faccia
Y arme sue, come se fosse de' reali di Francia ;■
per cerio io gli debbo fare una nuova arnie,
E cosi pensando fra sé medesimo, si recò in-
nanzi il detto palvese , e disegnato quello gli
parea , disse a un suo discipolo, desse fine alla
dipintura , e così fece. La qual dipintura fu
una cervelliera_,una gorgiera, un pajo di brac-
ciali , un pajo di guanti di ferro 7 un pajo di
corazze , un pajo di cosciali , e gambercioli y
una spada , un coltello e una lancia. Giunto il
valente uomo, che non sapeva chi si fosse,
fassi innanzi , e dice : Maeslro , è dipmto quel
palvese ? Disse Gioito : Si bene va recalo giù.
Venuto il palvese , e quel gentiluomo per pro-
curatore il comincia a guardare e dice a Giot-
to; o che imbratto è questo che lu m'hai di-
pinto ? Disse Giotto: E' ti parrà ben imbratto
al pagare Disse quegli : Io non ne pagherei
quattro danari. Disse Giotto: E che mi dicesti ,
che io dipingessi ? E quel rispose l'arme mia.
Disse Giotto : Non è ella qui ? Mancacene
niuua ? Disse costui : Ben islà. Disse Giotto:
Ji
25 2 NOVÈLLE. \
Usfù/p- And sta mal , che Dio Li dia , e dei u|1 ^f
gran bestia , che chi ti dicesse : Chi ^ . ?
Appena Io sapresti dire ; e giungi qui, v .
Dipignimi l'arme mia. Se tu fossi statò^ >
Bardi , sarebbe bastato. Che arma porti t\^
Di quali sei tu? Chi furono gli antichi tuoi \
Deh , che non ti vergogni ? Comincia prima
a venire al mondo, che tu ragioni d'arma,
come se tu fossi il duca Namo di Baviera. Io
t'ho fatta tutta arnaadura sul tuo palvese ; se
ce n' è più alcuna , dillo ed io la farò dipi—
gnere. Disse quello: Tu mi dì villania, e m'hai
guasto il palvese e partesi , e vassene alla gra-
scia , e fa richieder Giotto. Giotto comparì ,
e fa richieder lui addomandando fiorini due
della dipintura e quello domandava a lui. Udi-
te le ragioni gli officiali , che molto meglio le
dicea Giotto , giudicarono che colui si togliesse
il palvese suo così dipinto , e desse lire sei
a Giotto , perocch' egli avea ragione. Onde
convenne togliesse il palvese , e pagasse , e fa
prosciolto. Così costui , non misurandosi fu
misurato: che ogni tristo vuol lare arma e far
casali-, echi tali , che li loro padri saranno
slati trovati agli ospedali (1).
(1) Questa graziosa novella è rapportata tutu intera nel!»
vita di Giotto del Vasari.
SACCHETTI. 235
NOVELLA LXVII.
M'esser Valore de Buondel monti è conquiso
e rimase scornato da una parola, che un
fanciullo gli dice , essendo in Romagna.
Molli sono , che vidono , e udirono già raes- v ' f - u: ' ' -w
ser Valore , e sanno , comechè fosse reputato
matto , quanto fu reo e malizioso. Egli erano
poche cose , di che non s' intendesse , e ragio-
nasse con un atto quasi da stolto. Essendo per-
venuto a una terra una sera in Romagna , e fa-
vellando dov ? erano signori e gentiluomini ,
o che gli fosse fatto in prova fare , o che da sé
lo facesse , venne un fanciullo , il quale era
d'eia forse di quattordici anni , ed accostan-
dosi a raesser Valore , il cominciò a guatare in
viso , dicendo : Voi siete un grande derisore.
Messer Valore con la mano pignendolo da sé ?
dice : Vaneggi. Costui fermo ; e messer Valore
dicendo, per solazzo con costoro dicea : Quale
avete voi che sia la più preziosa pietra che sia?
Chi dicea il balascio , chi il rubino , e chi
l'eliotropia di Calandrino e chi una e chi un'al-
tra. Dice messer Valore . Voi non ve n'inten-
dete : La più preziosa pietra che sia , è la
macina del grano ; e s' ella si potesse legare
234 NOVELLE.
e portarla in anello , ogni altra pietra passe-
rebbe di bontà. Dice il fanciullo ( tira messer
Valore per lo gherone ) mo qual valete voi
più , e qual vai più o un baiaselo, o una ma-
cina ? Messer Valore guata costui , e scostagli
la mano da sé e dice : Vanne a casa , piscia-
dura , e que' fermo. La brigata comincia a ri-
dere e sì della macina da grano , e sì del detto
/), del fanciullo. Messer Valore dice : Voi ridete:
io vi dico tanto , che io ho trovato esser mag-
gior virtù in un picciolo sasso, che non è ma-
cina da grano , che io non ho trovato né in
pietre preziose , né in parole, né in erbe, e pur
l'altro dì ne feci la sperienza , e sapete che si
dice che in quelle tre cose lasciò Dio la virtù j
ed udite come , e credo che voi stessi il confes-
serete. Egli era 1' altro dì un giovanetto su un
mio fico, e facevami danno, cogliendo que' fi-
chi che v' erano su. Io cominciai a provar la
virtù delle parole _, dicendo: Scendi giù, vanne;
ed infine minacciandolo quanto potei , ei
non si mosse inai per le mie parole. Veggendo
che le parole non valeano , cominciai a co-
gliere dell'erbe , e facendo di quelle mazzuoli,
legittava , e davali con esse alcuna volta , ed
elle furono novelle , che mai si partisse. Veg-
gendo ancora , che non mi valeano 1' erbe ,
misi mano alle pietre, e cominciai a giltare
SACCHETTI. 235
terso luì , dicendo : Scendi giù. Com'egli vide
pur raccogliere la seconda pietra , avendo git-
tata la prima , subito scese a terra del fico,
ed andossi con Dio. Questo non avrebbe fatto
quanti rubini } e quanti balasci furono mai.
La brigata tutta con grande solazzo dissono ,
messer Valore aver ragione, e dire il vero \
e 'l fanciullo guarda messer Valore con un
atto malizioso , e dice: In fé di Dio , questo—f -
gentiluomo è molto amico delle pietre, e ne
deve aver piena la scarsella :e ponli mano a un
carniere eh' egli avea , messer Valore si volse ,
e dice : Vanne col malanno: che dia voi è questo
fanciullo ? Sarebbe egli anticristo ? Dice il
fanciullo : Io non so che anticristo \ s'io po-
tessi fare quello che possono li signori di Ro-
magna , in fé di Dio , che io vi darei tante di
queste pietre , che hanno si gran virtù , che
portandole in Toscana voi ne andereste hen
fornito. Messer Valore , quasi tutto scornato ,
udendole parole di questo fanciullo, dice verso
la brigata: E non fu mai nessun fanciullo savio
da piccolino , che non fosse pazzo da grande.
Il fanciullo udendo questo, disse : en fé di Dio ,
gentiluomo toì doveste essere un savio fanto-
lino. Messer Valore stringendosi nelle spalle ,
disse : Io te la do per vinta : e rimase quasi
tutto smemorato , dicendo : Non trovai mai
236 NOVELLE.
nessun uomo, che mi mattasse, ed un fanciullo
m'ha vinto e matto. 11 piacere che quelli dat-
torno ebbono di ciò , non è da domandare ;
e quanto più ridevano , messer Valore più
imbiancava. Nella fine disse messer Valore :
chi è questo fanciullo ? Fugli detto come era
figlinolo d'un uomo di corte , chiamato o Ber-
gamino , o Bergolino. Disse messer Valore :
Egli m' ha sì bene bergolinato , che io non ho
potuto dir parola , che non m' abbia rimbec-
cato. Dice alcuno : Messer Valore menatelo
con voi in Toscana. Dice messer Valore : Non
che io lo meni in Toscana , io fuggirei di stare
là , quando egli vi fosse ; fatevi con Dio , e ba-
stivi questo 5 che se gli altri Romagnuoli sono
della razza di questo fanciullo , e' non ne sia
mai nessuno ingannato. E così a Firenze si
tornò scornato e beffato da un fanciullo, colui
che tutti gli altri beffava.
SACCHETTI. 257
NOVELLA Vili.
XJn Genovese sparuto ma bene scienziato ,
domanda Da? ite poeta come possa entrare
in amore a una donna ; e Dante li fa una
/ piacevole risposta.
fi /%€£*
Questo che seguila non fu meno notabile
consiglio , che fosse il giudicio di messer Ri-
dolfo. Fu già nella città di Genova uno scien-
tifico cittadino i e in assai scienze bene sperto ,
ed era di persona piccolo e sparufissimo. Oltre"
a questo era forte innamorato d' una bella
douna di Genova , la quale } o per la sparuta
forma di lui , o per moltissima onestà di lei ,
o perchè che si fosse la cagione , giammai non
che ella V amasse , ma mai gli occhi in verso
lui tenea , ma più. tosto , fuggendolo , in altra
parte gli volgea. Onde costui , disperandosi di
questo suo amore , sentendo la grandissima
fama di Dante Alighieri, e come dimorava nella
città di Ravenna , al tutto si dispose d' andar
là per vederlo , e per pigliare con lui dimes-
tichezza , desiderando avere da lui o consi-
glio , e ajuto , come potesse entrare in amore
a questa donna o almeno non esserle così ni-
mico: e così si mosse, e pervenne a Ravenna,
238 NOVELLE.
là dove tanto fece che fu a un convito , dove
era il detto Dante, ed essendo alla mensa assai
di presso l'uno all'altro, il Genovese, veduto
tempo , disse : O messer Dante , io ho inteso
assai della vostra virtù , e della fama che di voi
corre •, potre' io avere un consiglio da voi ?
Disse Dante : purché io ve lo sappia dare. Al-
lora il Genovese dice io ho amato e amo una
donna con tutta quella fede , che amore vuole
che s' ami , giammai da lei , non che amore
mi sia stato conceduto , ma solo d' uno sguardo
mai non mi fece contento. lUdendo Dante
" "* costui , e veggendo la sua sparuta vista , disse :
Messere , io farei volontieri ogni cosa , che vi
piacesse : e di quello che al presente mi do-
mandate , non ci veggio altro che un modo ,
e questo è che voi sapete , che le donne gra-
vide hanno sempre vaghezza di cose strane ,
e però converrebbe che questa donna , che
colanto amate, ingravidasse : essendo gravida ,
come spesso interviene , ch'elle hanno vizio di
cose nuove , così potrebbe intervenire, ch ; elia
avrà vizio di voi , e a questo modo potreste
venire ad effetto del vostro appetito ; per altra
forma sarebbe impossibile. Il Genovese, senten-
dosi mordere disse : Messer Dante , voi mi
date consiglio di due cose più forti , che non
è la principale j perocché forte cosa sarebbe ,
SACCHETTI. 2 Di)
che la donna ingravidasse , perocché mai non
ingravidò ; e vie più Forle sarebbe , che poi
eh' ella fosse ingravidata , considerando di
quante generazioni di cose eìle hanno voglia ,
che s' ella s'abbattesse ad aver voglia di me. Ma
in fé di Dio che altra risposta non si convenia
alla mia domanda , che quella che mi avete fat- (Mj
to^E.riconobbesi questo Genovese , conoscendo l '-
Dante per quello ch'egli era, meglio che nonavea
conosciuto sé, che era sì fatto, che erano poche,
che non lo avessono fuggito. E conobbe Dante
sì , che più dì stette il Genovese in casa sua ,
pigliando grandissima dimestichezza per lutti
li tempi che vissono. Questo Genovese èra
scienziato , ma non doveva essere filosofo ,
come la maggior parte sono oggi ; perocché
la filosofia conosce tutte le cose per natura ;
e chi non conosce sé principalmente, come
conoscerà mai le cose fuori di sé ? Costui , se
si fosse specchiato , o con lo specchio della
mente , o col corporale , avrebbe pensalo la
forma sua, e considerato che una bella donna,
eziandio essendo onesta , è vaga, che chi l'ama
abbia forma di uomo , e non di vipistrello. Ma
e' pare che li più son tocchi da quel detto co-
mune : e'non ci ha maggiore inganno,chequeilo
di sé medesimo. ^
2*0 XOVELLE.
SEBASTIANO ERIZZO.
AVVENIMENTO XlH.
Carlo Magno ristora al fuoco } ove egli sì
scaldava un soldato eli era por morirsi
di freddo , e gli dà il proprio luogo Jiil
quale riavuto il vigore f lo ringrazia con
prudentissime parole.
Sono , umanissimi signori , comunemente
in lutti gli uomini le virtù stimale e raggila?
devoli , e quelli che le hanno in sé , fanno
a ciascun altro che non le abbia soprastare,
e meritamente : essendo le virtù certi abiti
e principi di operare per sé , ed essendo quelle
nell'arbitrio poste dell'uomo, secondo le quali
da per noi facciamo quello , a che il conosci-
mento della ragione ci conduce. Ma special-
niente di coloro sono ornamento , ed a quegli
è massimamente richiesto di usarlo , i quali
d' onore e di grado gli ordini degli uomini
avanzano. Perciocché , sì come le alte torri
sono sempre le prime , che da lungi apparis-
cono agli occhi de' riguardanti , e le più basse
stanze son poscia le ultime ad essere vedute ,
così i grand' uomini , ed i principi sono a guisa
ERIZZO. 24l
d'un rilevato e fermo segno , in cui tutti la lor
vista rivolgono ed affissati gli occhi. Laonde se
in questi alcuna bruttura si scorge , in loro
vie maggiore apparisce , che in altrui , ed
all' incontro se virtù si veggono , molto più
nelle loro persone risplendono , che in bassi
soggetti. E non altrimenti che 1' oro , che più
riluce intorno ad una gioja posto, che altra
vii cosa , quelle a questi maraviglioso orna-
mento porgono. E se così è come in vero es-
sere veggiamo , non potendosi da noi più bella ,
più ampia e più onorata materia ritrovare
da ragionar per oggi di questa , a* me non pa-
reria di avere mal pensato , né dai primieri
vostri ordini diviato. Se per lo addietro essen-
dosi liberamente per lungo spazio di varie cose
ragionato, senza ristringere dentro ad alcun
termine quello di che dobbiam favellare , io
oggi dandovene materia , imporrò che de' vir-
tuosi fatti de' principi si ragioni , dicendo cia-
scun di voi alcuna cosa da persone grandi vir-
tuosamente adoperataJJfEraeciocehè io prima in
ciò lo esempio dia a tutti voi , sovvenendomi
ora un alto e generoso atto d'un principe verso
un suo vassallo dirizzalo , quello vi raccon-
terò , acciocché dall' opera di costui vi ridu-
ciate a memoria di narrarci de' somiglianti ,
11
fpHc^V
242 NOVELLE.
dando con sì nobil materia alcun pregio ai ra-
gionamenti di questo giorno.
Nel tempo che Carlo Magno di Pipino fi-
gliuolo , re dì Francia discese con grossissimo
esercito in Italia , per movere contro a Desi-
derio , re de* Longobardi , aspra battaglia , ai
quali per costui la distruzione ne succedette,
si racconta di questo principe un egregio me-
morabile fatto 5 il quale lui non meno nelle
altre virtù eccellente e chiaro , che nell'arte
della guerra dimostra : conciosiacosachè di
Carlo sia universale la fama , eh' egli avanzò
di tutti i suoi antecessori la gloria , per reli-
gione e pietà verso Iddio , per bontà , per giu-
stizia ed altre rispondenti virtù. Nel governo
delle guerre veramente fu non meno avventu-
roso , che forte ; perciocché niun altro prin-
cipe fu che in Europa tante provincie soggio-
gasse , tante genti e tante nazioni. Signoreggiò
egli la Francia , la Spagna , l'AIemagna, la
Polonia , la Sarmazia , V Ungheria , la Schia-
vonia , e la maggiore e migliore parte d'Italia.
Avvenne adunque s che , quando egli prese
deliberazione e si volse alla impresa di se acciari
Longobardi del regno d'Italia e si mise con
glande esercito perciò fare alla via , era verso
alla fine del verno ; e ancora le alte spalle de*
ERIZZO. 245
monti erano d' ogni intorno di nevi coperte ;
onde nel trapassar dell'Alpi , si ritrovò con le
sue genti in un luogo tutto circondato da folte
ed altissime nevi , oveerano li freddi grandissi-
mi. Perla qual cosa essendo Carlo qua giunto, e
sofferendo i suoi soldati la sovrastante ed intensa
freddura , stando il re sotto un certo riparo
intorno al fuoco, vide uno de' suoi soldati,
già d' anni pieno ed antico , il quale per lo
freddo aere era poco meno che tutto agghiac-
ciato.Di cui Carlo divenuto pietoso,e vedendo,
il suo veterano soldato tramortito dal freddo ,
non avendo allora né alla real dignità né al
grado suo alcuno riguardo , ma considerando
quel soldato essere vecchio e debole , lui fresco
e robusto , non dubitò del luogo proprio di
levarsi , e con quelle mani , eh' avevano tante
vittorie acquistate , pose a sedere nel suo luo-
go colui ^ il corpo di cui per la gran freddura
rigido e duro divenuto, non punto si risentiva
giudicando cosa pietosa ed ispediente argo-
mento per la salute di quello , il porlo ove
■egli sedea, per fargli ritornare gii smarriti spi-
riti^Laonde stando il vecchio soldato in quel
luogo , e dal caldo del fuoco ristorato alquanto,
il perduto sentimento racquistò. È poscia clfegl
potette riconoscere del suo signore il benefi-
cio , e misurare di che qualità fusse il merito
IT.
244 NOVELLE.
che gli aveva, stando alla sua presenza, queste
parole gli disse : quale sia stato, altissimo e eie-
nientissimo re , il beneficio da vostra maestà
nella vita mia localo e posto , perchè io vera-
mente non lo potrei giammai con parole es-
primere , a tutti quelli che V hanno veduto ?
ciò lascierò io giudicare. Dalla grandezza del
quale io povero vostro vassallo già consumato
dagli anni così vinto e legatomi trovo, che
appresso agli altri vostri innumerabili beneficj
nella mia persona usati aggiugnendo ancor
questo , non sono in alcuna guisa bastevole
tanto carico a sostenere. Perciocché , quantun-
que in altro non abbia, con che soddisfare possa
a qualche parte di tanto obbligo mio e di tanto
merito vostro, che questa vita , non dimeno
doppio discontento mi resta , e perchè veggio
la mia vita a' vostri servigj posta poco ovver
nulla a sì fatto obbligo valere , e quella istessa,
che va verso la ultima vecchiezza calando ,
farsi debole ed inferma , da potersi per voi,
in quella poca parte ancora che le è concesso ,
adoperare. Né mi deve però alcuno ciò ad in-
gratitudine attribuire, perciocché non si mi-
sura la gratitudine dagli effetti, che possono
in molti essere pochi , ma dall' animo e dalla
intenzione di colui , che grato desidera dimo-
strarsi. Couciosiacosachè essendo tutte le virtù ,
ERIZZO. 2^5
che sogliono fare V uomo riguardevole , som-
mamente da commandare , e da biasimare
i vizj : nondimeno niuna altra è a cui sia più
P animo mio inchinato, che d'essere ap-
presso ognuno e di parere grato. Perciocché
questa è quella sola virtù non solamente per
se grandissima , ma ancora di tutto il rima-
nente delle virtù madre. Che cosa è la pietà ,
se non una volontà grata verso i parenti ?
Quai sono i buoni cittadini ? Chi fuori per
opre di guerra , chi dentro per governo della
città si chiama della sua patria benemerito , se
non quegli al quale de' beneficj dalla patria
ricevuti non è la memoria fuggita ?Quai santi
e religiosi si nominano, se non quelli che a Id-
dio con giusti onori , e memoria inestinguibile
rendono debite grazie? La gratitudine adun-
que è delle altre virtù la principale , e niuna
altra cosa veramente giudico esser dell' uomo
così propria , che l'essere dal legame de'beneficj
astretto , e niuna altra all' incontro più inu-
mana , più fiera e più barbara , che permet-
tere di essere di qualunque beneficio reputato
indegno. In questo così abominevole vizio non
mi lascierò io giammai trasportare , pietosis-
simo principe , anzi la qualità di sì gran
benefizio mi sta impresso nel cuore , così nella
memoria guarderò , come in voi non si vede
«
u46 NOVELLE.
alcuna virtù mancare , che a generoso principe
ed eccellente capitano si richiede. Perciocché
quelle parti che sono ad un valoroso capitano
necessarie , la scienza della guerra , la fortezza
e la felicità , sono proprie vostre , e non d'al-
tri j il quale più spesso con ogni maniera
di esercito avete combattuto , che ciascun altro
non si ha col suo nemico affrontato: più guerre
avete fatte che altri abbiano lette , più pro-
vincie conquistate , che altri desiderate , e che
avete tanti trionfi , quante parti e regioni ha
la Europa , e tante vittorie di guerra , quante
ritrovare si possono le maniere del combattere.
E se alcun altro principe e capitano de' nostri
tempi sì puote all' antico valore di Massimo ,
Marcello , Scipione e Mario comparare , sì per
■virtù di guerra ed ampiezza di gloria , come
per fortuna , voi ne sete veramente quello ,
le lodi del quale così lungo e largamente si
spandono , che il suono e '1 grido della vostra
gloria fin dai confini terminata dell'universo ,
né marcirà per lo naturai corso ed invidia del
'tempo , anzi più che mai fiorirà del vostro
nome P altezzaXO^nazioni , città , popoli,
i quali della virtù di Carlo nella guerra , della
religione nella pace, siete oggi tcstimonj, a voi
mi volgo , a voi mule regioni , a voi della terra
ultime e più riposte contrade : a voi mari ,
j ì
ERIZZO. 24;
porti , isole e lidi. Qual parte si ritrova del
mondo , qual luoco , ove della fortezza di Carlo,
della umanità e del sapere non sieno le vestigia
impresse ? Però essendo egli d ? una incredibile
ed inaudita virtù , clemenza , gravita , costanza
e giustizia ornato , il lodevole titolo di Magno
in lui degnamente risplende. ~ h-^
Cotali erano le parole e le lodi con cui il
vecchio e cortese soldato del suo signore il pie-
toso beneficio onorava , quando non essendo
ancora di celebrarlo la sua lingua sazia , Carlo
a lui impose silenzio : e poscia il seguente
giorno d'indi, per procacciare d'Italia il viag-
gio, con lo esercito si partì. Il qual magnanimo
e clemente atto di principe toglie la maravi-
glia a ciascuno, che in tante imprese di guerra,
ogni fatica i soldati sotto un tale capitano
tollerassero , e per lui fusse loro ogni affan-
noso pericolo leve , in quello veramente reale
animo tanto umanità scorgendo. -
248 NOVELLE.
AVVENIMENTO XXIV.
Eduardo } re d" Inghilterra _, intesa la morìe
del figliuolo vittorioso 3 a tempo che rendeva
ragione s niente si turbò _, poscia datone
avviso alla regina , quella a pazienza
conforta.
M. Fulvio , sentendo che il ragionare di
M. Muzio aveva avuto fine , e che a lui solo
.a dover dire restava , senza aspellare coman-
damento, così disse: È mollo degna delle nostre
lodi , e da essere da ciascun commendata la
moderazione dell'animo di Considio , il quale
si mansueto si dimostrò nel figliuolo , che la
gravissima colpa di essere lui stato vago della
sua vita , benignamente gli perdonò. Questa
moderazione di animo è virtù da essere ab-
bracciata , sì perchè a quelli a' quali fa luogo ,
grande utilità può porgere, e sì ancora perchè
non lascia le menti nostre dal corso impetuoso
della temerità e delle passioni trasportare. E se
questo Romano rimise tanta ingiuria al fi-
gliuolo , il quale insidie alla sua vita tendea ,
e che per essere sotto sua podestà , poteva
dargli gastigo che convenevol fosse al suo pec-
cato , quanto deve ciascun altro essere man-
ERIZZO. 249
sueto e temperato nel vendicare le ricevute
offese, da cosi vivo esempio ammaestrato? Ora
essendosi da voi nelle cose raccontate parlato
di alcuni avvenimenti tra padre e figliuoli se-
guiti, a me va per la memoria di dimostrarvi,
quanto pazientemente un padre ed un principe
la morte d'un suo figliuolo sostenesse. 11 che
avviso vi dovrà piacere , poiché sopra di ciò
eh' io sappia, non s'è per addietro favellato
ancora.
Ragionasi che avendo Eduardo , re d' In-
ghilterra un , aspra guerra centra gli Scozzesi
suoi vicini presa , e per ciò ragunato un gros-
sissimo esercito , e fatto di quello un suo figlio
maggiore , capitano, avvenne che venuti gl'In-
glesi co' nemici alla zuffa , ottennero di loro fe-
lice e gloriosa vittoria. Ma essendo il capitano
seguendo il corso di quella , con la sua gente
trascorso fino sotto Edimburg, città della Sco-
zia regale , ed avendo in quella rotta uccisi
più di trente mila Scozzesi , con pochissima
perdila de' suoi, perchè l'allegrezza disi chiara
vittoria fusse con alcuno dolente ed infortu-
nato caso mescolata , vi fu per i sciagura sotto
le mura di Edimburg il capitano morto: git-
tando quei della terra sopra di lui dalle mura
un gran sasso. Onde avendo poco davanti il re
inteso con gran trionfo la viUoria ? sopravveiine
11..
2 5o NOVELLE.
il dì seguente la novella ddla miserabile morte
del figliuolo , che uno dipartito del campo gli
rapportava. Ed allora che venne il nunzio per
dargli della morte sua avviso , si trovava ap-
punto il re a sedere in tribunale , ove rendeva
ad alcuni ragione. Avvicinatosi adunque il
messaggio a sua maestà le disse che, quando
a lei piacesse , voleva di secreto parlarle.
Laonde prestando il re a colui le orecchie la
nova morte intese del figliuolo. E tosto che
la novella del messaggiere ebbe udita , da se lo
licenzicene perciò punto dal tribunale si smosse,
ma volle dar prima a coloro, che ragione chie-
devano , la audienza , non sorgendosi in lui
atto alcuno, che segno mostrasse di perturbato
animo.
Ma dopo lo essersi egli partilo alla ora de-
bita dal tribunale , gli parve convenevole di
fare alia regina sapere del figliuolo la morte.
Per la qual cosa , poiché con esso lui si ritro-
vò , in questa guisa le cominciò a dire : Mada-
ma , noi fermamente crediamo che dalla vitto-
ria questi giorni davanti rapportata dei ne-
mici nostri , ne abbiamo ricevuto piacere ,
come colei delle allegrezze nostre è a parte,
e a cui dee gradire la esaltazione del regno.
Onde è ben dritto , che sì come con esso voi
le prosperità si coniparlonO; così ancora le
ERIZZO. 25l
avversità vi si facciano aperte. E come che
tutte quelle vittorie , che si acquistano , quan-
do in sé più di perdita hanno , che di guada-
gno , quando maggiore il danno apparisce che
V utile , sieno da essere senza dubbio sprez-
zate : nondimeno udite che voi avrete le ra-
gioni che ci debbono confortare , lascierete
P amaro che affliggere vi potesse , attenendovi
al dolce gusto , che deve 1' animo prendere
della vittoria. Ora , per non tenervi più a lun-
go col tardare sospesa della rea novella , che
vi si apporta ,da che paresse che noi temessimo
della vostra prudenza , vi diciamo che è pia-
ciuto a Iddio , dopo che il nostro esercito pose
gli nemici in fuga , e che sotto le mura della
città reale vi si erano le genti nostre poste
a campo per combatterla , difendendosi quei
della terra , che sia stato dalle mura il nostro
capitano morto. .' Donde , siccome dal corso
ancora di tutte le cose umane , dovete com-
prendere che nnque a Dio non piace in questa
mortai vita far l'uomo lieto di alcuno avveni-
mento prosperosi che la soverchia letizia che di
quello si prende , con qualche sopravegnente
male temperata non sia , per insegnarci non
essere qua giù cosa alcuna , che certa , ferma
e slabile possa durare^per trarci con questa
via da colali vane speranze , che nelle cose
1\\
252 VOVELLE.
umane poste ne fariano il drillo camino smar-
rire dell' altra , alla quale con diversi modi
di rivolgerci egli c'insegna. E siccome la pro-
videnza di lui è infinita , con la quale giusta-
mente l'universo regge : così tutto quello che
alla giornata veggiamo avvenire , si dee da noi
per bene e per utile , come dalla sua mano
procedente pigliare. E voi dovete che la natura
a ciascuno il tempo della sua vita prescrisse ;
e quando ci fusse proposto il vivere per lungo
tempo senza nome o con vitupero, ovvero tos-
tamente morire con altissima gloria , non
è dubbio che noi eleggeremmo la parte più
onorevole, la biasimevole rifiutando. Se adun-
que il figli uol nottro non ha soddisfatto col
corso della sua vita afya natura, ha certamente
soddisfatto alla gloria.Onde noi della sua morte
dobbiamo darci pace , né si dee piangere
quella morte , che è ad un uomo valorosa-
mente avvenuta ; né può innanzi tempo essere
ad un vittorioso capitano , né misera a persona
lodevole. E molti sono stati di quelli che sti-
marono la morte fortunata de' suoi congiunti,
quando hanno volentieri spesa per la patria
la vita , perciocché non altrimenti che per la
madre quella dobbiamo offerire per la nostra
città. E se in alcun tempo si suole chiamare
felice di alcun uomo la morie , quando la
ERIZZO, 255
chiameremo noi, se non allora che renderemo
V ultimo spirito nella vittoria ? Perciocché
generalmente la morte in altri tempi lascia
in altrui gli animi mesti , che nello slato della
vittoria la noja di quella col piacere dì questa
contempra , senza che la onesta e gloriosa
morte spesse fiate adorna una vituperevole
vita ; che all' incontro una vita vile non lascia
ad onorata moite luoco alcuno. E voi vedete ,
madama , che l'amor della palria , la virtù,
il valore e la fidanza della vittoria ci ha il
figliuol nostro di vita tolto. Onde gran torto
a così belle o lodevoli cagioni faremmo, se noi
oltre il convenevoledi'quellamorle ci rammari-
cassimo, di cui sono quelle state operatrici. Però
acquietate il pianto vostro , amando più tosto
di essere, come sete , reina , calcando con l'al-
tezza del vostro animo il fortunato caso, che
di mostrarvi con le strida e con le lagrime
femmina^vp temprateli dolore con la vita im-
mortale , a cui per mezzo delle virtù e della
gloria è il figliuolo passato , anzi che accre-
scerlo per la morte del corpo , che gran con-
tento vi deve essere di avere avuto un figliuol
tale , che né della sua trapassata vita , né della
morte giustamente v' incresca ; della vita, per-
chè egli fu sempre stimato per virtù e per
valore riguardevole j della morte , per essere
254 NOVELLE,
slato da quella vittorioso sopraggiunto. Asciu-
gatevi adunque le lagrime, madre, nella vita
e nella morte felice del vostro figlio. » *"
Cotali furono le parole del re , le quali aven-
do con gran dolore la regina udite , non potè,
come femmina e madre, sostenersi tanto, che
per la nuova morte del figliuolo non spen-
desse alquante lagrime : ma dalle prudenti
parole del re benignamente racconsolata , alla
fine confortandosi s'acquetò. Un altro padre
comunemente udita che avesse la dolorosa
novella, si sarebbe subito dal tribunal gittato ,
avrebbe la udienza lasciata squarciatisi i panni
indosso, e in ogni cosa ripieno di lagrime. Ma
saggio emagnanirao Edoardo punlo non si vede
turbare ; il cor costante di lui , cui della ra-
gione il freno reggeva,fermo ed invitto rimase,
lasciando con la sua lodevole sofferenza al
mondo esempio che è più misero colui , che
per questa necessità naturale si riman senza
conforto vinto dal soverchio dolore , che que-
gli , il quale abbia morendo terminati i suoi
giorni.
ERIZZO. 2 5£
AVVENIMENTO XXX.
Nella presa , che i soldati Veneziani fecero
di Smirna , conducendo una femina cat-
tiva , ella abbracciando la sepoltura del
marito , e non volendo lasciarla } è da un
soldato uccisa.
L'ardita e magnanima impresa del Sicilia-
no , e 1' allo cuore parimente nella morie ad
Ottomano mostrato, fu tenuto da ciascuno
della compagnia maraviglioso , quando niun
altro che M. Muzio restando a dover dire , egli
senza alcuno indugio seguitando incominciò^^
Quantunque la fortezza s' intènda intorno alla '
fidanza ed il timore , nondimeno parmi che
vi deggia essere in fra amendue alcuna diffe-
renza , e non ad uno ispesso modo abbiano a
considerarsiì^Percioccbè egli ci pare, che mag-
giormente la fortezza intorno alle cose spa-
ventose e terribili si rivolga. Laonde colui che
in queste non si turba , e d' intorno di esse ,
come fa bisogno si porta , viene stimato più
forte, che quegli il quale è ben disposto intor-
no a quelle cose, in cui si confida. Adunque
1' uomo per ciòtsi chiama forte, perchè alcuna
orrida e faticosa impresa non paventa ed a
256 NOVELLE,
quella, quantunque per arduo ed aspro sen-
tiero si conduca, non teme di mettersi alle-?
gramente. Onde apportandoci la foltezza dif-
ficoltà e noja , non immeritamente viene com-
mendata. Ma presso a' questa v' è poi il fine
che è dilettevole , il quale tanto più a noi si
rende piacevole , quanto è stata maggiore la
grandezza della malagevole impresa. Perchè ,
si come in quella era Y uomo forte da alcuno
J dolore occupalo :Ccosì la sostenuta. noja dal so-
/ » pra vegnente piacere è terminata.jfDico adun-
' iL'pl*qae che per costante aver si deve, che al Sici-
liano il fine della sua alta e generosa impresa
fosse desiderato e dolce , il quale era la spe-
ranza del premio promessogli dal capitano e
dell' onore , come che il fine ancora della ven-
detta , che del suo nemico si rendeva , non si
deb ba men dolce riputare da chi ha provato ,
essendo offeso, con quanto ardore quella ven-
ga disideralavma il pericolo della morie gli
dava molestia , recandogli dolore , e parendo-
gli grave da passareV Perciocché egli non è
dubbio che la morte e le ferite apportano mo-
lestia ad un uomo forte , essendo egli di carne
e di sentimento umano, nondimeno colui che
veramente sia forte, si lascierà straziare ed uc-
cidere , purché gli paja cosa onesta il sostener-
lo , overo vituperevole il fuggirlo. J\la nou
<h a (I
%
ERIZZO. 257
sia pero forte colui , il quale per ogni lieve ca-
gione , o per ogni vii mercede, siccome i sol-
dati mercenarj fanno , offerirà la sua vita ,
vendendola a picciol prezzo , anzi è proprio
della fortezza e dell' uomo forte fare slima
della sua vita , e quanto più in sé ha di virtù ,
tanto più farne conto, e non per qual-si sia ca-
gione arrischiarla alla morte, fuor che per la
• onestà e per lo ben comune.YDa che possiam
raccogliere , che la fortezza è una mezzanità
da diritta ragione terminala intorno a quelle
cose, in cui confidiamo, ed eziandio intorno
alle terrìbili , negli strabocchevoli e gravi pe-
ricoli, per cagione della onesta e del ben co-
mune. Ora vegniamo allo atto del Siciliano,
e Io troveremo forte, perchè si mise a gran-
dissimo pericolo in una così importante im-
presa _, lo scorgeremo fortissimo, quando alte-
ramente verso Ottomano parlando si dispose
cosi presto alla mortegli suo fine si vede che
fu ampissimi premj , 1 onore e la vendetta del
comune nemico del nome cristiano, donde ci
appare la onestà ed il ben comune , di ma-
niera che giustamente si può attribuire a co-
stui la definizione del forte. Ma poi che abbia-
mo consideralo a bastanza il valore e la vera
fortezza del giovane Siciliano , per chiudere
ancora io la giornata con questa materia , dei-
X
ivi*"-
258 NOVELLE.
la quale , avvegna che si sia forse troppo ra-
gionalo , i varj avvenimenti raccontati non ce
l'hanno lasciata essere rincrescevole : mi piace ,
non partendomi dalle Veneziane istorie , di
dimostrarvi un' alta fortezza d'anima , la quale
forse voi, se giusti giudici vorrete essere, giu-
dicherete maggior di quella del Siciliano ,
quando vogliate aver riguardo alla persona 5
in cui si trovò, la qua! fu femmina , che voi sa-
pete che le femmine molto men forti la natura
ha fatto degli uomini a ciascuna cosa sostene-
re, essendo esse pusillanime e paurose, e tanto
più , se quella sia tra tutte le altre la più spa-
ventevole che è la morte^Jji, certo mi pavé che,
essendosi, da che ci riducemmo insieme, da
noi sempre parlato dei chiari fatti degli uomi-
ni illustri , e non mai ricordatisi delle donne ,
gran torto loro si faccia , in quanto che de*
loro fatti molti notabili esempj si ritrovino 7
cosi negli antichi , come ne' moderni tempi
avvenuti , i quali nascondere con silenzio sa-
rebbe un atto di malignità, ovvero un dare
materia ad alcuno di sospicare, che ciò fosse
fatto temendo , non le virtù degli uomini , da
quelle delle donne fossero , raccontandole 9
oscurate. Il che acciocché non avvenga, io
di tutti voi il primo a narrar quelle darò priii-
cipio.
ERIZZO. l5§
Avea Maometlo Ottomano, potentissimo re
de' Turchi, gravemente danneggiato i cristiani,
presso Negroponle, ed in quella usata un'em-
pia e grandissima crudeltà. Quando dopo lo
essersene egli andato a Udine con danno e
terrore ispaventevole di Forlani, Pietro Mo-
cinico poco fa nominato , allora dell' armata
Viniziana capitano , essendo parimente a'
danni dei Turchi uscito con l'armala fuori ,
con quella del Pontefice insieme, a tempo dello
autunno passò in quella parte dell' Asia , la
quale è all' incontro di Scio , isola nell'Arci-
pelago postaiE quivi per danneggiare avendo
j posto gente in terra, guastarono i marinai da
per tutto i campi, egli ahitati luoghi sac-
cheggiarono ; e dipoi trapassarono in Nasso»
Ultimamente , per fare qualche fatto notabile,
avanti che vernassero, da Nasso levati anda- »
rono a Smirna, già nobilissima e chiara citlày „
d' Ionia, per combatterla. ~-V~~ //^^^^^ t '
Era questa città per lungo tempo in ozio di-
morata , e non mai sentito avea movimento
di guerra : perchè non si curavano quei della
città di rifare le mura,lequale erano in molti
luoghi per vecchiezza cadute. Onde i Vene-
ziani , le genti con celerità messe in terra ,
fortemente e valorosamente assaltarono de' ne-
mici le mura. Per lo quale subito e non peu-
260 novelle.
sato accidente quei della terra spaventati,
sopra quelle rovine alla difesa corsero. Ma
non essendo a difendersi le loro deboli forze
bastevoli, poco ai Veniziani ritardarono la
vittoria. Perocché i marinai e soldati la bat-
taglia continuando, per le scale in più luoghi
poste , e per le rotture de' muri dentro della
città passarono. Sentendo quei della terra es-
sere la città presa , miserabilmente fuggivano,
e le donne per lo spaventevole caso smarrite ,
nei lor tempj , che chiamano moschee , era-
no con i loro figliuoli fuggite. I Veneziani
adunque vinci! ori per mezzo la città scorrendo,
le donne e 1' altra moltitudine debole fuori de*
tempj , onde si erano fuggite , traevano : e del
rimanente degli uomini, poste giù l'armi,
si rese ; le vesti , 1' oro , l' argento ed i vasi
preziosi di gran prezzo con la roba parimente
^ della città saccheggiarono^Da che avvenne
( L «che allora tra gli altri cattivi una giovane
femmina , essendo insieme con gli altri pri-
gioni menata alle navi , così per strada passan-
do trovò del suo marito la sepoltura ; e quivi
fermatasi, quella con lagninosi lamenti ab-
bracciando , e più volte il nome di lui chia-
mando , queste parole diceva : o estrema e
misera condizione di fortuna ! o maligna e fie-
ra stella sotto la quale io nacqui ! Debbo io
ERIZZO. 26l
adunque essere priva della cara patria? Vedrò
io le sue miserabili rovine, le distruzioni de*
nostri tempj , le vergogne delle vergini e delle
matrone, la loro cattività , la uccisionede' fan-
ciulli , e incendio universale della città , lo
sparso sangue de' cittadini nostri e la cenere
della patria , mi sarà innanzi agli occhi così
acerbo spettacolo ? E mi ferirà l'animo di sì
pungente memoria dello stato nostro ? Ahi
che non pur dalla mia avversa fortuna a così
gran miseria , quale ad ognuno apparisce , mi
veggio condotta , di offendere gli occhi miei
delle rovine della cara patria, e contaminar
V animo della privazione di quella. Ma di la-
sciare ancora questo unico e lieve conforto della
vita mia, che è te, carissimo sepolcro, che
serbi e tieni rinchiuse Possa eie ceneri del mio
caro marito. Dal quale, siccome era mio pro-
ponimento fermo né in vita né in morte di
dipartirmi; così, dovendone io affa tto essere
priva, d' ogni altra avversità e sventura assai
meno mi duole : e più leggermente ai nostri
nemici ogni altra offesa perdono, che questa ,
di essere da te , dolcissima sepoltura , disgiun-
ta^ di dover bagnare le amate ceneri del mio
marito con queste ultime lagrintWjVIa perchè /y * /
debbo io essere costretta e vinta dalle nimiche —
forze , essendo lìbero e insuperabile V animo
■2.62 NOVELLE.
mio? Non mai per dover essere contento d' al-
bergare da questo sepolcro lontano. Non deb-
bo io sofferire giammai di lasciar questa vita
altrove, che nella patria mia, né di allonta-
nare questo corpo , e qnest' ossa ( sì come è lo
spirito congiunto ) da quelle del mio diletto
marito. Armati adunque, anima , di debita e
possente fortezza , onde io in iscambio di lun-
ga e durissima servitù qui anzi elegga con fer-
mo viso e con salda voce, di lasciar questa
membra, che levarmi giammai da sì dolce e
caro abbracciamento di questo sasso. A quello
adunque fermatasi la sfortunata giovane, ed
insieme con dolorose lagrime , che le bagna-
vano il petto sì pietose parole spargendo , le
quali avrebbono avuto forza di ammollire-
ogni cor duro, tuttavia si stava al sepolcro del
marito, avendo quello con ogni suo potere af-
ferrato , quando non potendo essa né con mì-
naccie, né con alcuna violenza d' indi essere
tratta , fu da un importuno e poco pietoso sol-
dato con l' armi , dall' un canto all' altro pas-
sata. Perchè in tal guisa , dove volle , rimase
•contenta : facendo con sì ostinata e volontaria
morte del suo amor casto e incomparabile
verso il marito fede , anzi eleggendo di stare
appresso di lui morta , che vivere dal suo se-
polcro lontana.
ERIZZO. * 263
AVVENIMENTO XXXIV.
Alfonso deliberatosi di andare a vedere Terra
Santa , e nel viaggio contra sua voglia ac-
compagnato dalla moglie , vengono assa-
liti da alcuni Arabi 3 Vano de' quali è dalla
moglie ucciso , gli altri uccisa lei , si fug-
gono. Alfonso in una selva di datteri, dopo
molto pianto le dà sepoltura.
Erasi da tutti diligentemente ascoltato Pav-»
venimento della pudica reina di Gallogreci ,
quando M. Fulvio a M. Ercole volto , gli IV
segno che gli era a grado, che esso a M. Emilio,
che detto avea,ragionando dietro andasse: onde
egli ciò conoscendo , senza fare alcuna dimo-
ra, incomminciò. Ancora chela moglie diOrtio-
gonte fosse,per quel diesi vede, di nazione bar-
bara , non è per ciò che ella reina non fosse.
Donde si può conchiudere che molto impor-
ta il più delle volte lo essere nato nobile e in
grande stato , conciosiacosachè coloro, i quali
sono in alta condizione posti , si per essere da
natura inchinati a magnificamente e con virtù
operare ,*e sì ancora , perchè di scendere alle
cose vili si vergognano , comunemente pro-
ducono atti laude voli , conformi alle qualità
loro , acciocché al grado , che tengono sovra
264 NOVELLE.
gli altri , corrisponda no con P opere. Siccome
chiaramente si vede dal magnanimo fatto di
questa regina , la quale avvenga che dagli ne-
mici suoi fosse fatta prigione , ed in misera
e grave servitù guardata , e.dal libidinoso cen-
turione macchiatale la sua onestà ed appresso
costretta con gran somma di danari a rico-
verarsi la libertà : tanta fu la fermezza del suo
proponimento _, di prendere , come reina ven-
detta della ricevuta ingiuria , che né per tema
di servitù o di morie ritrar si volse di fortissi-
mamente seguire la grandezza dell' animo suo ,
avendo anzi riguardo a quello che le conve-
niva , che ad alcun altro evidente pericolo che
potesse correre. E tutto che le fosse fatto al
corpo forza , dalle saggie parole di lei , e molto
più dai fatti si comprese la mente essere stata
pudica e la intenzione casta. Ma lasciando per
ora di più oltre commendarla , poscia che il
presente atto a bastanza la dimostra degna di
lode , a me pare di dover venire ad un'altra
parte la quale e necessaria , e laudevole stimar
si deve ad ogni onesta donna ch'ò V amore
verso il marito. 11 che da un pietoso accidente
avvenuto . eh' io son per raccontarvi , vi porrò-*
davanti. E quantunque la donna , in cui sì
tenero e fedele amore apparve, di sì alta con-
dizione non fosse come la moglie di Oi tìagonle,
ERIZZO. 265
cotale certo la estimerete , che di lei la laude-
vole opera vi parrà degna di stare appresso
d' ogni altro chiaro e virtuoso alto di qual si
sia più nobil donna , e pigili ustre. •
Fu adunque in Lisbona , bu^n tempo è pas-
salo , un gentiluomo nominalo Alfonso , al
qual venendo ip desiderio da casa sua dipar-
tire j coir intenzione di andar peregrinando ,
e visitare i devoti luoghi della Terra Santa ,
e adagiandosi per questa cagione di salire sopra
una nave Biscaina. Avvenne che in questa sua
partita , avendo egli una moglie assai giovane
e fresca, di bellezza rarissima , nominata Gi-
nevra ^ la quale lui a pari della.sua vita ama-
va , essa oltre modo perciò si dimostrò cruc-
ciosa 9 ed in alcuna guisa alla partita dd ma-
rito non voleva consentirei/Alfonso , che si
aveva messo *in animò, e s£eo proponimento'
fatto di peregrinale , per pyarole\della mogj4e
non voleva dalla sua dilibeijazione rimanersi.
E poscia che ella finalmente vide i preghi suoi
niente valere per ritraere il consiglio del m-a-
rito , né potendo in casa sostenere la sua lon-
tananza , si mise tra sé medesima in cuore
d' imbarcarsi con esso lui,*e dovunque egli
se n' andasse essergli inseparabile compagna.
Avvenne adunque , che pochi giorni innanzi
che il marito si fosse per dipartire , a lui essa
12
§66 NOVELLE.
il suo avviso scoperse. A chefatlo Alfonso con-
trario,e turbandosi non potè però tanto ripren- •
derla,nè con paroleda sì strano appetito cercar
di rimoverla, che essa da ciò ne volesse restare,
come colei eh' affermava di dover morire ,
tosto ebe si trovasse da lui lontana. Onde
dopo molte parole dall' una e dall'altra parte
seguite, fu Alfonso costretto a contentarsi. Per
ebe di pari deliberazione avvisarono, che essa
da uomo travestita venisse, acciocché essendo
Ginevra giovane e bella, ogni pericolo d'in-
conveniente cessasse , che per questa ca-
gione lor potesse avvenire : e così alla sua
dipartita fecero. ;v _ t
y^A^-* Imbarcatisi adunque Alfonso e la moglie
vestili «da peregrini nella nave , e dal porto di
Lisbona con buon vento sciogliendo , presero
primieramente partito di passare in Africa ,
onde prosperamente navigando, giunsero dopo
molte giornate allo stretto di Zibil terra. E po-
scia che quivi fu arrivato Alfonso, volle a Ceu-
ta smontare in terra , ed indi tutta la Bar-
baria andare scorrendo, risolvendosi all'ulti-
mo di venire in Fgilto e quindi poi passare
oltre il mare in Terra Santa. Ora avvenne che
mentre con la moglie andava per tetra al suo
viaggio cavalcando , ed avendo ornai , per
lungo cammino quasi tutta la riviera dell*
ERIZZO. 267
Africa ricercata , poscia che alla città di Ales-
sandria si ritrovò appresso, ad un luoco no-
minato Per re degli Arabi , furono ambidue da
quattro di quella genie arabesca assalili. I quali
seco avendo archi e saette , gli forzarono a non
passar più avanti; perciocché di questa gente
la natura e il costume è di vivere per lo più
di ruberie. Laonde immaginatisi costoro, che
Alfonso fosse mercante , e eh' avesse danari f
presa uno di loro la briglia al cavallo , si affa-
ticava per iscavalcarlo per poterlo poscia a sua
vogiia spogliare e rubare. Vedendo ciò Alfon-
so, ed il sopravegnente pericolo scorgendo, ne
volle trarre l'armi per difendersi: ma subito
gli fu da costui , che sovra la sua arme avea
messe le mani, di ciò fare vietato. Per la qual
cosa la moglie, benché tutta per la novità del
caso paurosa divenuta e smarrita , tratto non
dimeno fuori per difesa del marito uno stocco
che cinto avea , percosse con quello lo Arabo
sul collo , e gli spiccò mezzo la testa. Gli altri
per vendicare del compagno la morte, non
avendo altre armi , tirandole delle saette con
gli archi , passarono alla infelice giovane il
petto. Alfonso , che libero era dalle mani di
colui rimaso, vedendosi la moglie dinanzi agli
occhi uccidere , da grandissimo furor sospin-
to , tratte 1' armi ; uccise un' altro di coloro
12.
268 NOVELLE.
e procacciava ancora al rimanente la morte.
Dì cui temendo forte gli altri due per la morte
de' compagni , si diedero tostamente a fuggire,
e così lo sventurato Alfonso , benché salvo
dalle mani degli Àrabi fusse rimaso , ne perde
allora mìseramente la moglie. z
Sopravvenendogli adunque la notte, espan-v>//^
dendo tutto pien di dolore amare lagrime ,
pigliò sovra il cavallo il corpo della cara mo-
glie e vie più di lamenti , che di riposo vago ,
ricoveratosi in alcune vicine e folle selve di
datteri y i quali con i loro alti e superbi rami
e larghissime foglie , ombrose le rendevano,
entrò , mostrandogli la luna la via , in una di
quelle dentro , quivi dagli occhi versando un
angoscioso pianto , dopo lo avere più volte
tratti altissimi guai 3 con tai parole incomin-
ciò lo sfortunato Alfonso a rammaricarsi. «Chi
mi darà , o acerba e dispietuta morte , tante
lagrime e tanto spirilo ch'io possa a pieno
piangere lo sventurato avvenimento di questo
giorno , e con sì debol voce lamentarmi della
tua ingiuria ! poscia .che tn , importuna e fiera
avendomi la cara moglie tolto , oggi così ne-
mica mi ti mostrasti. E per fare in me l'estre-
mo di tua possa , e per essermi affatto con-
traria , non volesti per maggior mio supplì*
ciò t carini di vita , e permettere eh' io lucessi
/
ÈRIZZO. C*V*yfc*^ 2 6g
a quell' amorevole anima compagnia , perchè
ti pareva fai* poco , se io questa sì dura condi-
zione di vita menando , non sostenessi peggio
che la morte. Deh 5 perchè almeno in ciò non
mi sei sì graziosa , che questa lieve , ispedita
e dolente anima la sua possa seguire : onde io
per questa via esca di lanto affanno * e non
lasciarmi così solo vivere , avendo di doglia
contaminalo il cuore e gli occhi offesi dai
vedere il sangue sparso della mia cara moglie.
O rapacissime e barbare mani , nel petto di
cui cercaste voi d'incrudelire, qual era il sen-
timento delle armi vostre ! Quali gli occhi !
Qual ferocità d' animo vi trasporlo a com-
mettere sì scelerato omicidio ? Qual mali-
gna e fiera stella, che in odio m'abbia , o
qual malvagia ed ingiuriosa fortuna a questi
lidi , e a queste barbare contrade mi spinse ? à *
E tu o fedelissima e diletta Ginevra , quanto* 1 ^w^vv^V-
meglio avresti fatto di piegarti alle mie pre-
ghiere e consentire al mio volere , rimanen-
doti in casa , che per essermi troppo amore-
vole , metterti meco in viaggio , e correre
ancora meco una istessa e comune fortuna?
Come potrò io comportare dopo te questa
vita , avendolami tu con le lue mani serbata ,
anzi con la tua volontaria morte ricomperata?
Come lo potrò sostenere ? La qual volontieri
vorrei avere nelle tue braccia terminata. Ma
27O NOVELLE.
poscia che altro in questa rea fortuna non mi
resta che di sfogare con angoscioso pianto il
cuor dolente , e che altro in quésta gravosa
•vita non m'avanza che di trar sempre guai, non
polendoti alcuna altra grazia , carissima Gi-
nevra , rendere di sì gran beneficio 5 come
è questo dello scampo della vita mia. Sarò
nella tua morte tanto grato, quanto mi è da
sì avversa fortuna concesso , dando al corpo
tuo quella sepoltura , che la qualità del luoco
comporta^ E poi che la tua morte da me non
si può con più degno sepolcro onorare , sup-
plirò con la memoria di fare , che dentro di
me stesso nella più nobil parte sii locata del
cuore. »
Avendo tutta quella notte Alfonso con
queste e malte altre miserabili parole piantola
morte della cara moglie, parvegli convene-
vole di dare al corpo suo sepoltura , che po-
tesse migliore : onde allo apparir del giorno
cavando , meglio che per lui fu possibile, a
canto d' una grossissima palma in quel luoco
arenoso una picciola fossa , quivi ripose il
corpo di lei, poscia con l'arena ricoprendolo,
ed entro al tronco il nome di Ginevra inta-
gliando sol lo questi versi gli scrisse :
Del lagrinv>so amor, che '1 cor distilla ,
Cresci vittoriosa Palina ; cresci
Mentre che '1 mio dcsir dura e sfavilla. /
T
ÉRlZZd. òfi /^y
E d 1 indi subito dipartito, giunse quel dì me- //-•-'
desimo nella città d'Alessandria , dove ritro-
vata il seguente giorno una nave 5 che per Ba-
ruto partiva , gli parve di salir sopra quella :
e così nella nave montato avendo vento pros-
pero , passò fra pochi dì oltre il mare. Giunto
che fu Alfonso a Baruto ; e dismontato in terra
andò per molti giorni , a guisa di peregrino ,
ricercando tutta la Terra Santa , ed a parte a
parte visitando tutti i Santi luoghi di quella.
E poiché ivi gli parve di avere ogni divoto
uffizio fumilo, diìiherò di fare nel ritorno alla
patria quello istesso viaggio per terra , che
fatto aveva. Perchè imbarcatosi da capo sopra
un navilio in porto del Zaffo pervenne final—
mente a Rossetto. Dove arrivato , trovò cagio-
ne di ritornare a rivedere il sepolcro della
tanta amala moglie, spronato dal gran desio
che di lei sentiva, ed avendo ancora seco la re-
cente morte di quella la mente afflitta, non
essendo più che tre mesi passati, che era il mi-
serabile caso avvenuto.
Comperatosi adunque in quelle parti un ca-
vallo , e così messosi in viaggio, giunse dopo
certi dì alla selva ove sepolta era la moglie^ ,
E quivi rinfrescata la pungente memoria , ed [
il dolore della sua morte, spandendo non meno
che prima profonde e di larga vena lagrime ,
27 2 NOVELLE.
da capo all' amato troncone della palma ap-
poggialo , sovra il sepolcro , così cominciò a
dolersi. « A te ritorno carissimo e fedelissimo
corpo , a voi belle ed oneste membra , in cui
rinchiusa fu queir amorevole anima, che per
lo scampo della vita mia volle dalla sua mor-
tale spoglia disciogliersi, per fornire di farvi
con questo pianto le ultime esequie. Ne andrò
io dunque, o Ginevra mia , senza di te alli pa-
terni lidi , e solo senza la mia fida compagna
goderò del porto della patria mia ? Quale mi
sarà senza di te questo viaggio? Quali senza
di te le usate accoglienze della casa nostra ?
Oimè ,, che in vece di letizia , che sogliono gli
altri cittadini , ritornando allalor patria, por-
tare , io vedovo con gli occhi pregni di lagri-
me , di dolor bagnati e molli , e col viso chino
riporterò malinconia e tristezza ? Tu adun-
que , o diletta Ginevra , in queste contrade
barbare resterai? Tu in questa oscura e pelle-
grina selva rimarrai ? Per questi inospiti e sel-
vaggi boschi n'andrà vagando il tuo spirito ?
Restate in pace , o terrene membra , le quali
per amor mio voleste in così lungo e periglioso
viaggio stancarvi , e poscia che pur fu consen-
timento di destino, che più lungamente non
vi conducesse l'anima , prendete ora debito e
sicuro riposo. Restale in pace , ossa, che quello
ERIZZO. 273
sì leggiadro e sì pudico corpo sosteneste , e
poscia che così era ordinalo in cielo, che perla
vita mia sì tosto vi disgiungeste , rimanetevi
in questo luoco , ed a voi non sia quesla terra,
che vi cuopre, grave. Resta tu in pace , o spi-
rito, il quale se noi avessimo a credere, che
per l'amor naturale , che hanno l'anime ai
corpi , quelle li seguitino , tu dei intorno a
questo sepolcro gir vagando, e se dal mortai
velo disciolto qualche affetto ti stringe, dei tuo
sì fervente e grande amore portatomi la me-
moria non ti fugga , sino che questa breve e
misera vita, che pur ancora meco alberga , si
finisca. Onde a sì grave dolore questa conso-
lazione dia soccorso, di venire a fare la mia
alla tua anima compagnia. »
Avevasi lo sfortunato Alfonso così ultima-
mente doluto sopra il sepolcro della sua cara
moglie , e tutta quella notte ancora nella sel-
va trapassata in dolorosi lamenti , quando
incominciando già l'alba a scuotere intor-
no della terra l'ombra , ed imbiancandosi la
lucente aurora , si mise egli per dipartirsi in
punto. Ed avviatosi al suo cammino, dopo
molle giornale giunse alla fine alle colonne
d'Ercole , e quivi, imbarcatosi in un navilio,
passò lo stretto da Ceuta a Gibraitar di Spagna,
per donde poi- inviandosi verso Portogallo, ne
12..
27^ NOVELLE.
andò alla patria il più dolente e disperato
nomo del mondo. E cerio di Ginevra il mise-
rabile avvenimento può dare ad ogni altra
donna esempio d'ardenlissimo amore e ferven-
tissima fede di moglie.
AVVENIMENTO XXXV.
Timocare , fatta congiura d'uccidere Nicocle
tiranno , è discoverto dal compagno. Con-
dannato alla morte , è nella prigione vi-
sitato dalla moglie , la quale astutamente
lo salva , rimanendovi in iscambio di lui.
Inteso il fatto, il Principe le perdona,
condannando i guardiani alla in or te.
Quando Nicocle , principe de' Sicionj ,
quella città con tirannia signoreggiava , venu-
to già per cotal cagione, a tutti i suoi cittadini
in odio , avvenne che due de' principali della
città , i quali di nobiltà, di ricchezza e grandez-
za d' animo trapassavano lutti gli altri , fe-
ciono conlra di lui una congiura. Per che tut-
tavia stando a ni end uè costoro in questo pro-
ponimento fermi di uccidere il tiranno, ed
avendo tra loro un ordine disegnato, che ad
un certo luogo della città in colai giorno do-
vessero la loro impresa fornire 5 prima che ve-
li
ERIZZO. 275
nisse il termine di mandare 1' opera a compi-
mento, uno delli due compagni, o per paura
che gli entrasse nell'animo, pentito, o per
farsi più al principe grato, o qual che si fusse
la cagione che dalla impresa lo ritraesse , seco
del tutto dispose di non trammettersi più ol-
tre in questo fat4<f; E non fu solamente di ri-
manersi dalla impresa contento, che volle an-
cora per esser in maggior grazia del tiranno ,
scoprire a lui del compagno le insidie. Non
era adunque venuto il giorno ancora, nel
quale s'era da loro ordinato ciò che avessero
a fare, quando questi ,yl' animo ed il propo-
nimento di cui era all'altro compagno nasco-
sto, entrato dentro al palagio del principe,
chiese secretameli te di avere udienza. Perla
qual cosa fu nella camera di Nicocie introdot-
to , ove gli scoperse le insidie poste alla per-
sona di lui , dicendogli che essendo egli a que-
sta malvagia opera da colui Iper compagno ri-
chiesto, né avendo voluto 9 cotal fatto con-
sentire, gli era paruto convenevole a non
mancare del suo ufficio colmargli pervenire
alle orecchie di colui il tradimento 5 il nome
del quale disse che era Timocare. Laonde
avendo Nicocie inteso le apparecchiate insidie
alla sua vita , prestando alle parole di costui
intera fede 3 subito ciò udito mandò alcuni sol-
2j6 NOVELLE. ,
dati bene armati della sua guardia alla casa
diTimocare, e gittate le porte iti terra, lui
presero a man salva. Il quale poscia per co-
mandamento del principe fu imprigionalo ,
e da lui quello istesso giorno condannato a
morte. Ma perchè si costumava a quei tempi ,
che ehi per qualche grande misfatto fusse sen-
tenziato a morte , dovesse essere di notte fatto
morire; impose alle guardie Nicocle , chela
notte seguente russe in prigione , Timocai e
decapi taloyV/Essendosi adunque la sentenza
sulla vita di lui data , a casa sua rapportata
alla moglie, che Arsinoe si ch'amava, la quale
il marito a pari della sua vita amava , cia-
scuno può pensare da quanto dolore ed afflizio-
ne d'animo ella fu assalita. Perchè rivolgen-
do tra sé medesima la misera moglie molti
pensieri , per trovar qualche rimedio da cam-
pare al marito la vita , avvisò che per andare
a spander lagrime davanti al tiranno , anzi
potesse essere cagione di affrettare al marito la
morte che di liberarlo. Peiò pensò di tenere al-
tra via alla salute di lui-, onde immaginatasi
la donna una nuova malizia , quella deliberò
al tutto per lo scampo suo di tentare. Avea ,
come si è detto, Timocare la notte vegnente
da finir la sua vita , quando subito che inco-
minciò ad imbrunir la sera, e che le tenebre
ERIZZO, 277
già avean cacciato la luce della terra , si vesti
Arsinoe di panni bruni, quali a cotai tempo
si richiedevano a lei , e copertasi con un velo
il capo , se n'uscì fuori di casa sola , e verso
la prigione, dove stava il marito rinchiuso s'
avviò. E dopo che quivi fu giunta, tratta in
disparte una delle guardie , le richiese , ama-
ramente piangendo, scoprendosi prima chi
essa era , che si contentasse , poscia che il ma-
rito era stato quella notte condannato a mor-
te , di lasciarla nella prigione entrare, accioc-
ché innanzi che egli morisse lo potesse vedere ,
e di lei le ultime lagrime e gli abbracciamenti
alni fussero conceduti. Ora scorgendo le guar-
die costei essere la moglie di Timocare , sì per
essere x^rsinoe di bruno vestita,' come per 1'
angoscioso pianto, in che la vedevano, vinte
da compassione del suo rammarico, dentro
la prigione al marito la misero. Arsinoe , poi
che si vide essere col marito, non caro , come
il più delle femmine fanno , di mostrargli con
romore e con lagrime la sua doglia , ma in
vece di femminili strida , di lamenti e ramma-
richi, lo cominciò benignamente a conforta-
re, dicendogli che stesse di buon animò. E
comunicatogli tutto quello che intendeva di
fare , dopo alquanto spazio vestito de' suoi
panni il marito , e cangiati i suoi in quelli àis
Ini, copertogli bene coi velo il capo, ne Io
mandò dell;» prigione Fuori, ed in iscambio di
lui essa dentro rimase. Le guardie , che nulla
di ciò sospettavano, credendo lui esser la mo-
glie , Io lasciarono andare. E così Timocare si
fuggì quella notte fuori della terra con la vita
salva. Ma venuta l'era che doveva il carnefice
farlo morire, entrò nella prigione con le guar-
die insieme, ove in vece di lui trovarono la
moglie dei panni suoi travestita , e così ingan-
nati e scherniti rimasero. Per che venuto il
giorno , rapportarono il fatto al principe e
davanti a lui menarono Arsinoe, a cui con
grande orgoglio e fiero volto dimandòil tiran-
no, eome fosse stata sì ardila, che contra il
suo volere, ed in dispregio della data sentenza
avesse dalla sua podestà liberato Timocare ; e
lui fatto fuggire , ingannando le guardie ; Ar-
sinoe molte e pietose lagrime spargendo, gli
disse queste pai ole: non per ischernire la vostra
sentenza , o signore , né per volermi opporre
al comandamento vostro io infelicissima mo-
glie fui trasportata a trarre di prigione il ma-
rito mio con inganno, e liberarlo dalle vostre
mani , ma vinta più dalP amore , che dal ti-
more , ho posto questa mia vita in abbandono
per salvar quella di lui. Ed avvenga eh' io non
sappia la cagione che vi mosse a condannare il
ERIZZO, 279
mìo marito a morte , io tosto che ebbi la dolo-
rosa novella della vostra sentenza , cominciai
pai blamente ad esaminar la sua vita , nèpolei
cosa trovare in lui, ovver peccalo, che fusse
del vostro gastigo meùtevole, ma comunque si
stia il l'atto , a voi piacque di voler Ini far mo-
rire. E sì come fu il timore dello sdegno vostro
dentro di me vinto dallo ardente amore , cV
io a Timocare ho portato e porto , allora eh'
io m' ingegnai con inganno dalla morte cam-
parlo ; così ora è quello dal medesimo supe-
rato , trovandomi al vostro cospetto , e nelle
vostre forze ristretta. Conciossia cosa eh' io
più contenta mi trovi di avere al mio manto
liberata la vita con pericolo della mia, che col
salvarla a me, non aver fatto prova ch'egli
potesse fuggire. Eccomi adunque in vece di
lui nelle vostre mani, o signore; e se la in-
nocenza mia, l'afflizione , le lagrime, non
desteranno in voi qualche pietà 9 che a perdo-
narmi vi conduca , muovavi almeno la uma-
nità a considerare , che questo fallo ( se fallo
si dee stimare che sia il salvare da sovrastante
pericolo le cose sue ) non è di me , ma del
soverchio amore al mio marito portato; il
quale sì altamente aveva nel mio cuore messo
radici , che d' indi non mai lo avrei potuto
svellere, 4E si come non è mio il fallo , non
280 NOVELLE.
deggio per quello che io non commisi , alcuna
pena portare. Dell' amore non prenderete voi
castigo , non polendo le passioni dell' animo
soggiacere ad alcuna esterna forza . Però mi
conforta una speranza che non avendo, voi
onde giustamente possiate rivolger l'ira ; e
conoscendo ancora che non è convenevole me
dello errore altrui gastigare , acqueterete ,
come giusto principe, l' impetuoso movi menc-
io dello sdegno vostro , sì che affatto ne dove-
rò libera andare. Cotali furono le parole della
dolente 4rsinoe ; le quali tanto poterono nelP
animo di Nicocle adoperare, che quantunque
esso fusse crudele e rigido per natura, ed ap-
presso pieno conferà Timocare di cruccio e dì
mal talento , ebbero non di meno forza di
fargli incontanente cadere il furore e l' ira m 7
onde iscusandola lo amore , che al marito por-
tava , da se la licenziò ; e poi quello stesso gior-
no fece il principe le guardie morire , perchè
si avevano lasciato ingannare. Ma non con-
tenta Arsinoe ancora di avere il suo marito
dalle mani del tiranno campato, non passò
molto tempo che sentì di lui novella j e le per-
venne a notizia dove Timocare fuggito dalla
patria dimorava. Per la qual cosa cominciò
tutta ardere di disiderio di vederlo 5 e quando
tempo le parve di dover dare effetto al suo di-
FIORENTINO. 23 1
sio contra il consentimento della madre , sì
vestì un giorno di abito virile, e togliendo in
sua compagnia un fedel servo , già stalo per
avanti del marito , si fuggì secrelamente di
casa ed andò a ritrovare Tnnocare. Ove si può
comprendere, quali fussero le strette acco-
glienze dall' una e dall'altra parte fatte, e con
che festa essa ricevuta ne fosse, vedendosi il
marito davanti la cara moglie, che non sola-
mente avea a lui liberata la vita , ma quella dì
lei ancora avea saputo salvare. Da che si vede
che contendendo in costei queste virtù, lo
amore del marito e la magnanimità, mentre
ciascuna di quelle avea , verso di luì il suo uf-
ficio fornito , la fecero degna d' essere anzi di
Timocare marito , che moglie.
SER GIOVANNI FIORENTINO.
Come nacque parte Guelfa e parte Ghibel-
lina . e come il maladetto seme venne e
cominciò in Italia.
Neil' Alamagna furono già due carissimi
compagni, i quali erano gentili e ricchi , e
vicini 1' uno all' altro un miglio, e Y uno ave-
va nome Guelfo e l'altro Ghibellino. Avvenne
233 NOVELLE.
che tornando loro un dì da cacciare, ebbero
quistione insieme per una cagna , e dove che
prima egli erano compagni ed amici , diven-
tarono nimici , e sempre attesero a inimicare
1' un 1' altro; e vennero in tanta divisione, che
P uno e 1' altro faceva le invitate e le raguna-
te grandi di loro amici , per farsi guerra insie-
me. E moltiplicò tanto questo scandalo , clre
tutti i signori e baroni dell' Alamagna ne ven-
nero divisi per questo , però che 1' uno te-
neva con Guelfo, e l'altro con Ghibellino, ed
ogni anno ne morivano assai dell' una parte
e dell' altra. Ora. veggendosi Ghibellino ol-
traggiare da Guelfo, e parendogli che Guel-
fo avesse più potenza di lui, raccomandossi
alP Imperadore Federigo I.°, il quale re-
gnava a quel tempo. Perchè veggendo Guelfa
che Ghibellino s' era raccomandato all' Im-
peradore , mandò a Papa Onorio II il quale
era in discordia con l' Imperadore , e a lui si
raccomandò e significò il fatto come stava. Do-
ve il Papa intendendo che l' Imperadore aveva
presa la parte de' Ghibellini, pre-se anche egli
la parie de' Guelfi. E quindi derivò che la Se-
dia Apostolica è Guelfa, e l' Imperio Ghibelli-
no. Sì che quella maladetta cagna fu origine
e fondamento di parte Guelfa e Ghibellina.
Ora avvenne che negli anni di Cristo 1216 il
FIORENTINO. 285
detto seme venne in Italia in questo modo.
Essendo podestà di Firenze messer Guido Or-
landi (ed era un grande e bello ufficio l'esser
podestà di Firenze) era in casa di Buondelmon-
te un cavaliere eh' aveva nome messer Buon-
delmonte, il quale era bello e ricco e valoroso;
il detto messer Buondelmonle giurò una fan-
ciulla de gli Amidei per moglie, e impalmol-
la , e promise con quelle solennità che s' ap-
partengono intorno a ciò. Passando poi messer
Buondelmonte un giorno da casai Donati, una
donna la quale ebbe nome madonna Impac-
cia , vide messer Buondelmonte , e chiamollo
e disse: Messere, io mi maraviglio forte di voi,
come voi vi siate inchinalo a tor per moglie
una , che*non si confarebbe a scalza ivi ; ed io
v'aveva servata una mia figliuola , la quale io
voglio che voi veggiate. E subito chiamò que-
sta sua figliuola la quale aveva nome la Giulia ,
bella e vaga quanto fanciulla di Firenze , e mo-
strolla a messer Buondelmonte e disse : questa
vi serbava io. Perchè messer Buondelmonte
veggendo questa fanciullate ne fu innamo-
rato , e disse : madonna io sono apparecchiato
di fare ciò che voi volete, e innanzi che si par-
tisse la tolse per moglie , e dielle 1' anello. Sen-
tendo gli Amidei che messer Buondelmonie
aveva tolta un' altra moglie , e non voleva la
284 NOVELLE,
loro , furono insieme, e con loro altri amici e
parenti si consigliarono di vendicarsi di questo
che aveva fallo loro messer Buondelmonte.
Nel qua! consiglio si trovò Lambertuccio Ami-
dei , e Schiatta Ruben i e '1 Mosca Lamberti ,
ed altri assai. E chi consigliava che si gli desse
delle busse, e chi diceva che si gli desse un
colpo nel volto , e chi diceva una cosa , e chi
un' altra. Ove si levò su il Mosca Lamberti, e
disse : cosa fatta capo ha: quasi volendo inten-
dere, che uomo morto non fa mai guerra. Fu
preso dunque partito d' ucciderlo, e così fu
fatto , che tornando messer Buondelmonte una
mattina di Pasqua da mangiare d' olir' Arno
da casa Bardi , essendo in su un palafreno tutto
bianco , ed egli vestito d' una roba bianca, es-
sendo a pie del ponte vecchio , di qua dov' era
una statua di Marte , la qual adoravano i Fio-
rentini quando erano pagani , ed era dove oggi
si vende il pesce , uscì addosso a costui una bri-
gata, e liraronlo a terra del cavallo , e quivi
l'uccisero ; di che Firenze n'andò a remore per
la morte di questo messer Buondelmonte. E
per delta morte si divisero le nobili famiglie e
casati di Firenze; echi tenue co'Buondelmon-
ti , i quali si fecero capo di parte guelfa , e chi
tenne con gli Amidei , che si fecero capo di
parte ghibellina. Quei che tennero parte guel-
FIORENTINO. 2§5
fa, furono questi : Buondelmonti , Nerli , Ja-
copi , Deti, Rossi, Bardi , Frescobaldi , Mozzi,
Pulci , Gherardini , Foraboschi , Bagnesi , Gui-
datiti, Sacchetti, Manieri, que' da Quona ,
Luccardesi , Chiaramonlieri , Cavalcanti, Com-
piombesi, Giandenati, Scali, Gianfigliazzi ,
Importuni, Bosticchi,Tornaquinci, Vecchiet-
ti, Tosingbi , Arigucci , Agli , Astimari, Bis-
domini, Tedaldi, Cerchi , Donati , Arighi e que'
della Bella. Tutte queste famiglie con altre po-
polane per la morte di messer Buondelmonte
si fecero guelfe. E quelle che diventarono ghi-
belline furono queste : gli Uberti , Amidei , e
ne furono capi i conti da Gangalandi , Ubria-
chi , Mannelli, Fifanti, Infangati, Malespini,
que' da Volognana , Scolari, Guidi, Galli,
Capiardi, Lamberti, Soldanieri , Cipriani ,
Toschi , Amieri , Palermini , Migliorelli , Pi-
gli , benché parte di loro si fecero poi guelfi ,
Barucci , Catani , e Catani da Castiglione ,
Agolanti , Erunelleschi , benché poi si faces-
sero guelfi , Ca pensaceli* , Elisei , Abati , Te-
daldini , Ginochi , Galigai. Tutti questi di-
ventarono ghibellini per la morte di messer
Buondelmonte-, dove si vennero partendo e di-
videndo tutti i signori e popoli d'Italia, riem-
piendosi di questo mal seme, e tulli i Guelfi
tennero con Santa Chiesa ? e i Ghibellini con
236 NOVELLE.
io Imperadore. Si che ora hai udito che per una
cagna si cominciò parte guelfa e parie ghibel-
lina nell'Alamagna , e poi in Italia nacque per
una femina come detto è di sopra.
Democrate di Ricanati delibera di dare una
caccia di animali selvaggi a certi signori
forestieri. Muore di questi un orsa grossis-
sinia. Alcuni masnadieri fanno disegno di
rubare Democrate. Un di loro si veste della
pelle di essa 3 e messo dagli altri in una gab-
bia , si presenta a D< mocrate , fingendo
che gli mandi quesV orsa un Albanese suo
amico. La notte introduce i compagni. Al
rumare accorre un fante , e va a raccontare
che V orsa è fuori della gabbia. E uccisa 9
ed allor si scuopre V infelice masnadiere
Nella città di Ricanati era un gentil uomo
chiamato Democrate, il qual era ricchissimo e
liberale dei beni eh' egli aveva; e perchè era
il primo nella sua città , ogni anno faceva fare
giuochi e spettacoli, de' quali si dilettava molto.
Or avvenne eh' e' si deliberò di fai* un giuoco,
ovvero caccia grandissima d' animali selvaggi ,
nella sua città , per onorare certi signori fores-
tieri che vi dovevano venire. Per la qual cosa ,
da diversi luoghi , aveva con grandissima spesa
FIORENTINO. 267
congregata una gran moltitudine d' animali
selvaggi, fra' quali v' erano molli orsi- ma di-
morandosi più che non si credeva , quei signo-
ri, per cui principalmente voleva fare questa
caccia , stando le fiere chiuse, molte se mori-
vano, ed essendo gittate in luoghi publici ,
molti poveri le raccoglievano , e per mangiarle
le scorticavano. Essendo adunque morta un'
orsa grossissima e terribile da vedere, una bri-
gata di masnadieri, che poco fa erano venuti
nella città , fecero disegno per mezzo di quesl*
orsa, col lor ingegno, rubare Democrate, per lo
modo che procedendo tu intenderai. Egli pre-
sero quest* orsa morta, e se la portarono al loro
alloggiamento e destramente la scorticarono
lasciando però i piedi e'1 capo intieri; ed avendo
nettata la pelle da ogni carne, la sparsero di
cenere, e la posero al sole ad asciugarsi, e fra
quel mezzo attesero a darsi buon tempo, man-
giando la carne. Come la pelle fu asciutta ,
come già fra loro s' erano convenuti, posero in
quella uno di loro che si chiamava Trasileo, e
diligentemente lo cucirono entro , e con le
folle setole ricopersero la cucitura , tal ch'ella
non si poteva vedere; ed al luogo dov' era stata
tagliata la gola all'orsa , fecero entrare il capo
di Trasileo, lasciandogli luogo d'onde e' po-
tesse spirare e vedere j tal che iorfecero parere
288 NOVELLE.
Oli' orsa vera. Dopo questo comperarono una
gabbia , e dentro ve '1 misero. Ed avendo con-
dotta la cosa fin a questo termine, per compi-
mento del loro inganno ebbero indicio d' un
cerio Nicànore, albanese, il quale si diceva te-
nere grand' amistà con questo Democrate , ed
era nei suoi paesi un gran cacciatore. Fecero
adunque questi ladri certe lettere, che mostra-
vano che quel suo amico lo facesse, per cagione
della festa eh' egli ers^per fare } partecipe della
sua caccia. Essendo poscia vicina la notte,
questi masnadieri portarono la gabbia con
quell' orsa fitta , e con quelle lettere a questo
Democrate, il quale lodata la grandezza della
bestia, e rallegratosi dell' opportuna liberalità
dell' amico , comandò che a quei che l'avevano
condotta, fossero annoverati dieci ducati, e
che la gabbia con Y orsa fosse portata fuori ov'
erano 1' altre. Uno di quei ladroni disse : guarda
signore che essendo ella , e per le gran vampe
del sole, e per la lunghezza del cammino assai
stracca, che tu non la metta tra la moltitudine
dell' altre, le quali anco secondo eh' io ho in-
teso , non sono molto sane; perchè ella è da
mettere qua in casa in qualche luogo aperto,
dove spiri alquanto d' aere, essendo simil sorte
di bestie use dimorare tra folti boschi e fresche
spelonche. Considerando Democrate che molte
FIORENTINO. 289
ve ne erano morie , consentì alle parole di
costui; però disse che la dovessero riponere
dove a loro pareva che la stesse meglio. Allora
essi la riposero in un certo cantone della casa,
di donde Trasileo poteva vedere in qual luogo
si riponevano i vasi d'argento che si levavano
della mensa del padrone che molti ve n'aveva
e di gran prezzo ; poscia dissero : noi siamo ap-
parecchiali, quando faccia bisogno, di starci
appresso, perchè sappiendo la natura sua, po-
tremo, or eh' ella è stracca ed affaticata, por-
gerle il cibo, quando ne parrà il tempo oppor-
tuno. Rispose Democrale : non ci è mestiero
della fatica vostra ; perchè lamia famiglia, per
la consuetudine di governare simili bestie, sa
ormai ciò che le fa bisogno; e detto questo, i
ladroni si partirono ; ed uscendo fuori della
città un poco, vi venne veduta in un luogo ri-
posto , così un poco fuor di strada appresso a
una chiesuola, una sepoltura; ed essi levatole
il coperchio, che per la lunghezza del tempo
era tutto guasto, trovato che 1' ossa de' morti
erano divenute tutte in polvere, fecero pen-
siero che quel fosse assai opportuno luogo per
nascondere ciò che fuor della casa di Demo-
ciate avessero portato. Avendo adunque osser-
vato il più tenebroso tempo della notte, quello
i5
20,0 NOTE! LE.
cioè , nel quale il sonno col primo impeto
s' insignorisce de' mortali, s' appresentarono
armali co' loro islrumenli avanti alla casa di
Democrate : né minor diligenza fra quel mezzo
aveva usata Trasileo ; perchè era uscito della
gabbia quando comprese che lutti dormivano,
e con un coltello aveva scannato il portinajo,
poscia avendo aperta la porta , aveva introdotti
i suoi compagni. Entrati questi masnadieri in
casa di Democrate , Trasileo gì' insegnò una
guardaroba nella quale év èva veduto riponere
1' argento ; ed essi avendo con suoi ferramenti
aperto 1' uscio , si caricarono di ciò che poterò
portare, ed andandosene a quella sepoltura
detta di sopra , lasciarono uno di loro, mentre
ritornavano a portarsene il resto , che vicino
alla porta ponesse mente se in casa movimento
alcuno nasceva 5 immaginandosi fra loro che
Y aspetto di quell' orsa fosse stato sofficienle
a tenere in tremore, se alcuno della famiglia
si fosse desto per avventura. Ma essendosi allo
strepito udito levalo un fante di casa , andò alla
porta per vedere se v" era il portinajo,, e lo vide
giacer morto, e vide quella bestia andar per
casa-, per la qual cosa tacitamente si partì, ed
andossenea raccontar agli altri ciò che egli aveva
veduto. Né vi andò guari, che la casa fu piena
DONI. 29I
d'uomini con torchie accese tal che le tenebre
sparirono via, né fu alcuno fra tanta gente,
che venisse senz' arme ; ma alcuni con stanghe,
altri con lancie e spiedi, e molti con spade
ignude ; e più fecero venire grossissimi cani da
caccia , e furono fra tulli intorno a quest*
orsa , e con gran strazio 1' uccisero, ed egli mai
non mandò fuori voce niuna. Ma egli aveva
però posto tanto spavento nella mente di tulli
quei che la videro che così morta niuno ardiva
toccarla ; pur alla fine un certo beccajo volen-
dola scorticare , spogliò il misero ed infelice
masnadiero.
ANTON FRANCESCO DONI.
In Portogallo due cavalieri hanno nemi-
cizia mortale fra loro. Uno di essi , ben-
ché ingiuriato _, non potendo vendicarsi
dell' altro , gli uccide il padre ed un fra-
tello. Il Re bandisce che sia arrestato
ovunque lo scellerato. Questi 3 incerto del"
la vita ,per tutto 3 si presenta al suo ne-
mico perchè V uccida piuttosto che veder*
si strangolato dal nianigoldo. Egli, invece
di ciò } V accompagna in luogo sicuro , ed
ottiene dal Re un salvo condotto per ri-
io*
292 NOVELLE.
chiamarlo e sfidarlo a balta glia. Compa-
risce , lo vince , gli dona la vita , e gli
ottiene anche dal Re il perdono.
Furono due nobilissimi cavalieri nel regno
di Portogallo , i quali forse anco oggidì vivo-
no , ch'avendo inimicizia mortale concetto in-
sieme, tutti quei modi operavano _, che loro
parevano acconci a pigliare V un dell' altro
vendetta , ancora che Funo di quegli , sì come
intimato , maggiore studio vi ponesse , e per
lo più non ispendesse il tempo in altro , se
non a pensare d' alcuna via , che all' in lento
suo lo conducesse. La quale tuttavia pensando
gli pareva più aspra e più difficile riuscire ,
veggendosi inferiore e d' animo e di forze all'
inimico, e d' amici e di facultà né anco supe-
riore. Perchè sentendosi tale , ed ognora più
disperando di arrivare al desiderio suo, cono-
scendo anco che all' inimico cavaliere da solo
a solo non era bastante a fare danno alcuno ,
dt liberò come poteva il meglio saziare la cru-
deltà del cor suo bramoso di vendetta. Là on-
de , benché virtuoso ed onorato fosse, acce-
cato non di meno dal nostro avversario auli-
co , un giorno gli venne pensalo del modo; ed
al pensiero incontanente seguì il vergognoso
filetto. E ciò fu che venendogli in acconcio
DONI. / 2g5
il farlo, uccise di nascoso e di notte tempo il
padre e' 1 fratello dell' inimico suo, i quali se-
curi e senza sospetto vivendo, di lui guardia
alcuna non prendevano. Commesso eh' egli
ebbe sì vituperoso delitto , e venuta la nuova
agli orecchi del Re e della corte, subito per
parte di sua Maestà andò un bando , che in
ogni parte del regno suo , dove si ritrovasse il
cavaliere colpevole, sotto pena di ribellione
ed altre gravissime pene , gli dovesse essere
presentato ; e senza indugio alcuno furono
mandati sergenti a cercare diligentissimamente
di lui. I quali facendo il loro ufficio noi sep-
pero ritrovar giammai. Aveva il malfattore,
dopo successo il fatto , tra se medesimo molte
volte pensato, come gli era impossibile che
fuggisse 1' ira del Re e conseguentemente il
gastigo della giustizia-^rer che fatto diversi
pensieri, e nessuno parendogli buono a sal-
varsi la vita , finalmente come di gran core ch ,
egli era pure , deliberò fra se stesso di volere
più tosto morire per mano del suo inimico,
che a guisa di persona infame essere straziato - a .
per mano del manigoldo e della giustiziandosi [ [n
più animoso che consigliato, fatto animo alla
sua deliberazione, secretami ente andò a ritro-
vare il suo nimico, e presentatogli un pugna-
le , gli disse che di lui facesse quella vendetta
20,4 NOVELLE,
che P oltraggio fatto gli avea meritato. Il ca-
valiere, vedendosi innanzi agli occhi chi tanto
P avea offeso, fu molte volte vicino a conten-
tare P appetito suo del sangue di colui , ma
sendo virtuoso e di nobil core, veggendo che
ciò non gli ritornava a onore, rivolto a lui,
che tuttavia gli stava innanzi disarmato, disse :
unqna non piaccia a Dio che io mi lordi le
mani nel sangue d' un tuo pari 5 perchè leva-
tolo su , e fattolo securo della vita , seco stesso
propose di mostrare in altro e più onorato
modo la grandezza dell' animo suo. Là onde
aspettato tempo comodo, fatto montare a ca-
vallo P inimico, P accompagnò fuor de' con-
fini del regno. Poi ritornato addietro , andò a
ritrovare il Be ? e gli ragionò in questo modo :
Sacra Maestà, io ho inteso che '1 cavalier mio
nemico è ridotto in securo , e fuor del vostro
regno ; e non saprei dir come , tale che egli
ora si può molto bene stare allegro d' aver
commesso sì crudel scelleraggine , e d' essere
sicuro dalle mani della giustizia vostra*, però
le domando una grazia , ed è questa , eh' a lei
piaccia farli salvo condotto sopra la fede sì eh*
io lo possa chiamare a singoiar battaglia , e
vendicarmi con P ajuto di Dioe col favor della
ragione di così fatto oltraggio; con questa
condizione , che se la sorte ed il valor suo gli
DONI. 295
daranno di me vittoria , la Maestà Vostra si
degni perdonargli , e rimettergli ogni delitto;
e s' io lo vinco, possa far di lui il voler mio.
Il Re benché il malfattore non meritasse tal
grazia , non di meno intendendo la nobiltà
del cavaliere offeso , deliberò compiacergli ; e
così gli fece carta dì salvo condotto. Il cava-
lier magnanimo , ottenuto eh' egli ebbe la
domanda sua , incontanente mandò cartelli , e
sfidò V inimico in campo securoed aperto,
facendolo chiaro e della securtà , e delle con- / f*J
dizioni impetrate per lui dalla Maestà del Re,\ * tC
Così non passarono molti giorni, che venuto
il dì della battaglia , 1' uno e l'altro si presentò
alla presenza del Re e della corte, e quivi am-
bedue valorosamente combattendo , volse così
la ragione , che il cavaliere oltraggiato, poi
eh' ebbe in due luoghi della persona ferito l'
inimico e mandatolo in terra, postoli sopra,
lo fece arrendere , ed ebbelo prigione, secon-
do le convenzioni. Là onde presolo per mano,
e presentatolo al cospetto del Re, disse pubbli-
camente che lo ritornava in sua libertà ., e gli
donava la vita ; ed appresso pregò sua Maestà
che gli perdonasse. II Re maraviglialo d'atto
sì generoso , volentieri gli compiacque. E questi
cavalieri furono poi grandissimi e leali amici;
e forse sono ancora, se l'uno e l'altro vive.
296 NOVELLE.
GIULIA BIGOLI1NA.
Raccontata nelV amenissimo luogo di Mira-
bello.
Fu dunque già dugenlo e più anni nella
città nostra di Padova , a tempo che sollevata
dalla strage d' Eccelino , e non pervenuta an-
cora alle mani de' Carraresi , ella si governava
a repubblica , signoreggiando molti castelli e
alcune città circonvicine con molta sua gloria
e soddifazion di tutti , un giovane della nobil
famiglia de' Vitaliani , chiamato Tesibaldo, al
quale siccome Iddio e la fortuna erano siati
sommamente favorevoli e nel farlo nascere il
più bello e grazioso giovane che fosse mai
stato per avanti veduto , e si potesse sperare
forse di vedere per 1' avvenire , così avea egli
con sì meraviglioso artificio atteso ed alla
cognizione delle lettere , ed alla istruzione
delle armi , una e V altra sommamente con-
venevoli alla vita cittadinesca , che era ripu-
tato di gran lunga avanzare gli altri tutti. Da
queste sue rare bellezze congiunte a così cilia-
re doti di animo procedeva eh' era non pine
stimalo ed onorato da tutti i cittadini , ma
era singolarmente amalo da ogni condizione
BIGOLTNA. 297
di donne, ma da quelle principalmente che
erano da marito , ognuna delle quali riputava
sé felice oltre modo , se -avesse potuto ardire — f
di sperare grazia di così avventuroso giovane^
Accompagnava egli la bellezza e dottrina con sì
mirabil arte, che furono molti che dubitarono
che piuttosto fosse celeste che umana crea-
tura ; e come sempre rimaneva superiore in
qualunque delle più ardite disumazioni , che
molte e frequenti aveva nelle scuole , e nelle
deliberazioni della repubblica, nella quale ave-
va sempre onorato luogo , così in danzare ,
giostrare , in lottare non era alcuno che più
"ardisse di seco contrastare, però che era altret- ^ .
tanto destro, agile, forte e gagliardo, quanto lì/ -,
dotto , arguto e ingegnoso.V Avea fatto egli jW^
fermo proponimento di non maritarsi giam-
mai , benché fosse e solo e ricchissimo : però
fece lungamente resistenza grande a qualun-
que donna che per marito lo ricercava : anzi
essendo da molte vie di continuo combattuto »
di lasciarsi almeno amare , dimostrò sempre
di non aver cosa alcuna che maggiormente lo
travagliasse di questo :£ in questo suo fermo
parer fermato visse qualche anno lontano da
sì gran travaglio. Avvenne pure che vinti e
superati gli Scaligeri dalla Repubblica Pado-
vana in quella ìnemorabil sempre , e sempre
il.
2Q& NOVELLE.
gloriosa guerra , giudicarono i Padri della re-
pubblica (seguendo in questo le vestigie de' pas-
sati ) che fosse ben fatto di far pubbliche feste,
e di bandire onorate giostre in segno di così
grande allegrezza alla città. Però daio ordine
alle feste , che sempre hanno fatte grandi e
onorevoli per la speziai grazia che ha avuta
questa città di aver sempre copia grande di
belle donne, fecero di più bandire per il primo
giorno di Maggio una pubblica giostra , il
prezzo della quale fu una pezza di panno
d' oro foderata tutta d' ermellini , con una co-
lomba d' oro in cima , che aveva in bocca un
ramo d'olivo carico di smeraldi. Alla gran-
dezza di questa giostra concorsero molli e >
onorati principi e cavalieri di molte parti.V
Traltanto non restavano i giovani a questo
deputati di fare onorevoli feste in coite delti
Signori; a una delle quali danzando Tesibaldo
a caso con Giulia Camposampiero , unica fi-
gliuola al cavalier Tito non manco bella che
artifiziosa , avvenne che ora mirandola fissa ,
quando ragionando con lei che parlava accor-
tamente , s' avvide Giulia , eh' era mutato in
parte il molto rigore di Tesibaldo. Però dive-
nuta animosa ebbe ardir di dirgli che per suo
amore fosse contento di dimostrare il suo va-
lore nella giostra. A questo non ebbe vive ra-
B1G0LTNA. / 295
gioni dì contravvenire il Vitaliano • anzi con-
vinto e violentato promise di soddisfare in
maggior cosa. Contenta Giulia di quesla pro-
messa , e finito il ballo , giudicò esser benissi-
mo fatto di sollecitar V amor suo. Tesibaldo
veramente quando combattendo con gli studj
della filosofia procurava di resistere alle fiam-
me di amore , ora contemplando le bellezze di
Giulia , eli' avea accompagnata alla bellezza
una viril dispostezza , si fermava in proponi-
mento di amarla 5 ora riducendosi a memoria
la vita sua passata , deliberava di rimoversi
dalla sua promessa; ora considerando l'effi-
cacia della fede data di dover giostrare , giu-
dicava d' esser astretto a farlo di maniera che
combattuto da questi due così gravi pensieri,
e stando nel fare che questo cedesse a quello ,
finalmente mirando in quella dubbietà gli' oc-
chi di Giulia, conobbe nel vivo raggio di quelli
esser descritto, donde mancar tu tratti di quel
che sei obbligato ? E però risoltosi e d' amarla
e di dover giostrare, ebbe ricorso a M. Daulo
de' Dotti suo strettissimo parente, col mezzo
del quale fatta secretissima provisione di ca-
valli ed armadure ebbe comodità di apparec-
chiarsi alla giostra che già era principiata ;
e nella quale per giorni tre continui fu da 0-
gnuno riputato vincitore Lucio Orsino, gentil-
300 VOVELLE.
uomo romano t col quale oramai non compa-
riva alcuno che ardisse di contrastare. Poco
prima che al fine de' giorni tre comparse final-
mente Tesibaldo, tutto armato d' armi bian-
che , con una sopravveste di raso medesima-
mente bianco , ricamate tutte d'oro con l'elmo
eh' aveva una man d'avorio con un motto che
diceva TU sola puoi. Fu così subito all' ap-
parire conosciuto da Giulia , come dal resto
della città tutta fu riputato cavaliere incogni-
to. Ora dati i segni della tromba si venne 1 Or-
sino , e Vitaliano ad incontrare con le grosse
lance di tal maniera, che rotte quelle in mille
pezzi alfine fu astretto di cadere in terra l'Or-
sino. Per la caduta del quale subentrò Tesi-
baldo nelP obbligo di mantenere la sbarra ,
e quella sera istessa molti abbattette da ca-
vallo , e fece il simigliarne il seguente giorno ,
di modo che fu ragionevolmente pubblicalo
vincitore della giostra. Per la qual pubblica-
zione avvenne , che conosciuto da In Ha la
città fu senza fine allegra quella vittoria, sì per
le condizioni del Vitaliano , come per onore
universale. Ma come fu di contento quesla vit-
toria a tutti , così fu di disturbo e dolore all'
Orsino , il quale fra se medesimo concluse di
non lasciar inai senza vendetta quella caduta.
Vittorioso adunque Tesibaldo della giostra ,
bigolina. 5oi
ma vinto dall' amor di Giulia , ebbe poco di
poi comodità di esser in casa di lei , ove fa Ite
secrete nozze secretamente anche la fece di
donzella donna. Ma mentre che spesso fre-
quentavano questi novelli amanti e sposi questi
reiteramenti amorosi , venne nuova alla Re-
pubblica che SigismondoJmperatore, era giun-
to a Bologna da Eugenio IV, e per coronarsi ,"/^
e per dare ordine a molti loro importanti ne-
gozj. Giudicarono però eonvenevol cosa i Padri
della Repubblica di far elezion di quattro am-
basciatori , i quali subito andassero ed a quella
coronazione , ed a fare uffizio con Sigismondo
di rallegrarsi dello imperio poco prima ca-
duto nella sua persona. Furono perciò eletti
M. Giacomo Dotto, M. Gio. Francesco Capo
di Lista , M. Ruberto Trapolia , uomini gravi
e vecchj , ed a loro fu aggiunto Tesibaldo per
compagno, a' quali fu dato ordine espresso di
partirsi subito. Dispiacque questa elezione a
Giulia sopra modo, ma con la certezza che
presto dovesse ritornare si consolò molto. Ora
fatta provision presta ed onorata da gli oratori,
b J inviarono a Bologna , ove giunti ebbe carico
Tesibaldo di soddisfare al desiderio della Repub-
blicar«^er ciò messa insieme una eloquente ora-
zione in lingua latina , in pubblica udienza alla
presenza di Eugenio e di tutta la città fece di
502 NOVELLE.
tal maniera che fu giudicato, com'era uomo
superiore a tulli nel parlare eloquentemente, e
piacque sì 1' uffizio che fece e ad Eugenio e a
Sigismondo , T che da quello indutli 1' uno e
P altro più che dall' onorevolezza dell' amba-
scieria (che era per il vero sommamente onore-
vole, e per i vestimenti degli amhasciadori e di
tutta la loro corte, e per tutti gli accidenti,
come di cavalli , muli , ed argenterie ) volsero
far tutti quattro gli amhasciadori loro cavalieri
con molti privilegi. Venne a Padova fama di
così egregio portamento di Tesibaldo, ed in-
sieme la certezza della cortesia che infinita gli
usava 1' Imperatore, di modo che avendo finito
l 'ufficio suo 1' oratore, che seguitava ordinario
di continuo l'Imperatore, elessero in luogo
suo Tesibaldo , e subito gli fu dato comanda-
mento che dovesse seguire l' Imperatore. Fu di
travaglio questa nuova a Tesibaldo , ma di
cruccio infinito a Giulia : queslo si doleva che
desiderava di ritornare a Padova a dar compi-
mento a' suoi sludj; questa si crucciava che
morto il cavalier Tito, suo padre, intendeva di
pubblicare le sue nozze. Ma astretto dalla viva
forza de' comandamenti della sua repubblica ,
d' animo assai composto ritornò con V Inip'era-
tore a Vienna , ed accasalo appi esso il palazzo
imperiale faceva sempre operazioni degne di
4/t¥***j^ BIGOLTNA. ' 3o5
3ui ; né cosa alcuna mai domandò in nome
de' suoi signori all' Imperatore che più ampia
mollo non la ol tenesse. Sigismondo, parte per-
la sua virtù , parte perchè era graziosissimo-
Tesibaldo , sempre quando gli occorreva di ra-
gionar di lui, con vive e vere ragioni conclu-
deva che fosse impossibile , che si trovasse
vivente alcuno che di gran lunga se gli potesse
pareggiare. Udì questi lagionamenti Odolarica,
sua figliuola , che era a quei tempi Ja più bella
e più graziosa giovane che si potesse ritrovare,
e senza averlo pur veduto s' accese talmente ,
che reputò se beata se poteva acquistare Y amore
di sì lodato giovane. Però deliberata di volerlo
vedere, avvenne , che il seguente giorno an-
dando Tesibaldo all' Imperatore, non pur visto
da Odolarica , fu riputalo angelo di cielo , di
modo , che accese maggiormente le fiamme
d ? amore tentò di avere comodità di vederlo
quando lei voleva in casa sua, nella quale certe
finestre del palazzo potevano guardare como-
damente. Era usato Tesibaldo dipoi i suoi studi
di attendere a molti onorevoli esercizi , quando
giocava a saltare, quando ballava, ora maneg-
giava cavalli, e mentre ciò operava, senza
punto avvedersene era non pur veduto, ma
ammirato da Odolarica. Fra tanto essendo
sparsa per tutto il mondo la fama delle sopra
5c4 NOVELLE,
umane bellezze d' Odolarlca , e pervenuta all'
orecchie dell' Orsino, riputò se felice se poteva
aver luogo di donzello appresso di lei. Fugli in
questo molto favorevole la fortuna, però con
lettere simplici d'Eugenio fu non pur accettato,
maraccomandatodall'ImperatoreadOdolarica.
Era costume dello Imperatore di far molte e
solenni feste a consolazion d' Odolarica ; però
facendone una sera una più solenne delle altre,
a quella invitato Tesihaldo , ma tardando egli a
venire con molto dolore di Odolarica, fu lei
astretta di commettere alt' Orsino, suo nuovo
donzello, cheandasse a levarlo, il quale contento
per il comandamento , ma dolente per 1' odio
che portava a Tesihaldo, andò di subito a le-
varlo , e fece sì eh' indusse Tesihaldo ad andar-
vi, che per avventura pocosicuravavGtìmparse
alla festa Tesihaldo a lume di torce<con la sua
corte avanti eh' era fornita di fioriti giovani,
vestito alla italiana di calze rosse coperte di
velluto ricamato d'oro con un rohbone di so-
pra pur di velluto cremesino foderato di lupi
cervieri , ed aveva in testa un cappelletto d l
pelo guernito di seta e d' oro. Al comparire del
quale le donne tutte, che più noni' avevano
veduto, conclusero , che mai più fosse stato
veduto il più hello ed il più grazioso giovane ;
il comun parlare delle quali sentendo Odola-
BIGOLTNA. 3o5
rica , maggiormente si confermava ed accen-
deva nel suo amore. Ora principiato il ballo ,
al quale è lecito alle donne di levare un
uomo, piacque all' Imperatore ed al resto de'
principi che facesse Odolarica questo favore all'
ambasciatore padovano di danzar seco ; la
quale non aspettando d'esser molto astretta,
con riverente inchino presentossi a Tesibaldo,
e lo invitò a ballare : ma cortese egli levato di
subito principiò in germana lingua da fui be-
nissimo appresa a ringraziare la signora Odo-
larica di sì gran favore, la grandezza del quale
affermava di riconoscere e dalla cortesia di sua
signoria , e dal rappresentar egli così onorata
Repubblica, come quella di Padova. Da queste
parole prese ardire Odolarica , e subito sog-
giunse : anzi al vostro valore ed alle vostre bel-
lezze dovete voi quest'obbligo, dalle quali accesa
il primo giorno che vi vidi , il primo giorno
medesimo me vi donai tutta , e non mi pen-
tisco ora di averlo fatto, anzi tanto più sono
contenta quanto che vedo il mio giudizio con-
forme non pure a quello dell'Imperatore , mio
padre , que vi ha concluso superiore a tutti in
lettere, ma a quello di queste signore que vi
concludono voi di bellezza contrastare con qual
si voglia angelo del cielo. Però, onorato si- yf^
gnore , piaccia a voi d'esser contento eh' io vi
serva ed accettarmi per vostrajidrques'te parole
5o6 VOVELLE.
mutossi Tesibaldo e più volte dubitò che da
altri non fossero state intese, avendo lei par-
lato altrettanto liberamente quanto ardita-
mente : pure avveduto che non erano state
ridite , principiò egli a rispondere in tal ma-
niera : grave offesa fate , signora , alla vostra
bellezza a ricercare che io per mia accetti vos-
tra signoria alla quale sono indegno di ser-
vire, e ben mostrate esser desiderosa di fa-
vorirmi maggiormente poi che scherzando
meco prendete giuoco di darmi ad intendere
che quello diciate col core che con le parole
esprimete. Soggiunse allora Odolarica inter-
rompendo il parlar di Tesibaldo : piacesse a
Dio che come parlo io da dovero , così foss' io
da voi esaudita , che presto non tarderebbero
ad aver fine i miei tormenti, anzi ora sareste
voi mio. Non sopportò l'accorto ambasciatore
che più continuasse Odolarica a parlargli ~in
questa maniera, anzi le affermò que ad ogni
altra cosa pensasse che a questa, però chea
lei nata avventurosamente figliuola di sì grande
Imperatore conveniva pensare di aver signore,
e marito conforme alla sua grandezza. Finì
fra tanto il ballo, e rimase da questa conclu-
sione sopra modo dolente Odolarica, pensando
ora una cosa, ora un' altra. Tentò vari mezzi
i giorni seguenti per indurre al suo volere
Tesibaldo, ma furono tulli indarno, però che
BIGOLINA. 507
ad Emilia, figliuola del duca d* Alba, che di
quesle cose le parlò molte volle efficacemente ,
le diede risposta tale che intese che quando
fosse egli più di ciò sollecitato, lo propale-
rebbe al signor suo Imperadore. Avvenne poi
che Odolarica soprappresa da molta maninco-
nia gravemente infermò, né trovandosi medi-
cina che la potesse sanare, anzi facendole ogni
cosa nuocimento, Lucio Orsino che dell' amore
suo s' era benissimo accorto, giudicò questa
opportuna occasione e di acquistare la signora /J l
Odolarica , e di vendicarsi col Vitalian/3rJ f erò
fatto un giorno animoso , e condotto alleilo
di Odolarica con queste parole cominciò a
parlarle : Sacra corona , mal si ponno celare le
forze d' amore, alle piaghe del quale non si
trova rimedio che basti. So io , e me ne sono
accorto che il mal rostro procede da mollo
amor che portate al signor oralor Padovano ;
né me ne maraviglio punto che voi savia ed
accorta donna l'amiate : anzi mi maraviglerei
se così non fosse, essendo egli tale qual' è. A.
quest' amore pensando io , pietade molte volte
ni' ha astretto a fare questo uffizio, il quale
prego vostra Altezza che non giudichi presun-
tuoso, perchè spinto da solo desiderio di ser-
virla mi sono mosso a farlo. Voi dunque amate?
Il mal vostro è amore? A questo poss' io darvi
Oo3 NOVELLE,
quel solo rimedio, eli' è bastante di sanarvi > se
così vi piace : pero ditemi liberamente se così
volete , e del resto lasciate a me il pensiero.
Piacque ad Odolarica V accorto parlamento
dell' Orsino, e desiderosissima d' ajuto non solo
accettò le sue profferle, ma lo pregò grande-
mente che facesse sì che suo diventasse Tesi-
baldo , che in ricompensa di questo gli pro-
metteva la signora Emilia figliuola del duca
d' Alba per moglie. Lucio rispose che atten-
desse lei a guarire , che quanto prima a lei bas-
tasse 1' animo di venire di notte alla finestra
che guarda sopra una corte, allora gli darebbe
l'animo di dare Tesibaldo in suo potere. Rimase
di questa promessa talmente consolata Odola-
rica , che di là a pochi giorni non solo risanata,
ma ritornata al pristino slato di bellezza fece
intendere all' Orsino che facesse quanto aveva
detto di dover fare. Contento l' Orsino fuori di
modo , avuto fra tanto 1' abito medesimo , col
quale comparse quella sera Tesibaldo alla fes-
ta , per via d'un cameriero di quello vestito la
notte medesima, secondo l'ordine dato andò
a ritrovare Odolarica , la quale credendo che
fosse veramente Tesibaldo lo ricevette in ca-
mera allegramente , e continuò cosi più notti ;
una delle quali però veduto pure a salire
quelle scale con l'abito conosciuto da tutti di
BIGOLIXA. 5og
Tesihaldo, fu la seguente mattina detto all'Im-
peratore , il quale non potendo ciò credere
per le condizioni di Tesihaldo , si risolse di
voler intendere se ciò vero fosse da Odolarica ;
all'appartamento delle camere della quale an-
dò , e seco principiò a trattare di darle per
marito Odoardo , figliuolo del re d' Unghe-
ria ; il quale per avventura per questa occa-
sione avea mandati suoi ambasciadori a Vienna. c/ ; ^> - luta
Rispose a queste parole Odolarica : Indarno
tenta Vostra Maestà di darmi marito alcuno ;
però che quale m'è stato conceduto da Iddio ,
tale l'ho avuto prima che ora : e bene che io
sappia che vi debbe esser molesta cosa d'inten-
dere , pure io vi faccio sapere che Tesihaldo
è mio signore e marito , e con lui ho celebrato
secrete nozze. Travagliarono queste parole l'Im-
peratore talmente che fu più volte per incru-
delire contro Odolarica -, ma pur vinto dalla
ragione comandò di subito che secrelamenle
fosse lei posta in fondo di Torre ; il che fu
fatto. Ma non si dolse lei tanto di questo che
non si dolesse maggiormente di quello che
dubitava che accadesse a Tesibaldo ;«* casa del
quale andò per comandamento del Im pera-
dorè di subito il governatore della città , e senza
difesa lo ritenne che a punto studiava , e lo
custodi in orribii prigione. Si meravigliò Te-
010 NOVELLE,
sibaldo assai di questa ritenzione , né sapen-
dosi immaginare la causa , stando in molto af-
fanno fugli portata nuova , che piaceva alla
maestà dell' Impera dorè , che fosse pubbli-
camente non pur morto, ma arso. Dolente
di questa nuova , ma consolato nella sua in-
nocenza procurò , ma mai potè ottener gra-
zia di parlare allo Imperadore ; anzi quanto
più procurava , tanto più era repulsato. Do-
vendosi dunque dar esecuzione a questa impe-
riai sentenza, una mattina dappoi molto con-
trasto dei consiglieri cesarei prevalse final-
mente il parer d' uno che affermò non potersi
di ragione far morire un oratore , se prima il
Principe da lui rappresentato non intendeva
la causa. Però ottenuto questo parere , sospesa
l'esecuzione, furono subito inviati ai capi della
Repubblica Padovana due oratori con lettere
imperiali, nelle quali era dato pieno avviso
non pure dell' eccesso dell' oratore, ma della
capital condennazione , alla quale era piaciuto
allo Imperadore di condannarlo. Giunti questi
oratori a Padova, ed inleso così orribil man-
camento dai capi della Repubblica fu non pur
commendo la la condarinazion cesarea , ma
fa Ita deliberazione di eleggere oratori che sup-
plicassero V Imperadore e a dare a Tesi baldo
maggior pena , e a credere fermamente che la
BIGOLINA. 3ll
Repubblica avesse di questa ingiuria conferita
olire ogni sua aspettazione dolore infinito, -//^£,
Fatta perciò questa cosa palese nella città , e
pervenuta con molto rammarico all' orecchie
di Giulia (benché si sentisse ella offesa grande-
mente da Tesibaldo per questa imputazione )
argomentando per;) e concludendo che potes-
te se esser che fosse Tesibaldo innocente di questa
colpa , subito si risolse , comunicato questo
suo parere con due suoi cugini della medesima
famiglia de' Composanpiero , di andar a Vien-
na vestita da uomo , concludendo se felice
oltre modo , se dalle mani di quei che condu-
cevano a morir Tesibaldo fosse lei prima mor-
ta. Però fatta provvisione secreta d'ogni cosa
necessaria , e principalmente d' arme e di da-
nari andò a Vienna, a giungere alla quale non
tardarono molto gli oratori eletti. Ma giunti
subito pregarono io pubblico sua Maestà e ad
incrudelire maggiormente contro il Vitaliano,
e a perdonare alla signora Odolarica , la colpa
della quale avevano commissione e d' allegge-
rire, e d'attribuire tutto al troppo ardire di Te-
sibaldo. Avendo dunque questi oratori eseguito
questa commissione , poterò bene dall' Impera-
dore ottener la condennazione di Tesibaldo ,
ma non già l'assoluzion d'Odolarica, contro la
quale avea di già pubblicata la medesima sen-
3 12 NOVELLE.
lenza, cioè che fosse insieme arsa. Questa sen-
tenza quella mattina medesima fu dato ordine
che fosse eseguita. Però condotta al luogo so-
lito in mezzo la piazza Odolarica vestita di
panni neri ardita , ed affermando di aver ciò
commesso che 1' era 1' opposto , ma negando
di aver fallato , fu da tutti comunemente pian-
ta, e tanto maggiormente, quanto che m lei
si vedeva grandissima costanza .^Con do ttaal
luogo del fuoco Odolarica, e partita la corte
per condurvi medesimamente Tesibaldo , ac-
ciò che legati tutti due ad un medesimo palo
un fuoco medesimo gli ardesse ed abbruciasse;
Giulia non pentita del suo proponimento ,
anzi fatta maggiormente animosa, vestita pur
da uomo non sì tosto vide fuori delle prigioni
il suo signore, tutto languido ed afflitto , che
subito, messa mano alla spada, cominciò quan-
do a ferire un officiale , quando ad ammaz-
zarne un altro , di maniera, che non venivano
altri in ajuto, lei sola ed abbandonala da suoi
cugini avea liberalo lo innocentissimo suo con-
sorte dalle mani di venti e più ufficiali : ma
corsi altri non solo impedirono la sua libe-
razione, ma la ritennero , e in quella prigion
medesima la condussero , delle (piale a ve ano
poco prima tiralo fuori Tesibaldo , il qual con-
dotto al luogo medesimo ove era Odolarica ,
BIGOLINA. , 5l5
e dovendosi allora dar esecuzione alla senten-
za , corse un ufficiale a comandale che si so-
prassedesse. Fra tanto meravigliandosi Tesi-
baldo più di vedere nel medesimo travaglio
Odolarica che se medesimo, cominciò Odola-
rica a così dire : Mio signore, sarebbe a me
questo tormento se non dolce , almeno manco
nojoso , se in questo non vedessi voi ancora
mio unico contento. Ma poiché così piace
all' Imperador , mio signor e padre , che noi ,
quali avea congiunti insieme il voler di Dio ,
insieme corriamo un medesimo tormento nel
morire, consolatevi e siate sicuro , che io più
compassiono voi che me stessa. Da queste pa-
role comprese Tesibaldo , che qualche falsa
dimostrazione intorno ad Odolarica avea mos-
so l' Imperadore ad incrudelire così atroce-
mente e così ingiustamente. Però a lei rivolto
così disse : Fin qui certo , signora , mi ha
doluto non pur il morire e il modo del mori-
re, ma anco il non sapere per qual cagione
abbia V Imperadore contra di voi e me pub-
blicata così atroce sentenza. Se per non aver
io voluto assentire alle vostre preghiere ciò è
accaduto, mi contento di quello che piace a
sua Altezza : se veramente perchè abbia avuta
qualche sinistra informazione di me e di voi ,
questo mi travaglia più del morire, e del mo-
1*
-•*
5l4 ^^ NOVELLE.
t do di morirej Rispose Odolarica , non accade,
*TH*^r^ignWe, che neghiate quello eh' è fatto pa-
lese a tu Ito il mondo per la mia causa ; anzi
confessiate, come confesso io , che non me-
rita il nostro amore così crudel fine; e così
confessando siate sicuro d' esser maggiormente
compassionato da tutti. A queste parole ri-
spose Tesihaldo arditamente ed affermava che
gli piaceva il morire , ma che gii dispiaceva
che restasse impressione dell' animo degli uo-
mini, che avesse egli usato tal viltade quale
sarebbe stata di domesticarsi con la signora
Odolarica sua signora , e sperava che Dio avria
dimostrato miracolo di questa sua innocenza ;
ma intanto che con efficaci parole s' affaticava
l'innocentissimo ed eloquentissimo oratore di
persuadere questo a tutti, allora un padre di
Si Francesco uomo di molta religione affermò
alla Maestà dell' Imperadore, che avendo con-
fessato quell' istessa mattina 1' Orsino subilo
poi venuto a morte per infermità , avea egli
e passamente detto a lui , e pubblicato a tutti
l'orribil tradimento fatto ad Odolarica ed a
Tesihaldo , comprovando la verità di questo
tradimento e con l'abito di Tesihaldo che si
ritrovava ancora in casa , e con molte cose, le
quelle tra no successe tra Odolarica , e lui. In-
teso questo dall' imperadore , e certificato e da
BIGOLINA. 5l5
altri , e dall' aver ritrovato P abito istesso ,
comandò subito che fossero non pure liberati,
ma condotti l'uno e V altro alla sua presenza,^'?.
Giunti i quali cominciò l'Imperatore non pure ^^
a scusarsi con Tesibaldo , ma a domandargli
perdono, avendo egli creduto che ciò che di-
ceva la figliuola fosse vero. Tesibaldo vera-
mente veduti i due oratori da lui benissimo
conosciuti cominciò in tal guisa a parlare :
Sacra Maestà , quello che possa Dio sopra di
noi ho apertamente conosciuto in questo af-
fare, nel quale ha piaciuto a sua Divina Mae-
stà ad un medesimo tempo e di far prova della
mia costanza , e di mostrarmi la sua pietade,
non mi lasciando morire con tal calunnia.
Ringrazio dunque sua Divina Maestà , ed all'
Altezza Vostra affermo che non accade che
meco si scusi per questo , che ha piaciuto a
Dio di provare di me. Ben mi duole che inno-
centemente abbia non pur patito, ma la si-
gnora Odolarica insieme. Anzi soggiunse l' Im-
peratore , voi solo altrettanto a torto foste da
me condannato, quanto che giustamente Odo-
larica, la quale però rimarrà condannata gran-
demente , quando eh' ella intenda che creden-
do d' essere stata vostra , sappia e conosca es-
ser di Lucio Orsino ; come a voi Odolarica fi-
gliuola non pur affermo ma con grave mia
il.
5l6 NOVELLE.
dolore attesto. Il che inteso da Odolarica ed
essendosi Lei di ciò certificata a vaij segni , de*
r * .quali ne park; fra tanto il frate, fu talmente
dolente , che manco dolente era prima ; ma
Fa ccorto Imperatore trattò di consolarla dicen-
dole pubblicamente : Odolarica , poi che così
a voi son piaciute e piacciono tuttavia le bel-
lezze e condizioni di Tesibaldo, io che sono
a voi padre amorevole , mi contento ( se così
a lui piace ) che voi che siete rimasa miraco-
losamente vedova , siate sua moglie. A questo
rispose Odolarica , ringraziandolo grandemen^
te : ina diversa fu la risposta di Tesibaldo ,
perciò che disse che non era in termine di
accettare così gran cortesia, essendo obbligata
la sua fede a donna , la quale se ben non era
da eguagliarsi alla signora Odolarica , meri-»
lava però per le degne sue condizioni di non
esser ingannata. Dispiacque questa risposta a
tutti , ma ad Odolarica più d' ognuno. Aveano
frattanto i consiglieri Cesarei comandato, che
quello che avea non pur violentato , ma ferito
ed ammazzalo alcuni ufficiali fosse pubblica-
mente decapitato-, quando che trattandosi di
eseguire questa sentenza intese Giulia, mentre
che era condotta al luogo destinato , eh' era-
no tatti liberi e Tesibaldo ed Odolarica dalla
pena del fuoco per la innocenza di Tesibaldo 3
EIGÒLINA*. 3 17"
e perciò supplicò ella che fossero conlenti quei
minisi ri di far intendere all' Imperadore che
avanti morisse intendeva palesargli importan-
tissima cosa. Fu ciò riferto all' Imperatore , il
quale si contentò : e condotta alla sua pre-
senza Giulia , e di lutti i circonstanti , e benis-
simo conosciuto Tesihaldo , cominciò a così
dire : Sacra Maestà , sono io non uomo, ma
donna; e quella donna, alla quale sola ha
concesso Iddio sì maraviglioso signore e ma-
rito coni' è Tesibaldo. Viva forza d' amore con-
giunta ad una certezza che avea della sua in-
nocenza m' ha indotto a far questo che ho io
fatto. Pregovi dunque o che mi scusiate, o
ciò ricusando il rigore delle vostre leggi-, che
almanco soprastiate a questa sentenza per tre
giorni , fin tanto che io dia alcuni ordini al
mio signor consorte. Non poterò V Impera-
tore e gli altri circonslanti tutti attenersi
dalle lagrime , quando conobbero esser quella
Giulia Camposanpiero. Ma sopra lutti Tesi-
baldo , il quale corso a lei con licenza dell' Im-
peradore non pure la liberò , ma condotta in
camera della signora Odolarica , e vestitala da
donna la ricondusse fuori , ove Y Imperatore
non puri' assolse , ma la commendò grande-
mente ; e di poi dato buon ordine fece per
questo solennissime feste ; e volendo pur lutti
3l8 NOVELLE,
due ritornare a Padova non solo gli ornò loro
e suoi discendenti di molti privilegi facendoli
conti , ma li donò molle gioje e alcuni castelli.
Per il che non pur ritornarono tutti e due a
Padova felici e gloriosi , ma furono a quei
tempi e dipoi altrettanto ornamento e splen-
dore di questa città , come amplissimo testi-
monio della nobiltà degli animi Padovani.
Odolarica veramente visse il restante del tem-
po in un monastero di venerande monache.
GIO. BATISTA AMALTEO.
Wranceschln da Noventa invola un cavallo a
M» J e ronimo Ricino; lo vende a lui medesi-
mo, e vassene e coi danari e col cavallo.
Raro è che la volubil fortuna non s'opponga
con inopinati accidenti a quelle medesime im-
prese, a cui essa da principio mostrata s'era mag-
giormente propizia. Qualora questointerviene
ad uomini di pusillanima natura noi li veggiamo
scoraggiali ed inviliti arretrarsi, e perder mise-
ramente quel frutto delle passate fatiche , cui
sarebbe ior per avventura venuto fatto di cor-
rere non a vesserai di leggieri perdutele lusin-
ghevoli speranze. A correggere una pusillani-
ÀÀfALTEÒ. OTO,
mila di tal fatta è molto acconcia la novella
presente : essi mostra quanto vaglia la imper-
turbabilità dello spirito non solo a trarci d'im-
paccio allora che la sorte con subiti a ttra ver-
samenti frastorna i nostri disegni, ma ezian-
dio a rivolgere in nostro avvantaggio gli stessi
sinistri , ond' ella ci minacciava.;
Nella nostra città , più per antichità illus-
tre, e per qnel che un tempo ella fu , che per
lo presente stato, usava talora un certo Fran-
cescano da Noventa , ladro il più scaltrito, e
mariuolo il più tristo di quanti se ne trovasser
giammai. Costui sentendo , che un nostro
orrevol gentiluomo , chiamato M. Jeronimo
Bigino , teneva un bellissimo palafreno ad una
sua villa, dov' egli solea dimorare buona parte
del tempo , siccome colui che della cultura de'
campi dilettavasi molto, si pose in cuor di
rubarglielo : il che sperava dovergli agevol-
mente riuscire. Atteso pertanto il tempo in
cui egli sapeva che M. Jeronimo non si tro-
vava ne' suoi poderi , e presa notizia si del
castaido e sì di colui che del destriere avea
cura , come pur d'altre particolarità, che al
suo intento facevano , andossene alia villa di
M. Jeronimo; e quivi fattosi credere loro un
suo domestico, venuto di fresco al servigio di
lui , in nome del padrone chiese conto d'ai-
32 NOVELLE.
cune faccende , altre ve ne ordinò ; e fatto
sembiante di aver eseguite le avute commi ssio-
ni , contento per quel giorno soltanto di ciò ,
prese commiato. Ma la seguente mattina ri-
tornatosi quivi alquanto per tempo , disse
d'esser mandato da messer Jeronimo per il suo
palafreno, cui egli doveva subitamente con-
durgli in città. Diede il buon castaido pienis-
sima fede alle costui parole _, e fattogli allestire
il destriere, glielo consegnò , raccomandando-
glielo il più che seppe. Franceschino assicu-
ratolo che gli avrebbe quella cura che a co;-ì
fatto destriere si conveniva , condusselo a
mano per poco di via; ma come si fu dilun-
gato alquanto dalle possessioni di M. Jeroni-
mo , salivvi sopra , e datevi delle calcagna ne'
fianchi , se n'andò di galoppo , né mai £>i ri-
stette sino a che non fu giunto al Castel di Sa-
cile. Credutosi quivi per allora in sicuro , e
giudicò di dover dare alla faticata bestia qual-
che riposo : il perchè se ne venne all' albergo.
Non eravi peranche dimorato mezz'ora quan-
do vi giunse inaspettatamente M. Jeronimo ,
da Franceschino molto ben conosciuto, come-
chè egli non conoscesse costui. Se a questo
ribaldo tremasse il cuore a tal vista non si do-
mandi : pure veggendo che del cavallo nessuna
inchiesta era fatta , ed udito avendo che il
AMALTEO. 02 1
Rigirio addirizzavasi per certe sue bisogne a
Pordenone , lo sbigottito animo alquanto ras-
sicurò. E perocché dubitava forte non fosse ri-
conosciuto il destriero o dal padrone , o da un
domestico eh' egli seco menato avea , sia che
fuori ne '1 traesse per condurlosi via di quinci,
sia che, lasciandolo nella stalla , o l'uno o
l'altro d'essi due per sorte vi capitassino den-
tro ; s'avvisò d'uno espediente ardito per certo,
ma tuttavia il migliore che fosse nel suo caso
possibile ad immaginarsi , e senza indugio il
mise ad effetto nel modo che ora io dirò. Egli
chiese di parlare a M. Jcronimo , e dall' ostie-
re condotto dinanzi a lui , dopo di avergli fatta
la debita riverenza , così gli disse: Messere, il
mio padrone, mercatante di cavalli _, tiene un
molto leggiadro destriero , del quale un fores-
tiere che'lvide s' invaghì fortemente, e voreb-
belo a tutti i pai ti. Ma perchè il detto mio pa-
drone ha inteso da Gioacchino vostro castaido ,
voi averne un altro tanto simile a questo, che
e' par proprio desso; pensando che voi aver
potreste oltremodo caso di posseder una coppia
di cavalli sì begli e di tanto perfetta rassomi-
glianza ; egli , che vi porta molla venerazione,
prima di darnelo ad altrui , ha voluto a voi
profferirlo. E udito avendo che voi eravate par.
tito d'Oderzo per gir vene a Pordenone , e non
i4..
J22 novelle:.
sapendo quanio poteste differirne il ritorno ?
e dall'altro canto temendo, dove a voi non
piacesse di comperarlo , non aver a perdere
la opportunità di compiacerne il forestiero y
che partiranne ben presto 5 hammi spedito
dietro a voi col destriero incaricandomi di
raggiungervi in qualunque luogo voi foste. Vi
prego adunque che vogliate esser contento di
■veder questo suo cavallo. A tai parole rispose
M. Jeronimo che molto si protestava obbli-
gato al mercatante di tanta cortesia che gli
usava , e che assai volentieri vedrebbe il des-
triere. Perchè Franceschino ito subito nella
stalla , ne trasse il bellissimo cavallo , dopo
di averlo alla meglio lisciato , cui M. Jeroni-
mo 9 sceso nel cortile, avendo esaminato ben
bene , fu pieno di maraviglia nel vederlo co-
tanto al suo somigliante; ed anche il famigliar
che era seco strabiliava nel trovar questo des-
triere per sì fatta maniera conforme al pala-
freno di M. Jeronimo : e se non fosse stato
che il padrone era persona bonaria anzi che
no , ed il servidore la balordaggine istessa ; si
sarebbono di leggieri avveduti cliente si fosse
il cavallo , che avevano innanzi. Maisì , disse
allora M. Jeronimo , il tuo cavallo mi piace;
ed appajato col mio , dovrebbe riuscirne una
coppia assai bella. Giovami di comperarlo ;
ÀMALTEO. 3 2 3
quanto ne chiedi tu ? Rispose Franceschino :
il forestiero n' ha proferti da quarantacinque
fiorini , e sono ben certo che ne darebbe cin-
quanta. Siavi assai , signor mio , che il mer-
catante mio padrone v' abbia preferito a lui
senza volere ancora che' egli vi ci discapiti.
Disse allora il Bigino : cotesto non saria giu-
sto : io son contento di darne i cinquanta fio-
rini : ben mi pare che questa bestia li vaglia.
Ri con durra ila al tuo padrone , e diraili eh' è
mia. La vegnente settimana fa che io l'abbia a
casa, e saravvene dato il pregio pattuito. Mes-
sere , rispose Franceschino , e' farebbesi ap-
punto così , se M. Giorgio mio padrone non
avesse a partirsi prima , ed ire a Rovigo, ed
a Ferrara , ed altrove , senza tornarsene in-
nanzi che siano passati parecchi mesi; e voi
ben sapete che i mercatanti hanno mestier di
danaro pe' negozi loro continuamente : sicché
quando a voi non aggradi noverar ora il con-
tante , non può il cavallo esser vostro. Vieni
dunque su meco , disse M. Jeronimo : io te lo
annovero immantinente, e così fece : indi vol-
sesi alP ostiere pregandolo di trovargli una
fidata persona , che questo suo nuovo destriero
conducesse ad Oderzo in casa sua. Messere ,
disse allora il dabben Franceschino , dopo aver
messe via le monete , a voi convien per mio
52 4 NOVELLE.
avviso lasciarlo riposare sino a che si sia ri-
storato alquanto del fatto cammino : allora
potrà ripigliare la via. con minor disagio. Del
ricondurlo poi lasciatene , se vi piace , la cura
a me : non debbo io ritornarmi a quella parte?
Menerollovi io stesso : egli mi fìa ben leggiera
cosa il servire in ciò un tal signore per obbe-
dire al quale desidererei di fare assai maggior
cosa che questa. M. Jeronimo come quegli
che, sendo di buona pasta , non suspicava di
nulla , di buon grado accettò la proferta di
Francescbino , e dopo di averlo fatto desinare ,
datagli convenevole mancia, 1 accomandagli
caldissimamente il due volte suo palafreno ,
e partì. Francescbino , come tempo gli parve,
salito sul destriero , alla volta d' Udine s'avviò,
lieto dello avere con una sottil malizia non pur
liberato se dalla vergogna e dal pericolo che
gli soprastava s e salvato ad un tempo stesso
il furato destriero , eh' era in procinto di per-
dere allotta , ma inoltre buscati cinquanta bei
fiorini. Coni' egli fu giunto ad Udine , rivendè
il palafreno quaranta cinque fiorini , ed an-
dossi con Dio , né poscia di lui s' intese mai
più novella. M. Jeronimo spacciati a Porde-
none gli affari suoi , a casa si ritornò, gronde-
mente desideroso di vedere la bella coppia
de' suoi destrieri , la quale . secondo eh' ei giù-
BARGAGLI. Zi 5
dicava , dovea riuscire una maraviglia. Ma
qual si fu [la sorpresa e il dolore di lui allora
quando ei comprese che , lungi dall' aver ac-
quistato un altro cavallo n' avea perduto il
suo ! Brievemente , egli s' ebbe ancora più
a vergognare della beffa ricevuta e della pro-
pria baloccaggine , che a dolersi della perdita
fatta. E perchè più rimedio non iscorgeva al
mal seguito , e conoscea mollo bene che per
istiamazzar eh' ei facesse né il palafreno in
istalla , né i quattrini in saccoccia gli tome-
rieno , prese la risoluzione di starsene cheto,
per non averne , se la cosa si divulgasse , col
danno eziandio lo scorno.
^ BARGAGLI SCIPIONE.
Dopo grave e lunga inimicizia nata fra due
nobilissime famiglie sanesi , V una de*
Iiinaldini , V altra de' Tegolei } un giovane
della prima ; chiamato TJguccione, nel con-
correre ad una festa di campagna , vide a
caso s e s' innamorò di Antilia y unica fi-
glia e bellissima d' Ambrogio Tegolei 3 la
anale contemporaneamente divenne accesa
d' amore verso il giovane de' Rinaldini.
Varii funesti accidenti che accaddero in
526 NOVELLE.
que c to scambievole amore : infine da Un
savio medico fu con una ingegnosa inven-
zione disposto Ambrogio ad accordare la
figlia in moglie ad Uguccione; dal quale
parentado ne nacque la riconciliazione fra
quelle due famiglie, e gli amanti rimasero
consolati e contenti.
Furono nella nostra citlà , è già molto leni-
to trapassato, due nobilissime famiglie, delle
quali appena oggi vi si ritrova il nome. L'ima
di queste de' Rinaldini, e l' altra de' Tegolei era
nominata. Tra le quali famiglie nate erano e
cresciute tuttavia gravi discordie e Serissime
nimistà, in maniera, ch'una di esse, la quale
fu la Rinaldina, venuta per le ricevute per-
cosse mollo al basso, e battuta ognora mag-
giormente dalla parte avversa , montata già
in possente slato nel governo della repubblica
in quel tempo le fu giuoco forza, piegando
alla fortuna le spalle, con que' pochi de' suoi
che dall' uccisioni n' erano salvi rimasti, fug-
girsi della patria, ed in luogo ricoverarsi che
più tornasse in acconcio de' fatti suoi. Questo
si fu Colle di A aldelsa , lena posta come sapete,
quasi nel confino del territorio nostro e di
quello de' Fiorentini. Perciocché i R inaldini po-
tevano quindi godersi alcuna parte de' 1 or beni
LARGAGLI. 527
materni, non istali come gli altri robati, arsi ,
o guasti , rimasi loro a Marmòraia , villa quivi
nella montagnuola alquanto vicina. I Tegole!
avevano di loro molli e belli poderi in Valdis-
trove, castello allora, oggi villa , nove miglia
lonlana dalla città , e la fortezza o rocca di
quello era tenuta da loro, ed è presso a Colle
due miglia. Stanti le cose in questi termini fra
]e predette casate, eia in quella de' padroni di
Strove un messer Ambrogio cavaliere , ricco
mollo sì di contanti, sì d' altri beni , sì d' uti-
lissime possessioni e riputato assai ed adoperato
mollo nelle faccende pubbliche della sua cittadi-
nanza ; ma si poteva dire scarso e povero di fa-
miglia , altri figliuoli non si trovando avere che
una fanciulla sotto la custodia della sua mo-
glie, madre di lei. Ella tuttavia col vago a-
spetto suo, colla dolce grazia onde eia som-
mamente ornata , e colle sue leggi ad rissime
maniere, sapeva tenere il padre e la madre
molto consolali, il che faceva ella ognora mag-
giormente 3 sì come in bellezze, in leggiadria
ed in senno andava tuttavolta con gli anni
crescendo , ed ormai ali* età era giunta di poter
la compagnia del marito convenevolmente sos-
tenere. Usava il cavaliere sì come usano lutti
i nostri gentiluomini, di tenere in villa, là
d* autunno la sua famiglia, ed egli v' andava ,
528 NOVELLE.
ed alla città ne tornava , secondo che le co-
muni oporlunità glielo permettevano. Avvenne
dunque una volta che pervenuto il giorno di
S. Martino , sendo la chiesa ivi del comune a tal
santo dedicata , si celebrava festa solenne più
dell' usato , e con tanta voce e sì fatto concorso
de' vicini, che non era di quei contorni chi
non si volesse quel dì ritrovare presente. Fra
que' pochi uomini de' Rinaldini, che dicemmo
ricoveratisi in Colle era un giovane d' età forse
di ventidue anni, grande della persona , bello
d'aspetto, avvenente assai, e corraggioso quant
altro se ne sentisse , e sopra il suo potere n' an-
dava ancora pomposamente ornato, il quale
chiamavasi Uguccione. Questi, destato dalla
voce della detta festa , si mosse in compagnia
d' alquanti giovani Colligiani da' quali per le
sue amabili qualità era ben veduto e prezzato
assai e seguito, ed a Strove n' andò con essi in-
sieme ben proveduto. Il giorno nel festeggiare
e nel danzare che facevano , secondo il costume
del paese, le genti così forestiere come paesane,
venne per ventura ad Uguccione, nel voltare
gli occhi ivi d' intorno, veduta Anlilia , che
così nomata era la figliuola del cavaliere Tego-
lei , la quale con altre nobili fanciulle circon-
vicine, venute a dimorarsi quel dì con esso
lei , si slava in una loggia che sopra la piazza
BARGAGL1. %2g
guardava , gioiosamente rimirando i balli delle
citole contadine e de' garzoni loro amadori y
che guidavano al suono di villaneschi stru-
menti, colla speranza del dono che ivi a balla-
rmi proposti si sia vano a mostra. Dal nuovo
aspetto adunque della bellissima Antilia venne
eoa mosso a prima vista Uguccione, e si sentì
punto in tal guisa , che dal riguardare e dall
udire cosa ivi si facesse o si dicesse, rimosse in
tutto l'animo ed i sentimenti; tutto quanto fer-
matosi in rimirare e contemplare le belle fat-
tezze , l' aria gentile e l' altero sembiante
di colei , senza voltare allora pure uno de'
pensieri suoi a considerai del luogo , donde
ella gli si scopriva chi ella s ? era , o di cui fi-
gliuola , essendo di lei il padre a lui, come
stato era a' suoi passati, aspro e mortalissimo
nimico.
Non bastò alla fortuna di far tirare verso il gio-
vane questo colpo sì fatto, che per prendersi
più bel giuoco fé' fare il medesimo tiro allo in-
contro, il quale colpì altrettanto, movendo
dalla presenza e dalla bellezza di lui sopra la
vaga giovane ; la quale da disusata passione,
ed a lei nuova del tutto , si sentì commuovere
V anima , tosto che quegli s' andò per buon
verso parando davanti agli occhi suoi, non
mai più per vista conosciuto, ma solo forse
alquanto per nominanza di bello e pio della
3 5ò NOVELLE,
persona a lei venuto in notizia. Ma pnre le
parve, le fattezze considerando e le maniere
sue, che di gran lunga trapassar dovesse ciò
che talvolta n'avea udito ragionare. Così la de-
licata fanciulla in un momento presa forte del
piacere di costui , venne a mettere gli altri
pensieri in ahbandono , avendoli tutti quanti
per minori assai di quello di riguardare il vago
in uno e virile aspetto d' Uguccione, finché il
fin della festa e di quel breve giorno lo fé' co'
suoi amici là ritornare onde era la mattina ve-
nuto; ma senza una parte , e la migliore di sé
stesso, vi ritornò. La giovane Antilia parimente
ben si rimase colle gentili compagne, parten-
dosi pure col meglio e col più di sé medesima.
Chi sarebbe qui bastante appena ad immaginare
non che a narrare i tanti e sì varj effetti che in
questi due giovenili cuori amor cagionasse ad
una , si può dire semplice occhiata dall'uno
dell' altro presa? che amore in essi nato appe-
na , grande si vedeva già volare, e di loro an-
dar trionfante. Era tuttavia in ciascuno di co-
storo la dolcezza , per lo sguardo quel giorno
sentito, turbata dall'amaritudine cagionala
dal pensiero che dinanzi loro metteva di qual
disposizione d' animo fossero già tanto tempo i
parenti d' essi fra loro stati, per gli acerbissimi
odii e spietati accidenti corsi tra le [or famiglie.
Ter la cara vista gustata prendeva vigor d' ogni
BAEGAGLT. 35 1
parte V amoroso disio, ma per il detto pen-
siero mancava la speranza del poter mai con-
ducerlo al desiderato fine. JL desio, col suo
andar in essi tuttavia crescendo, operava di
render Ja speranza maggiore, la dove quella
vedeva venirgli meno. Questi nel suo scemare
attendeva a far minore il desiderio , il quale
rendendosi pure ad ogni ora più caldo e più
fervente , lasciato stare ancora il proprio cibo
della speme che nutrirlo potesse , si elevava
in guisa , che ogni gran cosa ardiva di sé e pre-
sumeva. E ciò maggiormente avveniva nell' ani-
mo d' Uguccione, il quale veggendo pure che
indarno per più vie cercando s' andava alcun
buon effetto il suo amore , tutto di mala voglia
ripieno , seco stesso diceva : ancora non eri
conlenta, non eii sazia ancora, fortuna cru-
dele, degli strazj tanti, e de' torti sì fatti che
usati m'hai? Non si erano abbastanza i corribat-
timenli che a fare ho avuti con questa possente
casata, e coli' inimichevol ferro e col crudo
fuoco , se ora col ferro e colle fiamme amorose
non mi costringevi con genti nuove di quella a
combattere? Facendomi ancora parerepLii grave
assai quello che da sostenere ho con una tenera
fanciulla e pura verginella , che con tutli gli
uomini armati della sua schiatta non m'è in-
contrato giammai. Ma qual fiero combatti-
J0 2" NOVELLE.
mento sento ora io dentro me medesimo tra*
miei medesimi pensieri ? Grave odio antico mi
commette eh* io non più contra i suoi , che
contra costei tutto di ferro e di sdegno mi
renda armato ; caldo amor nuovo mi comanda
che non meno contra quelli , che contra questa
dell'uno e dell'altro mi disarmi, e più ancora,
che ignudo mi faccia incontro alla mia nimica,
e legato me le offerisca e renda prigione, e li-
berameute diamele in perpetua preda : di cui
se la benigna natura , che negli occhi suoi e nel
volto m' è partito di scorgere, a portar non rni
viene alcun fedel soccorso, lasso me^ ben veg-^
gio in che stato la mia speranza si trovi e la
mia sventurata vita. La giovanetta Antilia, dall'
altra banda , condotta a non diverso rischio
dell'innamorato giovane, sperava, e disperava
in un medesimo tempo ; ora con isperanza e
gioja , ora con paura e tormenti passando la
vita secondo eh" a' vecebj odj ed a r freschi
amori s' andava col pensiero accostando, a cui
pareva che d' altrettanta ferita di lei si mos-
trasse ancora piagato il suo avversario, se da'
segnali di fuori aveva sapulo discerner bene in
lui 'ostalo suo di dentro. Di questa maniera mo-
vendosi ad ogni ora i pensieri per la mente
de" novelli amanti, così, per quelli s'andò
travagliando da loro ed in guisa investigando,
BARGAGLT, 333
che per opera d' accorti e fidi messaggi si per-
venne da essi in alcuno buono intendimento
de' casi loro. Intanto che renduto avvisato lui
del tempo che il padre di lei fosse andato alla
città , convennero eh' egli di notte tempo alla
villa di lei n' andasse , che gli presterebbe agio
da poterle alquanto parlare. Venne Uguccione
a Strove , all' ora destinata, con un sicuro
compagno, che Morozzo Luci aveva nome, e
lasciato quello forse un tiro di mano a dietro
entro un oliveto s' accostò da quella parte ai
palazzo, dove era fatto avvertito che da una
finestra bassa ferrata poteva udire ed essere
udito dalla sua donna, la quale tutta sola e
bramosa lo stava attendendo. Ma non s' ave-
vano appena dati e ricevuti i primi amorosi
saluti , che da loro si sentì sopragiungere ,
quando meno se 1' aspettavano ( né d' aspet-
tarlo v' avevan cagione , essendo già varcata la
mezza della notte ) il cavaliere padre di lei ,
da due fanti, l'uno a pie , e 1' altro a cavallo,
bene accompagnato. Sì che a fatica ebbe ella
spazio di ritirarsi dentro , ed egli di cercare di
ricovrarsi al compagno per istare a sentire
a che questa cosa riuscir dovesse. Ma Uguc-
cione nel muover di subito che fece indietro
il passo , e per 1' oscuro grande non ci veden-
do , percosse in un duro fittagno , de' quali il
334 NOVELLE.
luogo n'ha molti e spessi , e cadde ; ed in modo
cadde , che per la caduta e per lo suono dell'
armi eh' aveva , di leggieri fu sentito e sco-
perto, e tantosto assalito dal cavaliere e da' se-
guaci , sì che l'ebbero conosciuto; da' quali
egli , che senza offesa della persona s'era da
terra incontanente rilevato , sì schermiva co-
raggiosamente , non cessando quelli tuttavia
di menargli forte le mani pel dosso , e V avreb-
bono pessimamente governato se 1 fedel com-
pagno non fosse , quanto potè prima _, venuto
alle riscosse , e fattosi avanti alla difesa dell'
amico , e rinforzata la mischia , e date delle
ferite agli avversar) , non gli avesse stretti in
dietro ripiegare; perocché temettero ch'altri
ancora , dopo il primo venuto , uscissero in
soccorso altrui , e non fossero state poste ivi le
imboscate, per coglierveli allora come uomini
che a nuocere luogo e tempo aspettassero. Ma
se quelli della parte del cavaliere vi sparsero
del sangue , Uguccione ancora non vi rimase
schietto , ma sì bene forte intaccato , il quale
pure a salvamento coli' amico e compagno si
ritrasse. IVI a ninna ferita da lui certamente si
sentiva che più forte gli cocesse di quella da
amore la prima volta ricevuta , ed ora riaperta
e più profonda renduta per le parole uscite dal
cuore di colei , a cui con tanta indicibil do!-.
BARGAGLT. 355
cezza j benché in sì scarso tempo , parlato
aveva , non vivendo fuor di speranza che della
medesima mano che venuta gli era tal piaga ,
gli dovesse , quando che fosse , dolcemente
esser risaldata. Il male di lui s'andava pure
inasprendo dal timor eh' aveva di ciò eh' all'
amata giovane dovesse incontrare all' arrivar
del padre in casa ; alla quale egli pur mostrò
la consueta buona ciera , come d' ogni altra
cagione da lui si sospicasse , fuor di quella che
veramente fatto aveva andar là Uguccione ,
benché per altro il cavaliere scoprisse di sé tur-
bamento in vista ; e come ad uno degli antichi
avversari , scoperto dattorno alle case sue in
tale stagione , rivolgeva e fissava il pensiero ,
dicendo seco in modo , che da chi presso gli
era veniva inteso ; poco ora mai ci resta da
sfragellar del tutto col nostro tegolo le cervella
a chi pure intende ancora ad innalzar contro
di noi le già fiaccate corna. Se nella tenera
e pietosa giovane per così fatto avvenimento
si fossero addoppiate nel suo corpo le ferite
corse dall'una e dall'altra banda de' feritori,
e versato avesse 1' altrettanto sangue di loro ,
non sarebbe rimasta né più dogliosa , né più
scolorita e smorta , di quello ch'ella si rima-
nesse. Che mentre ella più nasconder voleva
di non aver contezza d'altra cosa che dell' ef-
336 NOVELLE.
fetto puro , seguito nel padre ed in quelli che
con esso lui erano , più s ? affliggeva , e più
si'struggeva per cagion dell'amante suo , da
lei , dopo il parlar di lui sentito , tuttavia ama-
to con più zelo e fervore , presentendo il feri-
mento suo e non la qualità di quello. Del quale
molto maggiormente a temer veniva per le
minaccie crudeli , e per le insidie atroci che
spiava in casa lendersegli ogni ora contra ,
oltra al bando capitale che il cavaliere gli ave-
va fatto pubblicare addosso dai signori priori
del reggimento di Siena. Là onde , poiché
dopo alquanti giorni fatta ebbe la giovane
gagliarda resistenza all' angoscia ed al dolore
grave sopradetto , che le chiudeva gli spiriti
e le fasciava il cuore , fuor d'ogni riposo o con-
solazione , non osando d' esalar dramma del
suo duolo nel seno pur della madre sua , la
quale , oltre ogni madre, era di lei tenerissima
e vezzeggiante , e che della sopravenuta mala
voglia della figlia si maravigliava sopra modo ,
e si tormentava fierissimamente •, sopralatta al
fine dalla forza del male si rese vinta, e nel
letto cadde ammalala. Alla cura di lei i più
intendenti chiamali furono ed i più sperimen-
tati maestri di medicina che fossero nella città ,
dovei* avevano già fatta condurre. Ma di niuno
V opera niente valeva > che il mal di lei di ora
BÀRGAGLI, 357
in ora appariva di peggior qualità ; né di
quello si sapeva per ninno rinvenir la cagione.
Vani maggiormente de' rimedj medicinali era-
no tutti gli altri che si venivan tentando coti
diversi diletti di canti e di suoni , recati all'in-
ferma giovane. Vana ancora, anzi veleno era
la medicina che cercavano di darle col met-
terla in ragionamenti lieti e piacevoli di nozze
e di maritaggi , col prometterle al suo primo
miglioramento di farla sposa del più bello
e più leggiadro giovane della sua terra. Im-
perocché sapendo ella certo che quello stato
mai non sarebbe per volontà de' suoi il suo
Rinaldini , se ne sveniva e liquefaceva tutta
come la cera al fuoco per passione , pensando
solamente che ad alti' uomo eh' a lui dovesse
per donna stare a canto giammai. Seguitava
dunque in Anlilia e cresceva la fiera malattia ,
e mancavano non che gli argomenti edi consi-
gli per levargliela d' intorno, ma ogni umana
speranza per lei veniva in tutto perduta. Che
iufino alle vanità delle mediche o femmine
maliarde avevano riposto in mano la cura-
gione di lei , quando in Siena capitò per ven-
tura uno Ascolano , il cui nome era maestro
Agabito , uomo di molto nome in saper co-
noscere moltissime qualità diurnali occulti ,
non. saputi da altre persone conoscere, e la
i5
538 NOVELLE.
fama della sua scienza veniva , per non poche
sperienze da lui mostrate in diversi luoghi
del mondo, tuli/ ora più raffermata. Alla dis-
creta scienza dunque dell' Ascolano il padre e
la madre d'Antilia con pronto animo lei com-
misero, con quelle promissioni versola sua
opera, e con quelle carezze verso di lui che
maggiori per loro si dovessero e si potessero, e
lui si raccolsero in casa. Ma egli veduto in che
termini della vita si stava la giovane giacente,
non volle por mano in quella cura , se la loro
figliuola non proponevano a lui come corpo
morto e consumato del tutto. Appresso volle
che la camera ove ella si giaceva, con una an-
ticameretta insieme, fossero date in sua halìa ,
né persona ninna entrasse o s* accostasse là
entro senza saputa sua e volontà , anzi senza
la presenza sua. Tutto da que' dolenti geni-
tori agevolmente il maestro ottenuto _, dispose
1' opera sua al guarimento della fanciulla ,
non si lassando giorno e notte cosa indietro
da lui , che per lui a prò e beneficio di quella
si conoscesse , o pur sperar si potesse. Ma
niente più profittevole si provava in parte
ninna 1' opera di questo nuovo medico, che
di tanti e tanti altri si fosse sperimentata. Dall'
altra banda , si era Uguccione ben risanato e
fatto gagliardo come prima delia persona,
Largagli. 55q
benché lasso mollo e tristo fosse dell' animo
e del pensiero. Perciocché intendendo cerio
la qualità del viver di colei , da cui pendeva
la vita sua, esser vicina e forse giunta a mor-
te , risolvette, sprezzata ogni faccia di morta!
pericolo, tentare se in alcun modo recar le
potesse alcun conforto e soccorso; e pensò per
avventura se questo esser potesse il condursi
con la presenza propria davanti a quella sì
come ad altre persone amanti , in simili casi
come ella ridotte, intendeva esser avvenuto
d'aver preso conforto grande e salute dall'
aspetto della cosa amata, od almeno ei ve-
nisse con tal atto a confermarle quanto le
avea mai dell' animo suo amoroso verso di lei
fatto sentire. Per che trasmutatosi dell' abito
della persona , in guisa da non esser ricono-
sciuto eziandio da' suoi più famigliali , fé' sì
ed in modo che in brevissimo gli venne sicu-
ramente fatto di parlare all' Ascolano medico.
Al quale mostrò, quantunque giovane d' anni,
che stato era fin dalla sua puerizia mollo per
diverse parti dei mondo attorno , imparando
tuttavia ed esperimentando grandi e rari se-
greti di medicamenti ; onde pregavalo a vo-
lerlo introducere alla mancante , e per lui
come egli udiva, sfidata giovane, che lui pre-
sente si prometteva di portarle del suo corpo
i5.
54o NOVELLE.
intera salute. Il maestro non seppe far niego
alla costui domanda , benché poco o nulla in
quella sperasse , veggendo che la cura era per
sé disperatissima, e che simil tenlamento nien-
te nuocere non poteva, Così chel amente in-
tromesse il giovane forestiero alla nei letto
distrutta fanciulla , la quale niente quasi al
primo entrar d' Uguccione in camera si mos-
se né al suo accostarsele fé' nuovo segno al-
cuno , non raffigurando in lui né l'abito ne '1
portamento consueto ; ma poco stante, e dalle
piacevoli parole risentita , e da' pietosi sguardi
svegliata , che tanto dolci e possenti provati
gli aveanelsuo cuore , cominciò con atto nuo-
vo a drizzar gli occhi e fissarli nel volto di lui ,
e come cosa mirabile a riguardarlo, tra pau-
ra e speranza di ciò eh* esser potesse ivi in
quell' ora. Tuttavia rassicurata al volto ed alla
favella, ch'egli era pur quel desso colui eh*
esso d' essere affermava , riprese alquanto il
parlare , per più giorni quasi in lei perduto,
e rispose a lui che favellava , ma in maniera ,
che se dall' Ascolano era ogni cosa veduta che
tra loro passava . non era già di loro ogni co-
rJ > sa, anzi niuua udita né intesat'IVia ringra-
y/K*^ z ; a t P amante suo di così alta cortesia , con-
fortatolo, quanto seppe, a doverci quindi par-
tire , e guardar molto bene che mentre era
ÉARG4GLI. 34 1
tentilo per recare a lei prosperità e vita , da'
suoi non venisse a ricever miseria e morie f
li quali per ogni modo e via procacciavano a
tutte le ore lui di diradicare e di cacciarlo del
mondo , affermandogli pienamente che la vi-
sta e le sue parole erano state al mal di lei
di tanto vigore , veggendolo sano ritornato ,
e riconoscendo in esso la gran fermezza dell'
amor suo che la poteva ora ravvissolare , e del
tutto, come sperava appresso , risanare e ren-
der felice v quando mai per onesta maniera di
lui avesse potuto godere. Tornato Uguccione
a parlar coli' astante ornai, più tosto che col
dottore , sì gli disse : voi qui sì Vedete quanto
di miglioramento preso abbia 1' ammalata gio-
vane dal mio primo apparire in questo luogo >
ed in quanto breve spazio di tempo dati ir
abbia segnali aperlissimi , sì che comprender
potete , da me intendersi la natura del male ,
e la ragion della infermità sua : e non essendo
questa infermità a morte , potersi da me senza
fallo portarle il proprio medicamento. Per la
qual cosa , fa itosi da' primi di lei e suoi in-
namoramenti , gli venne in breve narrando a
conlare quanto fra essi avvenuto era infino a
quell' oraTmDn senza alcuna maraviglia co-
lui che ascoltava, sentì il successo del caso;
né rimase perciò di dar fede a quello che gli
S42 NOVELLE.
teniva narrato, sapendo eh* al guarire delle
piaghe d' amore non v' ha sughi migliori ,
né più sicuri impiastri dell' armi stesse che
quelle apportano; ma volle che un' altra vol-
ta il giorno appresso tornasse il novello me-
dico alla visita per meglio dell' opera certifi-
carsi , ed un' altra fiata medesimamente , e
così fece ; dove tuttora più conferai ossi eh' al-
tra ricetta più valevole di quella non v'era
che messa aveva in opera Uguccione , avven-
ga che tratta non fosse dal volume di quelle
di Mesue , o d' altro tale famoso scrittore $
perciocché Antilia ad ognora evidentemente
spirito ripigliava nelle sue memhra e vigore ,
ed il colore nel suo hel viso ritornava. Onde
maestro Agabito veduta la giovane in così po-
chi giorni tornata e fresca come una mattu-
tina rosa, benché di ciò niente da altri sentito
fosse , confortata da Ini a meglio sperare tut-
tavia di sé e dell' amante suo, 11' andò un dì
al padre ed alla madre di lei, e cosi entrò con
loro a rigionare. Io mi penso a quest' ora es-
sere ad amendue così nota la fatica, e certa
la diligenza per me usata dietro alla malattia
della vostra figliuola , che non guarendo lei ,
m come se ne veggon per me perdute le spe-
ranze , si possa da voi e da qualunque altro
ad ogni altra cagione darne la colpa eh' al mio
B
BAtìGAGLt. 543
valore, e dirò forse anco al mio sapere ed in-
tendere del medicare. Disfidata dunque è sì
falla cura se dal cielo a sorte non viene qual-
che ventura buona , sì come già venne sopra
caso simile a questo in Napoli , d' altra fan-
ciulla pure, coni' è questa vostra , unica a ?
suoi , e non meno da suoi quella , che la vos-
tra da voi sommamente amata. Che arrivato
in quella città nn uomo , il quale si vantava
di render sana la giovane e salva , né voleva
ragionare di premio alcuno , quantunque nelP
arbitrio di lui il riponessero i parenti di quella,
infino a tanto che in effetto non si vedesse lei
esser ritornata nella pristina sanità. Alla quale
ha breve la donzella interamente pervenuta il
buon uomo addimandò in guiderdone dell'ope-
ra e delle fatiche sue la giovane medesima, che
guarila aveva, per sua moglie; la qual cosa
tanto più giusta gli pareva di dover ottenere,
quanto provava per assai tempo addietro da
lui essere stata caldamente amata quella fi-
gliuola. In questo scoprendosi costui non fo-
restiere , come da tutti stato era fino allora
stimato , ma gentiluomo napolitano , ed uno
de' mortali nimici della lor famiglia, non vol-
lero attenergli nulla della liberale e sì larga
promessa fattagli pur poco prima. Di che re-
putali furono quel padre e quella madre , per
544 NOVELLF.
chi V intese , così disleali e cosi ingrati , come
troppo bene per voi lo potete comprendere.
Ingratissimi per certo e dislealissimi, con una
voce corsero a dire il cavaliere e la suàHonna ,
sono da giudicare cotestoro , che ne contate r
a non concedere la loro figliuola a chi così
ben governala 1' aveva renduta loro , poscia
che per loro pure ella perduta e finita era ,
potendo insieme colla figliuola guadagnare un
figliuolo ancora. Veramente, seguitò messer
Ambrogio , son degni cotesli tali di rigida e
notabil penitenza; alla qual pena mi vorrei
sottomettere per me stesso, qualunque volta
che cotanto beneficio usato mi fosse, nel pre-
sente avvenimento delle mie carni. E come si
porria mai colui reputare che la vita e la sa-
lute più che smarrita viene a rimettere in
casa tua ? Deh piacesse a Dio di consolarci in
questa avversità per sì fatto modo , che non
già in modo così fatto ingrati ce ne renderem-
ma noi ed isconoscenti. La moglie mezzo pian-
gendo , aggiunse : Eh noi meritevoli non sia-
mo di ricever del Signore tanto bene e così
gran dono , e perciò conviene solamente colle
lagrime e col pianto soddisfare al nostro così
gran cordoglio , al qual pur , maestro , ci raf-
fermate non esser più riparo ninno fra gli uo-
mini in terra, e di già ci pensiamo che più gli
BARGIGLI; 545
uomini ella non ispiri, perciò andiautie a
prender di lei quest' ultima vista con occhi
qósì Tristi e così infelici, comeson questi nostri y
.E volendo già essi levarne il pianto grande,
l'Ascolano di' agevolmente s'accorse dell' in-
ganno nel quale vedeva coloro entrati, e ri-
trasse appieno ciò che degli animi loro più
bramava di sapere e conoscere , cangiato il
mesto in lieto volto ed assai baldanzoso : da-
temi qua, disse, prestamente amendue la
vostra mano , e promettetemi ciascun di voi
w sopra la vostra intera fede quanto detto avete
che ìnandereste ad effetto se da morte a vita
tornata da alcuno vi fosse (che questo proprio
di l'ei qui si può dire) la vostra amatissima
figliuola. Tutto quanto il caso da me narra-
tovi , sì come in Napoli avvenuto , saper do-
vete nella città di Siena veramente essere in-
contrato , dentro le case vostre enei vostro
medesimo sangue. Così messosi giù, fé' loro
la narrazione distesamente di quanto fra Uguc-
cione e lui passato era , e di quanto da Uguc-
cione era di se e dalla nata di loro slato in-
formato, ed a che buon termine a quell' ora
jt'ràotta si stava 1' opera , e ciò che goderla fosse
bisogno loro di dover fare. Per lo che rimasi
il marito e la moglie storditi ad annunzio ta-
le, non pareva sapessero se prestar dovesser
io..
5iO NOVELLE.
fede o no alle parole del medico udite , e come
trasognati pur da lui condotti furon nella
camera di lei , che col volto tornato già y
come dissi, al primo stato, e colle proprie pa-
role, di quanto udito avevano , li rendè cer-
tificali ; la quale di tutto umilissimamente y
non senza certa debita vergogna mostrare , do-
mandò loro perdonanza. Essi , come dalla
fossa tornata vedessero la figliuola , abbrac-
ciatala , e mille volte in fronte baciatala , le
perdonarono interamente, dicendo il padre r
io non so , figliuola mia, se in te od in noi
abbia amore mostrate le sue forze maggiori j
e dopo questo abbracciarono Uguccione, dan-
do a lui parimente perdono , ed abbracciare
e baciar lo fecero alla lor figliuola per sua
sposa ,• il che se di voglia l'un come 1' altro si
facesse non è da dimandare , ricevendo essi
lui per genero e per erede di tutte le lor so-
stanze e facoltà , sì come da lui al fine molta
ben meritate. E fattogli il cavaliere riavere
il bando, e rimettere ne' beni perduti , paci»
Beatolo con quelli che da lui e dal compagno
toccale avevano delle ferite, diedero opera in-
contanente di far le care nozze. Lui si rico-
vra rono in casa loro , e fecero nascer pace
fra tutti gli altri ancora che rimasti v'erano
di casa Rin aldini con quelli della famiglia de*
sxwìxjcct.- 347
Tegolei , di che in tutta la città apparvero
segnali non piccoli d' allegrezza e di festa.
Maestro Agabito, delle fatiche e de' buoni
trattamenti usati, altro ristoro dimostrò di
non volere, che ritrovarsi a goder insieme
delle I iete nozze (benché gli sposi della lor buona
gratitudine pur gli facessero sentire)lequalicon
ogni sortedi contentezza, di piacere e di magni-
ficenza furori celebrale, sì come alle persone,
ad alle occorrenze ivi passate , molto ben con-
venienti.
SALT1UCCIO SALVIUCCI.
Il viceré di Napoli , dopo un banchetto dato
a più illustri signori del regno } prende
occasione dell' esser in carcere un legale _,
un medico, un capitano , un mercante 3
di proporre a decidere chi di costoro offerì'
de più , o giova al mondo nella vita _, nella
roba e nelV onore. Quattro duchi dicono
il loro parere, féltri due danno final sen-
tenza j ed il primo afferma che de' quat-
tro soggetti ninno prevale fra loro in po-
ter far del bene , il secondo che ni uno
d' essi cede alt altro in far del male.
Al tempo eh' il viceré di Napoli di maravi-
gHoso splendore e bontà, nolo per lutto il
348 NOVELLE.
mondo, con giustissime maniere Pannò ibyy.
il regno governava , occorse una sera fra le
altre del carnasciale , facendo un splendidis-
simo banchetto a'più illustrissimi principi, du-
chi , e signori in copia , dopo il finito con-
vito, il principe di Bisignano , uno d' essi lo-
dando assai il viceré ( o per aggradirselo con
ciarli , come si suol dire, la carne della lodo-
la, o che così credesse dicendo, dir vero )
della buona giustizia , che non sol fatta aveva ,
ma ancora che nell' avvenir di far in leu dea ,
lo domandò, poiché tanto era persecutor de'
tristi , e meritamente , se allora nelle carceri
aveva persone che per delitto d ; importanza e
di gravissima pena degne , per doverle gasli-
gar , vi si trovassero : al che rispose il viceré
di sì i e che fra quelli che fosser più degni di
grave punizione , secondo che da' ministri
detto gli era slato, quattro si trovavano in
prigione di grande importanza , sotto buonis-
sima custodia ritenuti. Per cortesia ditemi che
delitto hanno fatto , replicò il principe. Allor
il viceré seguendo , disse : il primo essendo
dottor in leggi , confar produr testimonj falsi,
ha fallo tor la vita e roba a uno, e '1 secondo
per danari ha dato veleno, medicando, a un
altro, eh' all'altra vita per tal causa se ri' è
ito. Il terzo guardando la fortezza dell' Uovo ,.
ha frodate molle paghe a' soldati 3 e lrallav*t.
SALVitICCT. 34 9>
di tradii* sua Maestà con dar il luogo al Tor-
co ; e 1' ultimo , avendo grandissima quantità
di danari d' altri in mano , che nel suo banco-
sicurissimi gli tenevano , ha fa ! Co mille fal-
sila , e di poi con fra ude s' è finto fallito; e
di Napoli partile j a Costantinopoli (sicuro
ricetto di simili trasgressori con poca lode, di"
tal nobilissima città ) se n' era per dover an-
dare , che fu preso prima che del regno u-
scisse. Bruttissimi delitti son questi, e merite-
voli, a mio giudizio, con ogni più fiera seve-
rità dell' ultimo snpplicio, disse il principe y
e, per quanto mi pare , son quattro de' prin-
cipali negozianti del mondo , il dottore , me-
dico , capitano e mercante , che son fatti per
giovargli , là dove essi han cerco gravemente
di nuocergli, e pertanto più degni di pena mr
pajono. Disse allora il viceré : poiché co>i è,
e noi siamo qui per trattenerci , desidererei
che si scorresse chi di loro offende , ed altresì
chi giova più al mondo nella vita , roba ed
onore, quando che tutti loro in ciascuna di
queste cose di poter ciò fare hanno grandissi-
mo valore^JPrinia dica il duca di Civita dì (tU*-*^'
Penna , di poi Atri , il terzo Amalfi e V ultimo
il Somma ; e s'aranno dello bene o no lo giu-
dichino perfettamente il signor principe di
tignano in quanto al primo capo dell' utile,.
55(7 novelle:;
ehe più apportare ne possino costoro ; e circa
il danno , sentenza dia il principe di Saler-
no 5 dalle dichiarazioni de' quali non sia lecito
appellarsi , o in altro modo in contrario re-
plicare. Poiché a me tocca pel primo, il duca
di Civita di Penna disse , sopra si atta e no-
bil materia a scoprirvi come io 1' intenda ,
per obbedienza dirò il mio piccol parere , con
protesto di non offendere alcuno in partico-
lare , riferendomi , se fallito mi venisse , a chi
di voi meglio l'intenderà. Il viceré soggiunse :
senz' altro dire, in questo nostro ragionamen-
to non s ? intenda in specie offender alcuno ;
perciò seguite allegramente. Seguendo disse
subito il duca, P ordin proposto , che prima
del dottor di leggi ha fatto menzione , circa
d'esso dirò P animo mio, lasciando degli altri
il discorso di man in mano a chi successiva-
mente tocca. Dico adunque che il legista è
quegli, che più può giovare e nuocere , eli' il
capitano , mercatante, o medico, quando eh'
esso col suo gran sapere difende al reo la vita,
roba ed onore , insieme facendolo assolvere ;
che se condannato stato fosse, ciascuna delle
dette cose per se aria ; e pel contrario , per-
chè ogni dritto si dice aver il suo rovescio.
^jAnco soggiungo , che se il dottore la sua grande
ÌXp ignoranza adopera ( di che appieno par che il
•
s al viticci. S Si-
mondo ben fornito sia , poiché i più son per
necessità, che non ha legge ) e' l suo sapere
in mal vuol adoperare, fa al suo clientulo , e
ad altri insieme perder la vita , roba ed onore
quando fa condannare falsamente , o per igno-
ranza a morte il reo , che per tal iniqua sen-
tenza perde il tutto appo del mondo : onde co-
munemente si suol dire che la prudenza in
man d'un tristo è come un coltello in man
del pazzo , e da' presenti lasciandosi piegare ,
fa che il donato porco spesse volte al barile
dell' olio ? dato prima , dà la volta. 11 duca
d'Atri , tacendo di già quel di Civita di Penna,
s' accorse esser venuto '1 tempo che del dire
a lui toccasse la volta ; però dicendo , in tal
maniera espose : dà il medico all' ammalato in?
più casi tutte le dette tre proposte qualità r
spesse volte più. a caso che per iscienzia , es-
sendo tanto pericoloso tal mestiere , per do-
versi accordare tante diverse cose nel medicare
insieme; le cui bugie sono innumerabili, come
>er lutti si sa : per la qual cosa in molti luo-
ghi non si ritrovano , come si dice , nelF isola
del Giappone , e ne' tempi antichi per molli
e molli anni di Roma furono scacciati , onde si
suol dire : Medico f cura te stesso ; ed un Ro-
mano consigliando per mandargli via , esor-
tava il popolo, dicendo ;Non vedete che, per
3SV VOVELLE.
dar essi la morte , chieggono il pagamento, fi ,«
li medico, oltre agli altri casi, particolar«-- 1 \flh
mente dà" salute al carcerato dj^ delitto grave
imputalo , jche la morte avesse con la cojrfis--
cazione de' beni meritata , quando che^ curari--
dolo il rende salvo -, onde contro la sia propria
confessione giustifica 1' errore di quella , me- -
ritevole decidendo d'assoluzione. Che se morto
fosse , senza altro la vita , roba e onore si tro-
ieria aver persi; e quanti o per ignoranza
e poca esperienza, o dolo questi n'ammazzi ,
lo sa quegli del giudìzio suo che al tulio non
fosse privo •, e così tacendo fece fine. Amalfi ,
che a se di dire il tempo vede esser giunto, -
allegramente continuando disse : Il capitano
guardando il forte luogo , o essendo in campo
aperto con Tarme in mano, alle volte lutti
quelli difenderne sotto la sua protezione si van-
no riposando , che da'nimici non sien lor tolti
vita , roba e onore, quando .secondo il debito
del suo offizio far intende ; ma quando d'allro^^
pensiere si ritrova , nel qual sovente è incli-^
nato 5 poiché da dotto autore dir si suole, esser
contra là sua fede, per esser lontano della bontà,
ancorché esso , per certo costumacelo che ha ,
spesso dica : Da leal soldato, l'amico come il ni-
mico non liensi sicura alcuna di dette cose: die
ciascuna d'esse in tanto conto del mondo sono ;
salviucci. 355
e questo, che detto mi viene, senza più esempi,
a difender la mia opinione vo' che basti e fece
fine)\Il duca di Somma , che l'ultimo luogo in
questo discorso teneva, veduto ch'ai suo parlare
il compagno aveva dato il suo debito fine , pia-
cevolmente con molta leggiadria in tal ma-
niera disse : Il mercante buono e leale a quelli
dà vita , roba e onore , che desiderosi , come
i più degli uomini sono , cumular oro e ar-
gento col crescere stalo e riputazione affati-
candosi , pigliano da lui mercanzie a creden-
za , a' debiti tempi con qualche comodo per
poterle pagare , come lutto il giorno far si
Tede 5 che sempre la moneta pe' contanti aver
non si puote , attesoché dir si suole che de' da-
nari , senno e fede ci son men che l'uom non si
slima o crede. Ma se il banchiere, o altro traf-
ficante, mosso dall'atroce stimolo d'esecrabil
ed ingorda avarizia , malignamente operando,
di scellerato vuol la corona guadagnarsi con
le tante usure , che chi e scrocchi , è abile non
men che il legista , medico , o capitano a tor
altrui la desiata vita , Putii roba , e '1 celebra-
tissimo onore , quando chi fingendosi fallilo
( come spesso si vede , e massime in alcuni
luoghi , che per il meglio mi laccio , che di
copia di mari u oli han nome esser ripieni )
rapisce sotto colorito pretesto l'aver di chi
354 NOVELLE,
fidandosi di lui , divien fallito , per ir poi ,
come dir s'usa alla spagnuola mercader mal ar-
rivado carta vieja va buscando , che in lingua
nostra suona : mercante mal arrivato carta
vecchia va buscando ; che dal mondo in poco
conto dopo essendo tenuto , perde ogni ri-
putazione ; quando che si suol comunemente
dire, la povertà da lutti esser conculcala, e mi-
glio esser terminar la sua vita , che meschina-
mente vivere -, e che la povertà puzzerebbe , se
salata fosse : la quale , e bene spesso , può fare
che il possessore di quella, per poter vivere ,
facci cosa che indegna sia della sua buona pas-
sata vita, e che ne muoja ancora per misfatto
che potesse aver commesso . per trapassar vi-
vendo più là ; ovvero , non avendo il modo
a curarsi di malattia, perisca; e questo è quanto
in animo mi cade in tal proposito di dire; e così
tacendo più oltre non procedette. Questo di-
scorso di questi quattro duchi fu da ciascheduno
ch'udito l'aveva , sommamente lodato , con
dir ch'ai certo meglio esporre non si poteva,
ch'esposto era stalo ; e quegli che più di tutti
lo lodasse largamente fu il viceré , che di poi
voltatosialprii'cipedi Bisignanoequel di Saler-
no, disse : A. voi, signori, adesso tocca col vostro
gran giudizio , senza speranza d'appello dar la
sentenza, chi de' detti difenda, o più offenda il
salviucci. 555
mondo , e prima di chi sia più utile direte voi
Bisignano. 11 principe adunque fatte le debite
riverenzie , e di poi le solite cerimonie, delle
quali era ottimo maestro , così disse : Troppo
grave peso è questo , che sopra le mie deboli
spalle imposto viene, e da non dover di leg-
gieri esser sostenuto per le molle difficultà ,
che seco riporta : pur, per obbedire (poiché
con tutto il cuore di soddisfar intendo ) dirò la
notissima novella a tutloFuniversomondo cheil
detto Boccaccio gentilmente disse a unoch'a un
caso importantissimo rispose: che fu questa. Un
padre di famiglia aveva un ricco e bello anello,
che chi de' suoi figli dopa la morte 1' aveva,
quello era il vero erede , scacciali tutti gli altri
dalla possessione de' beni. In tal maniera an-
dando in più mani di successor in successore ,
finalmente a uno pervenne, che tre figli aveva,
che ciascuno contentar disiava grandemente,
poiché da tutti , che sapevano la virtù dell' anel-
lo , era infestato a doverglielo lasciare. Onde
il padre, trovato di nascosto un valentissimo
orefice, due altri sì simigliavili ne fece fare, che
1' un dall' altro qual fosse il vero non si discer-
nea : e così occultamente a ciascuno de'suoi fi-
gli uno di detti anelli pose in mano, commel-
tendo che mai mostrar non lo dovessero , se
non dopo che lui all' altra vita il transito fatto
$5$ NOVÈLLE,
avesse. Di poco poi gli venne una gravissima in-
fermità, che facilmente per esser esso vecchio e
debole , siccome pare eh' a questi tali giornal-
mente intervenga, del numero de' viventi il
trasse fuori ; onde i figliuoli venendo in gran
contesa , volendo ognun d' essi esser il vero
erede solo , per giustificazione del fatto, in giu-
dizio produssero i detti anelli; che, per esser
simiglianti , operarono che il giudice, di tal caso
stando molto confuso e incerto, non potesse più
all' un che all' altro darla sentenzia in favore; sì
che tutti per pari porzione i beni paterni inpace
terzo terzo possederono. Così dico io nel pre-
sente gran dubbio, che tante e tante cause di
giovamento all' uomo da tutti costoro prò*
poste si sono, eh' io non so né credo che altri r
per dottissimo che sia, possa dir sicuramente
che 1' un più dell' altro prevaglia in far bene
al mondo. Aecomodameute, disteil viceré, ris-
posto avete, e molto m'aggrada il vostro dire;
però a voi tocca , principe di Salerno, a risol-
vere il resto; il che tan tosto farete, che da
tutti si spera che col vostro dir saggio e pru-
dente, sì come in tutte le vostre cose pel pas-
salo è stato, così siate per soddisfare. Dio voglia,
disse il principe, che questo avvenga che voi
sperale, e che pel passato sia stato tale, qual
sagace, e astuto mi dipingete, quando eh' iw
SALVIUCCI. 357
me veggio le medesime , e più imperfezioni ,
che poco fa di se stesso diceva il Bisignano :
però, per non vi tediar col dire lungamente,
venendo quanto prima alla conclusione , per
risposta vi dirò anco io una novella ( poiché
^1 principe di risolverla con favola larga occa-
sione m' ha porta ) la qual udii già dire in Sa-
lerno da un mio contadino molto vecchio ,
eh' avendo gran pratica in Norcia , da un suo
parente di tal luogo udita l'avea, eh' è questa.
Annibale Fini da Urbino , non raen valoroso
nell'armi, che buono in amministrar bene la
giustizia , ed esser liberale , trovandosi pro-
posto a terminar per sentenza P altrui sì cri-
minali , che civil controversie in Norcia un d
fra gli altri ritrovandosi senza troppe faccende
fermo davanti al palagio di giustizia fra molti
cittadini per passa tempo ( che dello star in tal
luogo con altri molta copia data non gli era )
venner in ragionamento de' podestà e gover-
natori di Spoleto, ed altri circonstanli, chi di
loro meglio portato si fosse ; e chi biasimava
questi , e chi quegli d' avarizia , o di poca
bontà , o d' altro simil difetto , che più op-
porre si possa quando la natura dell' uomo a
dir mal si va molto accomodando ; e pel con-
tràrio chi lodava 1' uno, e chi l'altro. Annibale,
parendogli esser più degli altri tutti podestà più
558 NOVELLE.
meritevole di lai lode, poiché liberalmente vi-
vendola tutti buona giustizia indifferentemente
resa avea ; disse verso un contadino eh' alla
volta lor camminava : Martino ( che così era il
suo nome) chi credi tu che si sia portato me-
glio di quanti ministri di giustizia son iti già
un pezzo fa per questo ducato ? Martino adun-
que, che, come F orso, e secondo la norcina
usanza , era goffo e destro , come se mollo
tempo prima la risposta pensata avesse senza
freno alcuno di temperato parlare, e secondo
al grado eh' al reltor di dir non si conveniva ,
prestamente rispose : ti voglio dicere , messer
lo podestà, come ciarlò un mio spar contia-
dino, ch'in un paniere aveva quattro lupaie-
gli, a un altro villano che comprarne un sol
intendeva, dicendo: scioveraimene uno, che
sia il megliore ; che di chiapparlo da me non
mi dà il cuore; che non me ne intiendo. Il
rustico venditore sappiendo benissimo la trista
natura di tal traditori animali , soggiunse ris-
pondendo : cappa qual vuo' fra te; che tutti
son a un ino! Donde il podestà sentendo tal
arguta risposta ripiena di spirito , senza più
farci parola , per non sentir peggio , fingendo
aver che fare, si partì, andandosene in pala-
gio. Così voglio io dir a voi per resoluzione
dell' importante lite che proposta avete, che
SALVI UCCI. 359
togliete pur a vostra posta chi voi volete, le-
gista, medico, capitan , o mercante; tanto
pare a ciascuno d' essi aguzzato nel mai far
V ingegno , che se lo vogliono adoperare ,
sanno tanto ciascun far nel suo mestiere , che
V un non cede all' altro di menzogne, delle
quali tutti ahbondevolmente son ripieni, e non
si può sapere il vero. 11 viceré e tutti i circon-
stanti di maniera risero di questa risposta, che
non si potevano quasi contenere dalle lacrime ,
che per allegria, siccome è noto, sogliono alle
volte dagli occhi cadere , a pieno non si potria
dire : e finalmente il viceré soggiunse ch'ognu-
no si stia nel suo credere in tal fatto senza
cercar più là, poich' altrimenti non può saper
il vero. E finito il ragionamento: per esser va-
licala in là molto la notte, falle le debile e
cortigianesche ceremonie , siccome s' usa in
corte, dove l'adulazione il primo luogo tiene ,
se n' andarono a dormire- per riposar non
meno lo stanco corpo delle molte fatiche del
giorno, che la travagliata mente dalle gravi e
importami cure, che da esse continovamente
infestala si ritrova.
36 NOVELLE.
ALESSANDRO SOZZINI.
NOVELLA I.
Salvador e di Topo Scarpeìlino _, sopranomi-
nato Dorè , comprò un paio di capponi .
e menò il contadino che glielo vendè al
priore di S. Martino.
Avendo la moglie di Dorè partorito , si dis-
pose il buon marito di procacciarle un paio
di capponi , ancor che non avesse un quattrino
per comperarli. Onde per ciò risoluto, andò in
piazza , e trovò un contadino che n' avea un
buon paio; domandogli del prezzo, ed il conta-
dino rispose che ne voleva sei lire, e Dorè gli
disse : io ti dirò poche parole e buone , ti vuo'
dare cinque lire •, e così furono d 1 accordo. Al-
lora Dorè prese subito i capponi in mano , e
disse al contadino : vien meco che ti farò con-
tare i danari. Ed entrali in S.. Mai tino , Dorè
vide il priore che confessava una donna , e
disse al contadino : aspetta costì, che li vo'
mostrare a quel frate che gli ho compri per lui
e gli dirò che ti dia cinque li re quando ara con-
fessala quella donna. Ed accostatosi al priore
^li disse : padre , io vorrei che voi mi fa-
ceste un gran servizio : quel conladino che è
sozzini. 55 1
colà ( e r accennò con la mano ) è mio com-
pare, e si vorrebbe confessare; e perchè gli è
cinque anni che non s'è confesso, non trova
chi lo voglia ascoltare; però vi prego che fac-
ciate questa carità , e ditegli , acciocché non se
ne vada, che si fermi tanto che abbiate spedita
questa donna. Fratello, gli disse il frate , fer-
mati un poco , che or ora ti spedirò ; e Dorè di
nuovo s'accostò al contadino, dicendogli :
quando ara spedita quella donna, ti conterà i
tuoi quattrini , ed io intanto gli porterò i
capponi in cella. Ed il contadino soggiunse :
-avetele detto quanto m' abbia a dare ? sì , ho "
rispose Dorè , cinque lire ; e voltossi verso il
frate, disse forte: cinque padre. Ed il priore
rispose : t' ho inteso. Allora Dorè tutto lieto si
partì di chiesa, uscendone per la porta che va
ne' chiostri, e di quindi se ne andò a casa co'
capponi. E quando il priore ebbe finito di
confessare la donna , si voltò verso il contadino,
e l'accennò che venisse, il quale tosto si con-
dusse al frate, pensando che gli contasse le
cinque lire. Ed il frate credendo che si volesse
confessare, gli dhse : inginocchiati giù con
umiltà e riverenza. Il contadino stupefatto ris-
pose : che umilia? datemi i miei denari de'
capponi che avete fatto comprare a colui che
ve gli ha portatili! cella, e v'ha detto che mi
16
562 NOVELLE.
diate cinque lire, che così siamo restati d'ac-
cordo. Rispose il priore : Oimè ! che cosa è questa.
Colui che aveva i capponi mi disse che eri suo
compare , e mi pregò che io ti confessassi; gliel' ho
promesso, e glielo vo' mantenere; però ponti giù,
fratel mio. Allora il contadino cominciò alzar la
voce, dicendo : credo certo, padre, che voi
vogliate la burla del fatto mio , non ho io udito
con questi miei orecchi, quando vi disse che voi
mi deste cinque lire ? Ed il fiate, anche lui tur-
bato, gli rispose: la burla vuoi tu di me, per-
chè colui mi disse che tu eri stato cinque anni
che non t' eri confessato. II povero con ladino r
non sapendo altro che dire , disse : almeno, se
non me li volete pagare, rendetemeli. Ed il
priore gli rispose : come vuoi tu che io te li
renda, se non gli ho avuti. Onde il conladino,
eli nuovo vinto dall' ira, rispose : mi disse pur
colui che gli ebbe, che ve li portava in cella.
Rizzossi allora il priore, e disse : andiamo in
cella , e vedrai che non vi saranno, perchè ho
la chiave io e non altri ; e caso che ci sieno , le
li v'uo' rendere, e di più ti vo donare dieci lire
di mio. Giunti alla porta , il priore prese la
chiave che avea a canto , e disse al contadino :
in che modo vuoi tu che colui ci sia entrato
senza me e senza la chiave? Ed aperta la porta
gli replicò: entra dentro, e cerca bene a tua
sozzini. 563
modo, e t'aprirò tulle le casse, e se li trovi
dirami che io sia un truffatore, come colui che
t' ha truffati i capponi. Fece il contadino di-
ligentissima ricerca , e non trovando i capponi
disse al priore : Almanco insegnatemi dove sta
colui , e come si chiama. Io non lo conosco ,
rispose il priore , e non so chi si sia, perchè
non mi ricordo averlo mai più veduto! Allora
il povero contadino se ne andò senza i cappo-
ni , senza danari , e poco contento , e massime
perchè gli parve d' esser burlato e truffato.
NOVELLA III.
Se cica z zone finge di dare un ducato a tre c/e-
chi , e li fa venire alle bastonate.
Passando una sera Scacazzone dalla ma-
donna del Poggio , entrò dentro, e vide che
non c'era nessuno se non tre ciechi , i quali
quando sentirono gente in chiesa , comincia-
rono tutti a chiederla limosina , talché Sca-
cazzone la fece a tutti loro nel medesimo modo,
dicendolo ho obbligo di dare un ducato d'oro
per limosina , io vo' dare a tutti tre voi e disse :
Pigliate: e loro tutti tre pararono la mano, ed
egli nonio diede a nessuno. Dipoi gli disse: Volete
voi fare amiomodo?Andaleveneairosteria,efate
16.
56* NOVELLE,
tutti insieme un buono scotto, Mediante questo
parole, ciascuno di loro s'immaginò che il du-
cato d'oro l'avesse avuto uno dei due ciechi,e così
tra di loro si risolverono a fare il detto scotto ,
e s'inviarono ali' osteria di Marchino in Diac-
ceto , e Scacazzone li seguitava così dietro. Ed
entrati tutti tre uell' osteria Scacazzone av-
vertì V oste che gli desse manco roba che po~
teva , perchè egli aveva fatto loro una burla ,
che gliela conterebbe poi quando loro avessero
mangiato: e si fermò quivi dalla porta , stando
cheto, per vedere che fine avesse la burla. I cie-
chi si messer a tavola , e 1' oste gli pose in-
nanzi una grande insalata , ( per principio
d'una cattiva cena) e dopo gli portò una pol-
petta per uno 5 e finita che V ebbero comin-
ciarono a chieder più roba , dicendo: Voglia-
mo cenare a scotto*, oste trattaci bene, che
abbiamo un ducato da spendere. In somma
l'oste gli portò non so che altra frascheria ,
e gli disse di poi , che non ci avea altro da
dargli , che avesser pazienza ; a tale che lo
scotto montò appunto un testone : e di nuovo
gli disse: Perdonatemi . un'altra volta quando
ci volete venire a questo modo in compagnia ,
fatemelo sapere , e lasciate fare a me , che io vi
prometto di farvi sguazzare. Iciechi , sentendo
le tante offerte dell' oste 3 si conòigliarono di
sdzzlNf. $65
f ornarci un' altra volta ; e dissegli uno di loro' :
Noi ti vogliamo dare un ducato d'oro , e pa-
garti del testone che ti siamo in debito di sta-
sera , e del restante fa che tìe godiamo doman-
dasse™ , che di compagnia ti torneremo a ri-
vedere. L' oste rispose subito : Farò in modo
che vi loderete di me ; e soggiùnse : Datemi il
ducato. Allora uno de' ciechi disse agli altri
due : Chi l' ha di voi glielo dia. Risposero gli
altri due in un medesimo tempo : Io non l'ho.
Ed il primo subito rispose: Bisogna pure che
imo di voi l'abbia , che io non l'ho. Risposerà
gli altri due : Bisogna pure che tu 1' abbia tu ,
se noi non F abbiamo ; e P hai pur tu , che eri
il più vicino alla porta. Se io ero vicino alla
porta , e voi eravate più su , e con voi ragionò
colui che ci diede il ducato, ed a uno di voi lo
porse, e non a me. Ahi traditore ! dissegli uno
de' due ; noi due eravamo a canto , e se V avesse
dato a noi , ci saremmo sentiti a chi di noi
1' avesse dato. Oh furbi , disse il primo cieco ,
voi vorreste fare a mezzo del ducato , ed a me
non ne toccasse la mia parte , eh ? ed alzato il
suo bastone , cominciò a dare agli altri due
ciechi. E loro sentendo le percosse , comin-
ciarono ancor essi ad operare i loro bastoni,
e davansi tutti tre gran bastonate alla cieca.
Ed uno dei due amici colse malamente l'altro
366 NOVELLE.
in un braccio , talché fu forzato alzar la voce
e dire : Chi m' ha dato di voi è un assassino ;
e cercando di tirarsi da banda, cadde in terra.
E gli altri due erano venuti alle prese , e si da-
vano di cieche pugna. Intanto Scacazzone
smascellava delle risa ; e vedendo che per
r inganno suo quei poverelli s' erano mal
conci , entrò tra di loro (che se bene a questo
cieco fracasso era concorsa molta gente, non
aveva voluto che nessuno ci s' intromettesse a
partirli) e fece rizzare il cieco caduto, e gli altri
due prese per mano ; e come se non avesse
saputo niente, domandò i ciechi la cagione
della lor questione , ed essi la gli racconta-
rono. Ed egli disse: Colui non dovette dare
il ducato a nessuno di voi , e potette dirvi
a quel modo per farvi una burla. Il cieco che
s' era ritto di terra , riconobbe alla voce colui
che favellava , e che era quello che disse di
voler dar loro il ducato, e gli disse con gran
collera : Tu ci hai fatta la burla , traditore !
Allora Scacazzone levò un grande sparnazzo
di risa , e gli disse : Questo non dir tu ? Io son
comparito qui adesso , e voglio che voi fac-
ciate la pace. Rispose uno de' ciechi : La pace
sarà fatta , se tu vuoi pagare tre giulj all'oste
di roba che abbiam mangiata con 1' assegna-
mento del ducato. E Scacazzone rispose : Son
PAR A BOSCO. 56;
conlento , e diede Ire giulj all'oste.! ciechi se
ne andarono, dicendo tra di loro: Manco male,
che non ci è andata marcia affatto \ e sì tennero
le bastonate che s s eran date , per non poter far
altro.
GIROLAMO PARABOSCO.
Tomaso promette venticinque ducati a un
notajo y che lo consiglia come elee fare per
non restituire alcuni danari mal tolti: e po-
scia dal notajo ricercato dei venticinque
ducati , contra di lui si prevale del consi-
glio che contra gli altri dato gli aveva.
Fu già nella gentile e ricca città di Brescia
un giovane , detto per nome Tomaso de' To-
rnasi , casalo nobile ed antico di essa ciltà.
Rimase costui senza padre e senza madre , solo
erede di un grandissimo avere 3 ma a lui av-
venne come il più delle volte avvenir suole
a' giovani incauti , i quali poco considerando
o temendo quel che può loro accadere , si la-
sciano in preda alla lascivia , a giuochi ed a
compagnie dannose e vergognose , né ad altro
pongono cura che mostrarsi grati e liberali
a buffoni ed a parasili , i quali , a guisa di ca-
56S NOVELLE»
maleonti , eon false e lusinghevoli adulazioni ,.
di mille colori , secondo i' occasione dimo-
strandosi , gli cavano non pure i denari della
borsa , ma le fondamenta delle case e delle
ville, ed il cuore gli trarriano anco del petto,
se tornasse in loro prò ; così sanno questi ma-
nigoldi la lor arte maestrevolmente usare.
Costui di simili compagnie non lasciò la pra-
tica, che si trovò nello spazio di quattro anni
aver consumata ogni sua sostanza, ed essergli
restalo di tante ricchezze solamente un suo
poderetto , poco fuori della città , posto sopra
una di quelle collinette , oltre modo ameno
e dilettoso , siccome infiniti simili ce ne sono
da diversi gentiluomini posseduti , e chiama n-
si questi tai paradiselti che paradisi per la
vaghezza loro chiamar si possono , Ronchi.
Vedendo Tomaso non essergli restato altro di
tante belle case e ville y eh' egli posseder sole-
va , che quel picciolo luoghetto , dal quale,
per essere luogo piuttosto di piacere e pieno di
frutti , che da raccoglierne né grano né vino,
malamente le spese trarre ne poteva per la
sua persona sola , non che all' usato intrat-
tenerne cani , sparvieri . e buffoni. Tardi adun-
que costui avvisto e pentito del suo mal gover-
no , deliberò per la vergogna eh' egli avea dei
parenti e degli amici, che qual era statala
PARABOsro. 369
sua vita benissimo sapevano , di non voler più
quivi in Brescia abitare, ma vendere una ca-.
succia, die sola gli era restata , e quel pove-
retto , ed altro paese cercare, ma il tutto
colatamente fare. Però datosi a cercare tacita-
mente , a cui gli parve a proposito fece l'ani-
mo suo intendere, ciascuno separatamente
pregando che cotale suo pensiero discoprire
non dovesse; né molto andò che della casa e
del podere da sette ad otto gentiluomini tolse
arra, senza che F uno dell'altro s'avvedesse
punto; perciocché ognuno di loro benissimo gli
osservava la promessa di tenere cotal compra
fra sé", né dirla ad altri. Avendo costui rice-
vuto di molti ducati e da questo e da quelP
altro per cotal conto, un giorno chea lui
parve, della casa e del podere ad un solo,
senza saputa degli altri, libera vendita fece,
pensandosi chetamente portarne via agli altri
tutti i denari che per arra ricevuto n' aveva.
Ma che che se ne fosse cagione , il hit to subito
si seppe; laonde il buon uomo prestamente fu
preso e posto in prigione ; nella quale studian-
do egli lutto dì se possibil fosse quindi uscirne
senza restituire il mal tolto , non conoscen-
dovi rimedio né via alcuna, mandò per un
notajo , suo grandissimo amico già nel tempo
della lieta fortuna , ed al quale egli già di molli
t6..
^70 NOVELLE.
beni e di moki piaceri fatti aveva. Costui ,
ancorché mal volentieri ci andasse , cono-
scendo non esservi più guadagno della pratica
sua, pure alla fine si risolse di andarvi ed
udire ciò eh' egli chiedeva ; e così venutone
alla prigione, Tomaso ad una di quelle fer-
rate fece chiamare, con il quale dolendosi
della disavventura gli domandò ciò eh' egli co-
mandava; al quale rispose Tomaso e disse : Tu
sai, Falelro, che così nomato era il notajo ,
la liberalità ch ? io , mentre ho polulo , ho e a
te ed a molti altri usata , talmente che da
quella condotto al termine sono che tu mi
vedi, lo non ti ricordo già quello che verso di
te mi sono dimostrato, perchè io voglia che
tu me ne renda cambio ora in quello che io
ti domanderò , ma sì bene perchè più di me
t'incresca , onde poi con affetto maggiore pro-
curi la mia salute, lo so che punto non t'è na-
scoso , perchè io qui prigione mi sia , perchè
non perderò tempo a racconta rloti di nuovo ;
bastili intendere coni' io mi sono disposto di
non voler più rendere ad alcuno i denari eh*
io ho ricevuto per arra e del mio podere e della
mia casa , e piuttosto me ne lascierei morire
costì serrato. Ma io m' ho pensato che tu , vo-
lendo, me ne potrai facilmente trarre, sicco-
me quello ch > io so che molto sei grato al ma-
PAKABOSCty. S^i
gnifico podestà , e per esser V uomo faceto che
sei, ed ancora per aver la servitù antica ehe
tu hai con esto lui fin in Vinegia. Quel che
io vorrei è, che tu gli facessi intendere ch ? io
sono al tutto pazzo e fuor del senno , ed asse-
gnarne la cagione al vedermi avere in così
brieve spazio di tempo e così poco onorevol-
mente consumata cotanta facoltà. Io non re-
sterò dai canto mio di fare tutti quegli alti ,
quei gesti e segni che possono far conoscere
uno per pazzo, e poscia, appresso 1' obbligo
che eternamente a te ne terrò , voglio che tu
goda per amor mio venticinque ducati ; e sappi
che se io di quinci entro esco senza restituire a
nessuno quel che io debba , mi pare ritornale
un signore di nuovo. Sicché procaccia il mio
scampo, che iute solo mi fido , e solo a te mi
raccomando. Il notaro che astutissimo era,
e che appresso al rettore si conosceva in qual-
che favore , tirato piuttosto dal guadagno che
da scintilla di pietà che fosse in lui , larga-
mente promise ogni cosa tentare, ond'egli fos-
se liberato di prigione senza averne altro a
parlare che i venticinque ducati a lui pro-
messi ; e perchè talora simulando troppo il
pazzo , egli non fosse conosciuto esser non
pazzo , consigliò eh* egli non facesse altro se-
gno, se non che interrogato , a chiunque li do-
3? 2 KOVELLE.
mandasse , facesse la fica colle dita; e dato*
quest' ordine, di subilo si parti , ed a trovare
il podestà n' andò, e, come persona famigliare
di casa , a ragionare di molte cose facete e
piacevoli si mise; nel qual tempo per avven-
tura uno di quei gentiluomini , per la truffa a
lui fatta da Tomaso , a parlare al podestà ne
venne, con istanza grande domandandogli ch'-
egli gli facesse ritornar i denari eh' esso To-
maso aveva da lui presi per arra della sua vil-
letta. Al quale gentilmente rispondendo il nò-
taro , e rivolto al podestà , così disse : Gen-
tiluomo , voi adunque impacciato con quel
pazzo vi siete? Al quale subito rispose il gen-
tiluomo : che pazzo? Non fosse egli più tristo
di ciò eh' egli è pazzo ; io so ben io soggiunse
il notaro che gli è pazzo e da catena , e che
egli farebbe peccato ad un giudeo ! e quasi ss
io non sapessi eh' egli tanto innanzi più non-
na sapulo, mi inaia vigilerei qui del magnifico
rettore , che così in distretto tenesse un pazzo
come è costui ; al qual, se avete danaro al-
cuno , per avventura saranno stati involati ,
ovveramente gli avrà, come fanno i pazzi ,
gittali giù -per un canale , o per istrada , dove
meglio sisarà abbattuto. 11 gentiluomo ribat-
tendo le parole del nolajo , diceva benissimo ..
le sue ragioni 3 e similmente dal notajo rihai--
parabosco; SjS
fato era- benissimo ; lai meni e che il' rettore
Tolle vederne il lutto. Perchè fattosi condurre
avanti Tomaso che già per dare arra della sua*
pazzia s* aveva stracciato di dosso quasi tulli
i panni , ed interrogatolo di ciò che quel gen-
tiluomo gli domandava , mai altro da lui non^
si polè avere che fischi , e fiche , siccome con-
sigliato gli aveva il notajo disfacesse. Ven-
nero similmente degli altri ai quali similmente
la ti uffa era comune, e dicendo che costui il
pazzo faceva , fecero sì che il podestà coman-
dò , per fargli paura, che costui alla corda
fosse posto, senza però fargli altro che paura 5
per la qual cosa nulla di più potè però aver
da Tomaso di quel che senza corda avuto
s'avesse ; perciocché di patto n' avrebbe egli tre
tratti benissimo sopportati prima che ritor-
nare a chi doveva i ricevuti denari. Fu adun-
que , e perchè far altro non si poteva e per*
la diligente e sollecita cura che n* ebbe il no*
tajo, Tomaso, senza pagarne cosa alcuna ,
di prigione come pazzo liberato ; al quale
poco dopo dimandando il notajo i venticin-
que ducati promessi , altro mai non ne potè
trarre che quello che per suo consiglio tratto-
n' avevano gli altri creditori e messer lo po-
destà , cioè fischi e fiche -, talché tutto bef-
fato y con T ordita inganno ingannato rimase
5*4 NOVELLE.
Io ingannatore. Il quale bisognò che in pa-
zienza la si togliesse, non volendo, mani-
festando quello che era , accusar sé stesso, e
dimostrarsi egli stesso più degno di pena e di
castigo che Tomaso non era.
BANDELLO.
Prodezza mirabile di una giovane ita in ser-
vare la patria cantra i Turchi 3 dalla Si-
gnoria di Venezia magnificamente rime-
ritata. Alla signora Giovanna Sanseverina
e Castigliona messer Bartolommeo Boz~
uomo.
Per essere io stato più di quaranta anni
schiavo nelle mani delli Turchi, fui più volte
condutto in varii luoghi di essi Turchi, emas-
simnmenle per la Grecia , ove sono di bellis-
simi paesi e molte fruttifere isole sotto F ob-
bedienza loro. E al proposilo di quello che ora
voi ragionavate del valore di alcune donne , vi
dico signori miei che avendo Tarmata turche-
sca per quanto intesi da uomini turchi, che si
erano trovali ali assedio di Cocchio, terra
nelF isola di Leimo , assalila essa isola nel mare
Egeo-, e posta F ossidione attorno a Coccino
BANDELLO. 5^5
dopo V avere indarno combattuto Lepanto,
cominciaronoconartegliaria a battere le mura
di Cocchio e fieramente danneggiarle di modo
che in più battiture con cannoni fatte, getta-
rono per terra una delle porte, per la quale i
Turchi facevano ogni sforzo per intrar dentro.
Li soldati veneziani^ insieme con gli uomini, e
donne del luogo, facevano gran resistenza ; ma
nessuno era che più valorosamente e con mag-
giore animo combattesse con tra i Turchi di
quello che faceva uno compagno della terra
chiamato Demetrio. Egli innanzi a tutti sovra
V intrata della porla , faceva prova da uno pa-
ladino, avendo di già di propria mano assai di
quei Turchi ancisi, e tuttavia esortava i suoi
cittadini alla difesa, e già fatto si avea quasi
uno bastione di Turchi da lui ammazzati perdi
ogni intorno. Alla fine dal numeroso saelta-
mento turchesco , in mille parti del corpo fe-
rito , avendo gran sangue perduto, in mezzo
degli morti nemici, in terra si lasciò cadere e
morì. Era non lunge da lui una sua figliuola
vergine , di anni circa diciotto in diciannove
della persona assai ben disposta, e più grande
di quello che era la sua età, che Marnila si
chiamava. Come Manilla vide il caro padre
caduto in terra e morto, senza perder tempo r
né mettersi con feminili ululati a piagnere ?
sys- VOVELLE.
prese la spada e la rotella del padre ed esor-
tando i suoi popolari, che la dovessero animo-
samente seguitare, come una furiosa leonessa
e famelica , quando ne 1' Africa assale uii
branco di vitelli, si cacciò ira' Turchi e quivi a
destra e a sinistra ferendo, con la morte di
quei cani vendicò quella del padre. Ne con-
tenta di questo, dagli suoi Coccinesi seguitata,
fece tanta e s: forte impressione nel li nemici,
che li pose in tal disordine, che gli sforzò sfug-
gire al mare e levarsi fu ora dell' isola. Quei
che non furono presti a montare su le galere,
tutti furono messi a filo di spada mortiin terra;
di modo che Coccino e tutta l' isola di Lenno
rimase libera dall' assedio. Sovvienimi ora che
Morsbecco, che era capo di que' Turchi 3 uo-
mo isperimentato in varie imprese, e istimato
molto prode e di gran core, essendo a Costanti-
nopoli, enarrando la cosa come era seguita, disse
che quando vide Marulla cacciarsi tra' Turchi,
che li parve che in lui ogni forza e ardile gli'
mancasse , e che vinto dalla paura fu astretto
a fuggire ; cosa che non gli era in tanti peri-
coli della battaglia, comesi era trovato, avve-
nuta già mai. Liberata adunque l'isola, come
poi s' intese venne Antonio Loredano, che al-
lora per i Veneziani era generale di mare e
sentendo la fortezza e valore della vergine
BINDELLO. 5; 7
Marnila , ordinò che se gli appresentasse ac-
compagnata onestamente, innanzi a lui. Con-
dotta che li fu la vergine greca , cominciò parlar
con lei , e di leggero conobbe essere in quella
un animo generoso e virile, e forse più grande
che a fanciulla non si conveniva. Diede alla
presenzia , così degli soldati come detli Cocci—
nesi , alle vertù della giovane quelle vere lodi ,
che ella valorosamente combattendo, meritate
aveva; por le fece alcuni ricchi presenti di da-
nari e altre robe, acciò che onestamente ma»
rilare si potesse. A imitazione del loro generale,
i padroni delle galere e gli altri officiali le die-
dero lutti qualche danari e altri doni. 11 gene-
rale poi sì le disse. Figliuola mia , affine che tu
conosca che la nostra serenissima Signoria di
Venezia ama e onora la virtù in qualunque
sesso si sia, e che è gratissima riconoscitrice di
ogni servigio che fatto le sia , sta di buono
animo , e fermamente spera che come quelli
nostri giustissimi senatori intendano ( il che
particolarmente e caldamente io gli scriverò
del tuo valore , e quanto per salvezza di questa
isola tu ti sei affaticata) sta , dico, di bonissimo
core, che da loro sarai bene ri conosciuta e
largamente rimeritata. Fra questo mezzo se ti
pare di eleggere per marito tuo uno di questi
prodi uomini, che teco la patria hanno difesa,
5-8 NOVELLE,
o quale altro più ti diletta , io ti aj utero a far-
telo avere, e ti prometto che dagli nostri si-
gnori sarai del pubblico dotata. Ella ringra-
ziando il generale di questa maniera, gli rispose
che bisognava non solamente nell' uomo la for-
tezza e valore del corpo , ma che più importava
investigare con somma diligenza la qualità
della vita e degli costumi e bontà di quello,
perchè la fortezza corporale , senza il buono e
nobile ingegno e virtuoso nulla valeva. Vera-
mente questa risposta mostrò più chiara la
bontà e prodezza di quella valorosa giovane,
che meritava essere agguagliata a qualunque
altra donna di quelle che più famose furono,
così delle Greche come Latine. Onde il gene-
rale rimise il tutto all'arbitrio della serenissima
Signoria, che poi del tutto informata , quella
degli danari del pubblico onoratamente ma-
ritò , donandole molte esenzioni e rari privilegi
dalle pubbliche gravezze, che si sogliono per
conservazione dello stato alli sudditi comune-
mente imporre.
BANDELLO. O79
NOVELLA XLI.
Varj e bei motti con pronte risposte dati
a tempo 3 esser bellissimi , e giovare spesse
fiate.
Voi , signori miei , sentirete come un po-
vero compagno che meritava la fune con una
artificiosa risposta si liberò. Era Nicolò Por-
ci nario dottore aquilano, il quale, per esser
giudice molto giusto, ebbe diversi magistrati
in Italia , ove severamente castigava i malfat-
tori. Avvenne un dì che egli fece prendere
quattro uomini reputati i maggiori ghiotti
della contrada ; e come gli furono menati
innante, ne fece porre uno alla corda , e dargli
quattro coliate di fune: poi fece il medesimo
al secondo ed altresì al terzo. Restava il quar-
to, al quale domandò il giudice come egli
a\esse nome. Messere _, rispose egli con un
viso ardito, io mi domando sestodecimo al pia-
cer vostro. Di così nuovo nome forte si mera-
vigliò il giudice , e gli disse : che nome è co-
testo che tu hai? Non vi meravigliate rispose
il povero compagno , che io così mi chiami ;
perciocché non è mio nome impostomi al
battesimo, ma mi tocca per sorte; voi, Signo-
58o KOVELLE,
re, ai miei compagni avete fatto dare dodici
tratti di fune , quattro per ciascuno di loro ;
poi a me dovendone esser dati quattro che
fanno sedici , da questo evento il nome , ora
è nasciuto. Piacque meravigliosamente al dot-
to giudice l'arguto e faceto detto del mal-
fattore , e senza altrimenti farlo porre al tor-
mento, lo liberò. Ora vedete che effetto buono
fece una savia parola d' un uomo letterato.
Mentre che il Re Federico d' Aragona tenne
il regno di Napoli fu in quella città un gen-
tiluomo , che aveva per moglie una assai bella
e leggiadra giovane , chiamala Paola 5 ma
tanto bizzarra e spiacevole e così fastidiosa ,
che tutto il dì altro mai non faceva che far ro-
more per casa con ciascuno che alle mani le
capitava ; e se non ci era persona con cui po-
tesse gridare , ella da se entrava in collera , e
fra' denti mormorava. Guai poi se nessuno le
avesse risposto, perciocché saliva in tanto sde-
gno , che stava due e tre dì, che altro non
faceva che garrire. Il marito , che era uomo
dotto e mollo piacevole ebbe sul principio
assai che fare ad accordarsi seco ; ma veu-
gendo che cosa che egli facesse o le dicesse
non giovava , deliberò lasciarla gridare e mai
non le rispondere; e così pazientemente se ne
yisse seco treni' anni , che mai non la sgridò.
BAN DELLO. 58 1
Avvenne che egli un dì invitò a desinar seco un
suo amico. Ora essendo a tavola e desinando ,
ella , che era dirimpetto all' amico del marito,
veggendo in tavola certa vivanda che non era
concia a modo suo , entrò in collera ; e quivi
cominciò una intemerata di gridare e garrire
ora quel servidore ed ora una fantesca , e tut-
tavia crescevano i gridi ; di modo che V amico
invitato non poteva quella seccaggine soffe-
rire, e fu quasi per levarsi da mensa. Di
questo accorgendosi il marito disse oimè , fra-
telmo che poca pazienza è la tua ! io treni'
anni ho sofferto le strida e i gridi, i romori e le
molestie insopportabili di costei , e giorno e
notte mai altro non sento , e pazientemente il
tutto soffro , e la mezza ora sentire non la
puoi ? L'amico a queste parole s'acquetò, eia
donna tanto virtuosamente trafitta si sentì che
la sua vita cangiò , e divenne poi sempre quie-
ta , umana , piacevole e graziosa. Voglio rao
dimostrarvi come un Guascone con una bella e
pronta risposta si seppe da un vantatore spa-
gnuolo schermire. Andava da Bologna a Firen-
ze Girrinicolo Guascone, il quale essendo a
Bianoro all' osteria trovò che l'oste aveva con-
cia un' anitra giovane e grassa arrosto, tutta
piena d'aglio , che è il pepe dei Guasconi. Ve-
duta che egli l'ebbe , disss all' oste che altra
582 NOVELLE.
carne per desinare non voleva che quell' ani-
tra ; e a tavola s'assise , e cominciò a smem-
brare 1' augella che ancora fumava e rendeva
un buonissimo odore. Ed ecco in questo che
entrò dentro un giovine spaguuolo, grande
di persona , con la spada e ii brocchiero a
lato il quale, come senti 1' odore dell' arrosto
gittò l'ingorda vista sovra l' anitra , e disse al
Guascone : Signore, vi piace egli dar luogo in
tavola ad un vostro amico ? A questo rispose
G ironico lo , e gli domandò comesi chiamava,
io, signore, disse lo Spaglinolo, mi chiamo
per mio proprio nome Alopanzio Ausunar-
chide lberoneo Alorchide. Per le piaghe di
Cristo ! soggiunse allora il Guascone , io non
credo che sì picciola augella debba bastare ad
un desinare a quattro così gran baroni, come
voi m' avete nominati e tanto meno essendo
Spaglinoli: io non mi farei mai questa vergo-
gna. Questa anitra a me, che Girrinicolo sono
detto sarà assai -, a voi sì gran signori bisogna
che 1' oste apparecchi vivande convenienti a
sì magnifica grandezza. Udirete adesso come
il signore Prospero Colonna argutamente ri-
spondesse al re Federico del quale , s'è par-
lalo. Essendo il re Federico , nel castello dell"
Ovo , si mise a ragionamento col signore Pro-
spero , allora suo capitano e molto giovine $
BANDELLO. 585
e diceva d'alcuni segni che hanno gli uomini,
perii quali facilménte la natura e i costumi
loro questi chiromantici e fisionomisti di-
cono conoscere. Diceva adunque il re che se
T uomo ha i capelli duri egli è audace : se ha
il petto largo e debitamente carnoso, è ga-
gliardo : se di questi segui ha i conlrarj sarà
timido : se ha la faccia troppo rotonda , è
pazzo e senza vergogna : se ha in faccia colore
troppo rosso come sono i fruiti del gelsomoro
non ben maturi , egli è grandissimo inganna-
tore ; e se ha le ciglia congiunte è traditore.
Mentre che il re queste cose col signor Pro-
spero discorreva, sopravvenne Vito Pisanello ,
segretario di esso Federico- il quale Vito aveva
i capelli in capo crespi , e così ricciuti come
reggiamo che hanno i Mori , onde seguitando
ilre, e fra mille altri segni delti, dicendo
esser impossibile che chi avesse capelli cre-
spi non fosse o musico, o di perverso e ma-
ligno animo, e di poca stabilità, subito ri-
spose il signor Prospeio ; ed accennando Vi-
to , disse : per Cristo benedetto ! o re , que-
sto tuo Vito non saprebbe cantar una noia di
canto. Arguta veramente e pungente risposta ;
perciocché secondo la opinione del re che
detta aveva , necessario era dire che Vito
fosse Ubaldo e scelleratissimo. E per con-
584 NOVELLE.
chiudere il mio ragionare , vi dico che venen-
do da Roma , passai per Siena e volli veder il
lor tempio mollo hello , vidi anco la superba
libreria che Pio secondo ha fatto . Andai poi
veggendo molte belle cose che sono in quella
città e passando dalla loggia dei Piccolomini ,
fabbrica pur di Pio secondo ecco venir un gar-
zoncello di dieci in undici anni sovra un ca-
vallaccio tanto magro e disfatto , che non si
poteva a pena reggere in piedi , che solamen-
te aveva la pelle e V ossa , il fanciullo grida-
va ad alta voce : aita , aita , che io non posso
tener questo ronzone , erano nella loggia as-
sai gentiluomini , dei quali uno disse : certo
questo fanciullo è pazzo ; e rivoltato verso
lui, gli disse : tu farnetichi, questo cavallo
a pena si muove , e tu dì che non lo puoi te-
nere : che pazzia è la tua ? Tutto ad un tem-
po rispose il garzoncello ; cotesto è il male,
vi dico io che non lo posso tenere, percioc-
ché non ho da pascerlo. Fu da tutti lodata
la pronta risposi a del fanciullo; e perciò con-
vien dire che i bei motti sono come le medi-
cine le quali date a tempo all'infermo soglio-
no mirabilmente giovare , e che date fuori di
tempo , non solamente non giovano, ma più
loslo sono di nocumento.
BANDELLO. 585
NOVELLA LUI.
Tomasone Grasso, usurajo grandissimo , fa
predicar contra gli usurai , per restar egli
solo a prestar ad usura in Mila?io.
Quando noi , s : gnori miei , avremo dello
e detto, converrà per forza dire, che questa
cieca cupidigia di voler aver danari fuor di
modo è cagione di molti mali ; e non solamente
rende bene spesso l'uomo infame_,efa cheda tutti
è mostralo a dilo , ma sovente anco lo caccia
a casa di trenta paja di diavoli in anima e in
corpo. Onde ora io vo mostrarvi in una mia
novelletta , che è vera istoria , come gli uo-
mini oltre modo cupidi del guadagno diven-
tano sfrontati , e quanto poco stimano Dio,
Fu nella ciltà nostra di Milano ( non è gran
tempo ) uno chiamato Tomasone Grasso ; il
quale a suoi tempi avanzò in prestar danari ad
usura quanti usurai mai furono innanzi a lui;
onde ne divenne olirà misura richissimo. Non-
dimeno per nasconder il suo vizio , egli ogni
dì era il primo ad entrar in chiesa , e di sua
mano a quanti poveri ci erano dava un impe-
riale per elemosina : udiva due e tre messe , ed
altre simili dimostrazioni faceva ; di modo che
*7
586 NOVELLE,
chi conosciulo non l'avesse si sarebbe creduto,
che egli fosse stato il più cattolico e santo
nomo di Milano. Quando poi si predicava ,
égli tnai non perdeva nessun sermone , ma
sempre dirimpetto al predicatore mettendosi ,
il tutto con sommissima attenzione udiva. Ven-
ne a praticar in Milano Fra Bernardino da
Siena , in quei tempi predicatore famosissimo,
che poi fu della Santa Chiesa ijel numero dei
santi collocato ; e perchè era d' etcì già vec-
chio , ed appo tutti in opinione d' esser, come
era, uomo santissimo, tutta la città concorreva
ai suoi sermoni; di modo che in breve acquistò
appo grandi e piccioli credito grandissimo.
Tomasone non lasciava giorno che non l' an-
dasse a udire , ed avendolo sentilo dodici e più
sermoni , deliberò veggendo che non predi -
cava contra gli usurai , andarlo a visitare ,
e v* andò. Era Tomasone un uomo di venera-
bile presenza ed autorità e vestiva mollo civil-
mente. Fra Bernardino visitato da costui , Io
accolse amorevolmente, e con lui entrò in onesti
e santi ragionamenti, essendosi posti a sedere.
Tomasone faceva da ser Ciappelletto, e si mo-
strava tutto religioso e zelante dell'onor di Dio
e della salute dell' anime. Onde dopo molti
ragionamenti egli al santo frate in questo modo
parlò: padre riverendo, tutti noi Milanesi ab-
BANDELLO. $$j
biamo un infinito obbligo al nostro redentore
Mes. Gesù Cristo, che abbia inspirato la vostra
santissima religione a mandarvi in questa no-
stra città a predicare : pei ciocché, mediante la
grazia del Salvatore, io spero che le vostre pre-
dicazioni faranno bonissimo frutto , saranno
cagione d' emendare la mala vita di molti che
vivono discorettamente. Regnano in questa
nostra città dei vizj e peccati assai; ma più che
vizio alcuno che ci sia , v' è il maladetto pec-
cato dell' abominevole usura, e molli ci sono
che altro mestiero non fanno. Io mosso da ca-
rità ve V ho voluto dire , acciò che nei vostri
fruttuosi sermoni possiate talora riprender
questo scellerato vizio, e diradicarlo da questa
città. Il santo uomo che altrimenti non cono-
sceva chi fosse Tomasone e buono e leale gen-
tiluomo lo giudicava, lo ringraziò assai, ed
esortò a perseverare in buon proposito. Poi
cominciò ferventissimamente a predicare con-
tra il vizio dell'usura, di maniera che in tutte le
prediche altro mai non faceva che biasimare e
riprendere chi prestava ad usura; il che agli
uditoti non poco di fastidio generava. Onde
essendo da alcuni uomini da bene visitato, fu
avvertito che non s J affaticasse tanto con tra gli
usurai , ma seguitasse il suo solito modo di
predicare,. Non vi maravigliate di questo, disse
*7-
388 NOVELLE.
il santo frale, perciocché io sono slato spinto
da quel gentiluomo vestito di pavonazzo, che
ogni di mi sta a sedere per iscontro quando io
predico. E dati alcuni altri contrassegni, fu da
tutti conosciuto che egli era Tomasone Grasso,
onde uno di quelli : oimè disse, che dite, è il
maggior usurajo che in tutta Italia sia; e in
questa città non si troverà chi presti ad usura,
se non egli ; ed io per me più volte astretto da*
bisogni , ho preso con grandissimi interessi da-
nari da lui. Udendo fra Bernardino questa cosa,
restò fuor di modo pieno di meraviglia ; e vo-
lendo certificarsi , mandò per lui , il quale su-
bito venne. Il santo frate entrò seco in ragio-
namento , e venne a dirgli che egli era un
grande usurajo e che essendo così, molto ma-
ravigliava che egli 1' avesse stimolato con tanta
istanza a predicar contra P usura. Per questo
rispose allora Tomasone , venni io a pregarvi
ed esortarvi che voi predicaste contra l'usura ;
perchè vorrei esser solo a questo mestiero per
guadagnare più danari. E chi v' ha detto che
altri non ci sia che io che presti a usura, s' in-
ganna ; ed io lo so che da qualche giorno in qua
non guadagno la metà di quello che io soleva
guadagnare; il che mi fa conoscere che altri ci
siano così savj come io , che anche essi atten-
dono al danaro. E dicovi , padre mio che chi
randello. S89
non ha danari e pur assai, è una Bestiai Voi
siete , perdonatemi , poco pratico delle cose del
mondo-, e il viver vostro è a un modo, e il nostro
a un altro : e la somma del tutto è questa , che
conviene a chi vuole esser riputato e fra gli
altri onorato, aver danari. Sia pur l'uomo
nasciuto nobilissimamente _, e della casa dei
Visconti che è la casa del nostro Sig. Duca ; se
non avrà danari non sarà di lui tenuto conto
alcuno. Io ho qualche pochi danari , che non
pensaste eh' io fossi tutto oro ; e se vado in
castello per parlar al Duca, subito son fatto en^
tra re, se ben egli fosse in letto; perchè quando
ha avuto bisogno di ducento e trecento mi-
gliaja di ducati io V ho servito con quel profitto
che tra lui e me s' è accordato. Non ci è anco
gentiluomo, o cittadino o mercanterò povero in
questa città che non mi onori, perchè io faccio
servigio a tutti. Direte ma voi che io dovrei
prestar i miei danari senza premio alcuno. Pa-
dre mio, cotesto modo di prestar non ci costu-
ma e non sarebbe il fatto mio : io voglio ilpe«no
in mano e voglio che i miei danari tornino a casa
con guadagno. Basta a me ch'io non sforzo nessu-
no, né astringo a venire a torre danari in prestito
da me; e perchè Fa vere danari è una cosa che
senza line allegra il cuore, e quanto più sen' ha,
tanto più cresce l'allegrezza : io mi mossi ,
quando vi parlai a pregarvi che voi predicaste
59O NOVELLE,
contra gli usurai, acciò eh' io solo tutto il
guadagno avessi. Si sforzò il sanlo frale con
verissime e sante ragioni di levare questa fan-
tasia di capo a Tomasone , ed assai gli predicò,
mostrandogli negli evangeli che Cristo, nostro
Salvatore , di bocca sua comanda che si debba
prestar danari ai prossimo senza speranza di
cavarne uno spilletto. Egli potè allegare la ra-
gione civile e la canonica e il testamento vec-
chio col nuovo; ma niente profittò, perciocché
Tomasone perseverava ostinato nel suo pro-
posito. Strinsesi il santo frate nelle spalle di
compassione udendo così fatte risposte di To-
masone e da se licenziatolo , pregò nostro Si-
gnore Iddio che gli occhi della mente gP illu-
minasse. E poiché di Tomasone tanto ve n'ho
detto , vi dirò ancora un fioretto , che poco
innanzi a questo ragionamento che fece col
santo frale, avvenne. Andava , come avete già
inteso , Tomasone ogni dì alla predicazione,
ed avendo fra Bernardino gagliardamente ,
predicato contra gli usurai , un povero calzo-
lajo , che era ito per pigliar danari in prestito
da lui , finito che fosse il sermone , sentendo
così acerbamente gridar il frate contra l'usura ,
si smarrì e tornando Tomasone a casa, non ardi"
va 1 icercarlo,ma dietro passo passo lo seguitava.
Vergendolo Tomasone gli disse : Compagno
vuoi nulla da me,' io vorrei bene qualche cosa
BAN DELLO. 5p;l
rispose il calzolaio, ma non ardisco a chiedervi,
avendo sentito il frate sì fieramente garrire
contra gli usurai ; e dubito che voi non siate
convertito e più non vogliate prestare. Disse
allora Tomasone : Dimmi , che mestiero è il
tuo ?Io sono calzolaio , rispose egli ; sta bene,
disse Tomasone , tu sei stato al sermone e vai
a bottega ; che mestiero sarà ora il tuo ? Sarà
calzolaio, rispose il pover uomo , perchè non
so far altro mestiero ; ed io soggiunse sarò pre-
statore, perchè altro esercizio non ho per ie
mani, e gli diede quei danari che volle. Questo
è quel Tomasone che poi si convertì , e resti-
tuì tutto il mal tolto, certo ed incerto, e lasciò
tante elemosine e cose pie , che tutto il dì in
Milano si fanno ; il quale se visse male al-
meno , per quello che si può giudicare morì
bene e da cristiano.
NOVELLA LXV.
Una simia, essendo portata una donna a sep-
pellire ,si veste a modo della donna quando
era inferma , e fa fuggire quelli di casa.
Al tempo che lo sfortunato duca Lodovico
Sforza governava il ducalo di Milano , per
quanto già mi narrò mio padre, che era capo
/;
392 NOVELLE,
di squadra nella guardia del castello della città
di Milano,era in detto castello una simia mollo
grossa; che per esser piacevole , ridicola, e non
far mai danno a nessuno , non si teneva le-
gata 5 ma lasciata in libertà , andava per tutto
il castello-, e non solamente in castello, ma
usciva fuori , e nelle case delle contrade Mai-
ne, di Cusano , e di San Giovanni sul muro
conversava molto spesso. Ciascuno le faceva
carezze , e le dava delle frutta ed altre cose
a mangiare sì per rispetto del duca come anco
perchè era piacevolissima , e faceva mille cose
e giuochi da ridere, senza far male, né morder
persona. Ora tra l'altre case, ove frequentava
più era la casa d' una vecchia gentildonna ,
che aveva 1' abitazione nella contrada della
parrocchia di San Giovanni sul muro. Aveva la
buona donna due figliuoli , dei quali il primo
era maritato , e molto volentieri vedeva la
simia andar per casa , e sempre le dava alcuna
cosa da mangiare; e si prendeva grandissimo
piacere delle sciocchezze che la simia faceva ,
e scherzava sovente seco, come con un cagnuo-
lino avrebbe fatto. I figliuoli , che vedevano
la vecchia madre loro , che quasi era decrepita,
tanto volentieri trastullarsi con quella bestiuo-
)a ,ne prendevano .somma contentezza , come
buoni ed amorevoli figliuoli eh' erano ; e se
BAS DELLO. 393
essa simia fosse stata d' altri che del signore
duca , l'avriano più che volentieri , per ricrea-
zione della madre , comperata. Onde coman-
darono in casa a tutti , che nessuno avesse
ardire di batterne molestare la buona simia j
ma che tutti le facessero carezze , e le dessero
da mangiare. Per questo la simia frequentava
più la casa delia vecchia , che l'altre dei vicini;
perchè in quella era meglio trattata, e vi riho -
va va miglior pastura. Ogni sera però ella tor-
nava in castello al suo consueto albergo e co-
vile. Ora avvenne chela buona vecchia , con-
sumata dagli anni ,■ ed anco inferma cominciò
a non uscir di letto. I figliuoli facevano at-
tender alla madre con ogni diligenza , e di me-
dici , medicine e cose ristorative non le man-
cavano in conio alcuno. La simia secondo il
suo solito frequentava la casa, e fa menata
nella camera ove 1' inferma giaceva , la quale
mostrava d' aver gran piacere di veder essa
simia , e cominciò a darle di molti confetti.
Sapete naturalmente coteste bestiuole esser
fortemente ghiotte delle cose dolci , e massi-
mamente amar le confetture. Il perchè monna
simia era quasi di continuo al letto della buo-
na vecchia , e mangiava assai più confetto ,
che non faceva l'inferma •, la quale essendo
fieramente da IP infermità aggravata e dagli-
>7-
B '.
3 9* NOVELLE.
anni consunta , dopo F essersi confessata , e
ricevuti i santi sacramenti della chiesa , la co-
munione e V estrema unzione , passò a miglior
vita. Ora mentre che la pompa dell' esequie si
preparava, secondo la consuetudine di Mi-
lano , le donne lavarono il corpo della morta,
e con la cuffia e bende le abbigliarono il capo,
come ella solita era , e poi la vestirono. Stette
sempre monna simia presente al tutto. Come
il corpo fu vestito , fu nella funebre bara de-
posto $ né guari si stette, che la chieresia in-
vitata venne , e con le solite ambrosiane ce-
remonie attorno ad essa bara si celebrò 1' offi-
cio; e poi levato il corpo , fu portato alla par-
rocchia non molto lontana. Mentre queste
cose si facevano, monna bertuccia attese a vo-
tar le scatole e gli alberelli che erano sulta ta-
vola. E poiché a suo beli' agio s' ebbe empito
il corpo le montò uno strano capriccio in ca-
po, come le suole sovente avvenire, delle
cose che simili bestie sogliono veder fare. Ave-
va ella , come v' ho detto, veduto acconciar
il capo alla morta vecchia , quando la voleva-
no metter nella bara. 11 perchè la buona si-
mia, presa quella cuffia, e quelle bende su-
cide che sopra il letto erano rimase , avendo
con quelle di bucato le donne acconcia la vec-
chia 5 elia cominciò ad abbigliarsi con le res-
BANDELLO. 3 95
tate bende e cuffia il suo capo, come avevano
le donne fa tto alla morta ; di modo che pare-
va che cento anni avesse fatto quel mestiere.
Indi si corcò nel letto , e con sì bel garbo vi
si mise, coprendosi , che pareva a punto la
madonna che in Ietto riposasse. Vennero le
fantesche di sopra per nettar la camera , e dar
ordine alle cose che dentro erano-, ma come
videro la bertuccia in letto , parve loro senza
dubbio veruno veder la vecchia morta. II per-
chè fieramente turbate e spaventate , dando
grandissimi gridi , con gran fretta scesero ab-
basso , e dissero la donna morta esser in letto,
e ^tare come prima soleva. Erano di poco ri-
tornati dalla chiesa I due fratelli, e seco si
trovavano alcuni loro parenti. Di brigata
adunque salirono le scale ed entrarono in ca-
mera ; ed ancora che avessero grand' animo ,
per esser in compagnia , nondimeno a tutti se
gli arricciarono i capelli in capo di paura , e
subito stupidi e pieni di grandissimo spavento
discesero abbasso. E poiché alquanto la pau-
ra cessò , mandarono a chiamar il loro par-
rocchiano , facendogli intendere il caso che
«ra intervenuto. 11 buon prete , che era per-
sona da bene e divota , fece dal chierico suo
pigliar la croce e V acqua santa , ed egli con
la colta e la stola al colio se ne venne , cornici-
5q6 novelle.
ciando a dir i selli salmi con varie orazioni.
Come fu entrato in casa , confortò i fratelli r
esortandogli a non temere , perchè conosceva
molto bene la madre loro già lungo tempo
e che 1' aveva confessata infinite volle , e che
certamente era donna da bene*, disse loro poi
che se in camera avevano veduto cosa alcuna ,
o che s' erano ingannali nel vedere , come
spesso avviene , o che per avventura erano,
illusioni diaboliche ; ma che slessero di buon
animo , che egli bendiria tutta la casa , e con
gli esorcismi costringerla, con l'ajuto di Nostro
Signore Dio , gli spiriti, e gli faria andar al-
trove. Cominciando poi a diresue orazioni. prese
Y aspersorio, e con 1' acqua sanla andava as-
pergendo per tutto. Così col chierico suo sali in
alto , non ci essendo persona che volesse ,
o ner dir meglio, osasse accompagnarlo. Come-
eoli fu> in camera, e vide monna bertuccia:
che se ne stava in un gran contegno , se gli
appresenlò la vecchia morta e seppellita , ed
ebbe pure un poco di paura ; nondimeno fatto-
buon' animo, s'accostò assai vicino al letto,
ed avendo 1' aspersorio, cominciò a dire : As-
perges me , Domine , e gettar dell'acqua ad-
dosso alla simia. Ella , come vide il prete di-
menar l'aspersorio , qua.4 in {òrma di volerla,
battere , cominciò a digrignare i denti e bai.-
BANDELLO. 5q^
tergli insieme. Il che veggendo il domine ,
e fermamente credendo essere alcuno spinto ,
ebbe grandissima paura , e lasciato cascar l'as-
persorio , si mise a fuggire. Ma prima di lui il
suo chierico, geltaty per terra Ja croce , e l'ac?--
qua santa se ne fuggi giù per la scala con tanta
fretta , che cadendo andò giù a gambe riverse,
ed il prete dietro a lui -, di tal maniera anco
egli cadette addosso al suo chierico , e anda-
rono tombando all' ingiù , come fanno le glo-
m erate anguille nel lago di Garda (dagli anti-
chi chiamato Benaco) quando esse, come di-
cono i paesani , vanno in amore. Teneva pur
dello messer lo prete : Jesus, Jesus, Domine r
adjuva me.. Al remore che i due caduti giù per
la scala facevano, corsero i due fratelli con
gli altri che in casa erano , ed aggiunsero in
quella che essi mezzo sciancati erano al fondo
tombali. Gli domandavano i due fratelli che
cosa fosse questa , e ciò che gii era accaduto^
Pareva il prete col suo chierico , a guardarlo
in viso , che fosse stato tratto allora fuor di
sepoltura , sì era pallido e smarrito ! Di modo
che stette buona pezza che mai non potè for-
mar parola. Medesimamente il chierico pareva
spiritato, ed aveva rotto il viso in più di tre
luoghi. Alla fine il buon prete , che si sentiva
solta tutta la persona ? tratto un grandissimo
5()8 NOVELLE.
sospiro , disse tremando :Oimè limiei figliuoli,
che io ho visto il demonio in forma di ma-
donna vostra madre. Monna bertuccia , che
era uscita fuori del letto , s' era messa a visi-
tar le scatole de* confetti ; e saltellando scese
giù dalla scala , in quello che il Domine aveva
cominciato a parlare. Ella avea in capo la
cuffia e bende della vecchia , ed involte ai
corpo alquante pezze di tela. Come fu in
fondo alla scala , ella saltò nel mezzo di quelli
che quivi erano , e fu quasi per farli fuggir
di paura 3 perciocché in effetto in viso rassem-
brava alla morta vecchia. Ma riconosciuta da
uno dei fratelli , fu cagione che la paura degli
astanti si convertisse in riso ; e tanto più gli
faceva ridere ch'ella in quell T abito comincia
a trescare e saltellare ora qua e là , facendo
i più strani atti del mondo. Né contenta d'aver
trastullato quelli che prima aveva spaventato,
ella saltellando , né si volendo da nessuno
lasciar prendere facendo mille moresche se n'us-
cì di casa , e con quell' abito attorno se ne corse
in castello , facendo molto ridere quelli chela
videro. E secondo che in casa dei due fratelli
si doveva star di mala voglia, come loro si rap-
presentava la bertuccia con quegli atti ridicoli ,
erano tutti sforzati a ridere , gabbandosi l' une
e l'altro della paura che avuta avevano.
BOCCACCIO. 3o,$
GIOVANNI BOCCACCIO.
Federigo degli Alberighi ama e non è amato 9
e in cortesia spendendo si consuma , e ri~
mangli un sol falcone , il quale non avendo
altro , dà a mangiare alla sua donna venu-
tagli a casa , la qual ciò sappiendo, mutata
cT animo, il prende per marito, e fallo
ricco.
Dovete sapere , che Coppo di Borghese Do-
menichi , il qual fu nella nostra città, e forse
ancora è, uomo di riverenda e di grande auto-
rità ne' dì nostri , e per costumi , e per virtù
molto più, che per nobiltà di sangue, chiaris-
simo , e degno d' eterna fama , essendo già
d' anni pieno, spesse volte delle cose passate
co* suoi vicini , e con altri si dilettava di ra-
gionare : la qual cosa egli meglio, e con più
ordine, e con maggior memoria, ed ornato
parlare, che altro uom seppe fare. Era usato
di dire tra l'altre sue belle cose , che in Firenze
fu già un giovane chiamato Federigo di m esser
Filippo Alberighi in opera d ? arme, e in cor-
tesia pregiato sopra ogni altro donzel di Tos-
cana. Il quale, sì come il più de' gentili uomini
avviene 7 d' una gentil donna chiamata Monna
400 NOVELLE.
Giovanna s' innamorò ne' suoi tempi ternate
delle più belle , e delle più leggiadre che in Fi-
renze fossero; e acciò che egli V amor di lei
acquistar potesse, giostrava, armeggiava, fa-
ceva feste, e donava , e il suo senza alcuno ri-
tegno spendeva. Ala ella non meno onesta, che
bella niente di quelle cose per lei fatte, né di
colui si curava che le faceva. Spendendo adun-
que Federigo oltre ad ogni suo potere mollo, e
niente acquistandoci come di leggiere avviene,
le ricchezze mancarono, e esso rimase povero
senza altra cosa, che un suopoderetto piccolo,
essergli rimasto, delle rendite del quale stret-
tissimamente vivea, ed oltre a questo un suo
falcone de' migliori del mondo. Per che amando
più che mai , né parendogli più potere esser
cittadino, come desiderava, a Campi, là dove»
il suo poderetlo era, se n'andò a stare : quivi 7
quando poteva, uccellando, e senza alcuna
persona richiedere, pazientemente, la sua po-
vertà comportava. Ora avvenne un di, che es-
sendo così Federigo divenuto all' estremo, che
il marito di Monna Giovanna infermò, e veg-
gendosi alla morte venire, fece testamento, ed
essendo ricchissimo, in quello lasciò sua erede
un suo figliuolo già grandicello, e appresso
questo, avendo molto amala Monna Giovanna,,
lei y se avvenisse , che il figliuolo senza erede--
BOCCACCIO. 4oi
legiltimomorisse , suo erede sustìtuì, e morissi,
Rimasa adunque vedova Monna Giovanna ,
come usanza è delle nostre donne, 1' anno di
state con questo suo figliuolo se n ? andava in
conlado ad una sua possessione, assai vicina a
quella di Federigo. Perchè avvenne che questo
garzoncello s' incominciò a dimesticare con
questo Federigo, e a dilettarsi d' uccelli e di
cani , ed avendo veduto molte volte il falcone
di Federico volare istranamente piacendogli ,
forte desiderava d" averlo, ma pure non s' at-
tentava di domandarlo, veggendolo a lui esser
cotanto carojE coòì stando la cosa, avvenne ,
che il garzoncello infermò : di che la madre
dolorosa molto , come colei , che più non avea ,
e lui amava, quanto più si poteva , tutto '1 dì
standogli d'intorno^ non ristava di confortarlo,
e spesse volte il domandava , se alcuna cosa
era la quale egli desiderasse, pregandolo gliele
dicesse, che per certo , se possibile fosse ad
avere, procaccerebbe come l'avesse. Il giova-
ne, udite molle volte queste proferte, disse:
Madie mia , se fate che io abbia il falcone di
Federigo, io mi credo prestamente guarire. La
donna udendo questo, alquanto sopra se stette,
e cominciò a pensar quello, che far dovesse.
Ella sapeva che Federigo lungamente V aveva
amata , né mai da lei una sola guatatura aveva
402 NOVELLE.
«vula : perchè ella diceva : come manderò io
o andrò a domandargli questo falcone che è per
quel, che io oda, il migliore che mai volasse ,
e oltre a ciò il mantien nel mondo ? E come
sarò io sì sconoscente , che ad un gentile uomo^
al quale niuno altro diletto è più rimaso , io
questo gli voglia torre ? E in così fatto pensiero
impacciata , come che ella fosse certissima
d' averlo , se '1 domandasse, senza saper che
dovere dire, non rispondeva al figliuolo, ma si
stava. Ultimamente tanto la vinse V amor del
figliuolo, che ella seco dispose , per conten-
tarlo, che che esser ne dovesse, di non man-
dare , ma d'andare ella medesima per esso , e
di recargliele, erisposegli ; Figliuol mio, con-
fortati, e pensa di guarire di forza, che io ti
prometto che la prima cosa che io farò domat-
tina , io andrò per esso, e sì il ti recherò : di
che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò
alcun miglioramento. La donna la mattina se-
guente, presa un' altra donna in compagnia ,
per modo di diporto se n' andò alla piccola ca-
setta di Federigo, e fecelo addimandare. Egli,
perciò che non era tempo, né era stato a quei
dì d' uccellare, era in un suo orto, e faceva
certi suoi iavorietti acconciare. 11 quale udendo
che Monna Giovanna il domandava alla porta,
maravigliandosi forte lieto là corse. La quale
boccaccio. 4o5
vedendol venire, con una donnesca piacevo-
lezza levataglisi incontro, avendola già Fede-
rigo reverenlemente salutata disse : Bene stea
Federigo, e seguilo : Io son venuta a ristorarti
de' danni, li quali tu hai già avuti per me ,
amandomi più, che stato non ti sarebbe biso-
gno ; ed il ristoro è cotale , che io intendo con
questa mia compagna insieme desinar teco di-
mesticamente stamane. Alla qual Federigo
umilmente rispose : Madonna , niun danno mi
ricorda mai aver ricevuto per voi, ma tanto di
bene, che, se io mai alcuna cosa valsi , per lo
vostro valore , e per 1' amore che portato v' ho,
avvenne. E per certo questa vostra liberale ve-
nuta m' è troppo più cara , che non sarebbe ,
se da capo mi fosse dato da spendere, quanto
più addietro ho già speso , come che a povero
oste siate venuta. E così detto , vergognosamente
dentro alla sua casa la ricevette e di quella nel
suo giardino la condusse ; e quivi non avendo
a cui farle tener compagnia ad altrui, disse:
Madonna , poiché altri non c'è, questa buona
donna moglie di questo lavoratore vi terrà
compagnia tanto , che io vada a far metter la
tavola. Egli, con tutto che la sua povertà fosse
strema non s J era ancor tanto avveduto, quanto
bisogno gli facea che egli avesse fuor d' ordine
speso le sue ricchezze. Ma questa mattina niuna
4o4 NOVELLE,
cosa trovandosi , di che potere onorar la donna,
per amore della quale egli già infiniti uomini
onorati avea , il fé' ravvedere: e olire modo
angoscioso, seco stesso maladicendo la sua for-
tuna , come uomo , che fuor di se fosse, or qua,
e or là trascorrendo , né denari , né pegno tro-
vandosi, essendo l'ora tarda, e il desidero grande
di pure onorare d'alcuna cosa la gentil donna
e non volendo , non che altrui % ma il lavorator
suo stesso richiedere, gli corse agli occhi il suo
buon falcone, il quale nella sua saletta vide
sopra la stanga. Perchè non avendo a che al-
tro ricorrere , presolo , e trovatolo grasso ,
pensò lui esser degna vivanda di cotal donna.
E però, senza più pensare, tiratogli il collo,
ad una sua fanticella il fé' prestamente pelato ,
e acconcio mettere in uno schidone e arrostir
diligentemente 5 e messa la tavola con tovaglie
bianchissime 3 delle quali alcuna ancora avea,
con lieto viso ritornò alla donna nel suo giar-
dino , e il desinare che per lui far si potea ,
disse , esser apparecchiato. La onde la donna
colla sua compagna levatasi andarono a tavola,
e senza sapere che si mangiassero, insieme con
Federigo, che con somma fede le serviva, man-
giarono il buon Galeone.' E levate da tavola,
e alquanto con piacevoli ragionamenti con lui
dimorate , parendo alla donna tempo di dire
boccaccio. 4o5
quello, perchè andata era, così benignamente
verso Federigo cominciò a parlare : Federigo
ricordandoti tu della tua preterita vita^ e della
mia onestà, la quale per avventura tu hai re-
putala durezza, e crudeltà : io non dubito punto,
che tu non ti debbi maravigliare della mia pre-
sunzione, sentendo quello , perchè principal-
mente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi ,
o avessi avuti, per li quali potessi conoscere }
di quanta forza sia V amore , che lor si porta ,
mi parrebbe esser certa, che in parte m' avresti
per iscusata. Ma come che tu non abbia, io ,
che n' ho uno, non posso però le leggi comuni
dell' altre madri fuggire , le cui forze seguir
convenendomi, mi conviene oltre ai piacer
mio, e oltre ad ogni convenevolezza e dovere,
chiederti un dono, il quale io so, che somma-
mente t' è caro, ed è ragione, perciò che niuno
altro diletto, niuno altro diporto, niuna con-
solazione lasciata t'ha la tua strema fortuna ;
e questo dono è il falcon tuo , del quale il fan-
ciul mio è si forte invaghito, che, se io non
gliele porlo, io temo, che egli non aggravi
tanto nella infermità , la quale ha , che poi
ne segua cosa , per la quale io il perda ; e
per ciò io ti prego, non per lo amore che tu
mi porti, al quale tu di niente se' tenuto , ma
per la tua nobiltà la quale in usar cortesia »• è
4o6 NOVELLE.
maggiore, che in alcuno altro mostrata, che
ti debbia piacere dì donarlomi , acciò che io
per questo dono possa dire d' avere ritenuto in
vita il mio figliuolo, e per quello avertali sem-
pre obbligato. Federigo udendo ciò, che la
donna addomanda va, e sentendo , che servir
non la potea , per ciò che mangiare gliele avea
dato, cominciò in presenza di lei a piangere,
anzi che alcuna parola risponder potesse. Il
qual pianto la donna prima credette , che da
dolore di dover da se dipartire il buon falcone
divenisse più, che da altro, e quasi fu per dire,
che noi volesse; ma pur sostenutasi, aspettò
dopo il pianto la risposta di Federigo, il qual
così disse : Madonna, poscia che a Dio piac-
que, che io in voi ponessi il mio amore, in
assai cose m' ho reputata la fortuna contraria ,
e sonmi di lei doluto , ma tutte sono state leg-
gieri a rispetto di quello che ella mi fa al pre-
sente, di che io mai pace con lei aver non deli-
bo, pensando, che voi qui alla mia povera casa
venuta siete , dove mentre che ricca fu, venir
non degnaste , e da me un picciol don vogliate ,
ed ella abbia sì fatto, che io donar non vi
possa , e perchè questo non possa , vi dirò
brievemente. Come io udii, che voi la vostra
mercè meco desinar volevate, avendo riguardo
alla vostra eccellenzia, e al vostro valore, re-
boccaccio. 407
putai degna e convenevole cosa , che con più
cara vivanda secondo la mia possibilità io vi
dovessi onorare, che con quelle, che general-
mente per T altre persone s' usano : perchè
ricordandomi del falcon , che mi domandale,
e della sua bontà , degno cibo da voi il repu-
tai , e questa mattina arrostito 1' avete avuto
in sul tagliere , il quale io per ottimamente
allogato avea : ma vedendo ora , che in altra
maniera il desideravate , m'è si gran duolo , che
servir non ve ne posso, che mai pace non me
ne credo dare. È questo detto , le penne , e i
piedi , e ? 1 becco le fé' in testimonianza di ciò
gittare avanti. La qual cosa la donna vedendo, e
udendo, prima il biasimò d* aver, per dar
mangiare ad una femmina , ucciso , un tal fal-
cone ; e poi la grandezza dello animo suo , la
quale la povertà non avea potuto, né potea
rintuzzare, molto seco medesima commendò.
Poi rimasa fuor della speranza d'avere il fal-
cone, e per quello della salute del figliuolo en-
trata in forse , tutta malinconosa si dispartì , e
tornossì al figliuolo. Il quale o per malinconia
che il falcone aver non potea , o per la infer-
mità , che pure a ciò il dovesse aver condotto,
non trapassar molti giorni , che egli con gran-
dissimo dolor della madre di questa vita passò.
La quale, poiché piena di lagrime, e d' ama-
4o8 NOVELLE.
ritudine fu stata alquanto , essendo rimasa ric-
chissima, ed ancora giovane 3 più volte fu da'
fratelli costretta a rimaritarsi. La quale come
che voluto non avesse , pur veggendosi infes-
tare, ricordatasi del valore di Federigo ^ e della
sua magnificenza ultima , cioè d' avere ucciso
un così fatto falcone per onorarla disse a' fra-
telli : Io volontieri, quando vi piacesse, mi
starei; ma se a voi pur piace, che io marito
prenda, per certo io non ne prenderò mai al-
cuno altro , se io non ho Federigo degli Albe-
righi. Alla quale i fratelli, facendosi beffe di
lei , dissero : Sciocca, che è ciò che tu dì? Co-
me vuoi tu lui, che non ha cosa del mondo ?
A' quali ella rispose : Fratelli miei, io so bene
che così è, come voi dite, ma io voglio avanti
uomo, che abbia bisogno di ricchezza, che ric-
chezza, che abbia bisogno d'uomo. Li fratelli
udendo 1' animo di lei, e conoscendo Federigo
da molto , quantunque povero fosse, sì come
ella volle, lei con tutte le sue richezze gli do-
narono. Il quale così fatta donna , e cui egli
cotanto amata avea , per moglie vedendosi
ed oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei,
miglior massajo fatto terminò gli anni suoi.
BOCCACCIO. 409
Bergamino con una novella di Primasso ,
e dello abate di Clìgni onestamente morde
una avarizia nuova venuta in messer Can
della Scala.
Siccome chiarissima fama quasi per tulio il
mondo suona, messer Cane della Scala al qua-
le in assai cose fu favorevole la fortuna , fu
uno de' più notabili , e de' più magnìfici si-
gnori , che dallo imperadore Federigo II in
qua si sapesse in Italia. Il quale avendo dis-
posto di fare una notabile, e ma ravigl iosa fes-
ta in Verona , e a quella molte genti , e di va-
rie. par ti fossero venute, e massimamente uo-
mini di corte d' ogni maniera , subito ( qual
che la cagione fosse ) da ciò si ritrasse , in
parte provvedelte coloro, che venuti v' erano,
e licenziolli. Solo uno , chiamato Bergamino,
oltre al credere di chi non lo udì, presto par-
latore, e ornato, senza essere d' alcuna cosa
provveduto , o licenzia datagli , si rimase ,
sperando, che non senza sua futura utilità ciò
dovesse essere stato fatto. Ma nel pensiere di
messer Cane era caduto , ogni cosa, che gli
si donasse , vie peggio esser perduta , che se nel
fuoco fosse stata gittata; né di ciò gli dicea ,
o facea dire alcuna cosa. Bergamino dopo al-
io*
4 IO NOVELLE.
quanti dì non veggendosi né chiamare , né
richiedere a cosa , che a suo mestier parter-
nesse , e oltre a ciò consumarsi nello albergo
coi suoi cavalli, e co' suoi fanti, incominciò
a prender malinconia ; ma pure aspettava ,
non parendogli ben far di partirsi. E avendo
seco portate tre belle e ricche robe, che do-
nate gli erano stale da allri signori , per com-
parire orrevole alla festa, volendo il suo oste
esser pagato, primieramente gli diede 1' una ,
e appresso , soprastando ancora molto più ,
convenne , se più volle col suo oste tornare ,
gli desse la seconda , e cominciò sopra la terza
a mangiare , disposto di tanto stare a vedere,
quanto quella durasse, e poi partirsi. Ora,
mentre che egli sopra la terza roba mangia-
va , avvenne che egli si trovò un giorno , de-
sinando messer Cane , davanti da lui assai
nella vista malinconoso. Il qual messer Cane
veggendo , più per istraziarlo, che per diletto
pigliare d' alcun suo detto , disse : Bergamino,
che hai tu? Tu stai così malinconoso, dinne
alcuna cosa. Bergamino allora , senza punto
pensare , quasi molto tempo pensalo avesse ,
subitamente in acconcio de' fatti suoi disse que-
sta novella : Signor mio , voi dovete sapere,
che Primasso fu un gran valente uomo in gra-
nitica , e fu oltre ad ogu' altro grande , e
boccaccio. 4 1 1
presto versificatore , le quali cose il renderono
tanto ragguardevole , e sì famoso , che , anco-
ra che per vista in ogni parte conosciuto non
fosse, per nome e per fama , quasi niuno era,
che non sapesse , chi fosse Primasso. Ora av-
venne, che trovandosi egli una volta a Parigi
in povero stato , siccome egli il più del tem-
po dimorava , per la virtù , che poco era gra-
dita da coloro che possono assai , udì ragio-
nare dello abate di Cligni , il quale si crede ,
che sia il più ricco prelato di sue entrate ,
che abbia la Chiesa di Dio dal Papa in fuori ,
e di lui udì dire maravigliose e magnifiche
cose, in tener sempre corte, e non esser mai
ad alcuno, che andasse là , dove egli fosse ,
negatone mangiare né bere, solo che. quan-
do l'Abate mangiasse, il domandasse. Laqual
cosa Primasso udendo , siccome uomo , che
si dilettava di vedere i valenti uomini e si-
gnori , deliberò di volere andare a vedere la
magnificenza di questo abate , e domandò ,
quanto egli allora dimorasse presso a Parigi.
A che gli fu riposto , che forse a sei miglia , ad
un suo luogo : al quale Primasso pensò di po-
ter essere, movendosi la mattina a buona ora ,
ad ora di mangiare. Fattasi adunque la via
insegnare , non trovando alcun , che v' an-
dasse, temette , non per isciagura gli venisse
i3.
4l2 NOVELLE.
smarrita , « quinci potere andare in parie ,
dove così tosto non troveria da mangiare : per-
chè se ciò avvenisse, acciò che di mangiare
non patisse disagio, seco pensò di portare tre
pani, avvisando che dell' acqua ( come che
ella gli piacesse poco ) troverebbe in ogni par-
te. E quegli messisi in seno , prese il suo cam-
mino , e venneglisì ben fatto , che avanti ora
di mangiare pervenne là, dove l'Abate era.
E entrato dentro andò riguardando per tutto ,
e veduta la gran moltitudine delle tavole mes-
se , e il grande apparecchio della cucina , e
Y altre cose per lo desinare apprestate, fra se
medesimo disse : veramente è questi cosi ma-
gnifico, come uom dice. E stando alquanto in-
torno a queste cose attento , il siniscalco dello
Abate (perciò che ora era di mangiare) co-
mandò, che l'acqua si desse alle mani-, e data
1' acqua, mise ogni uomo a tavola. E per av-
ventura avvenne che Primasso fu messo a se-
dere appunto dirimpetto all' uscio della ca-
mera, donde V Abate dovea uscire, per ve-
nire nella sala a mangiare. Era in quella corte
questa usanza, che in su le tavole vino, né
pane, riè altre cose da mangiare o da bere si
ponea giammai , se prima 1' Abate non veniva
a sedere alla tavola. Avendo adunque il sinis-
calco le tavole messe, fece dire all' Abate che
BOCCACCIO. 4\S
qualora gli piacesse, il mangiare era presto.
L' Abate fece aprir la camera, pervenire nella
sala, e venendo si guardò innanzi , e per ven-
tura il primo uomo che agli occhi gli corse,
fu Primasso , il quale assai male era in ar-
nese , e cui egli per veduta non conoscea ; e ,
come veduto l'ebbe, incontanente gli corse
nello animo un pensier cattivo , e mai più
non statovi e disse seco : Vedi a Cui io do man-
giare il mio. E tornandosi addietro comandò ,
che la camera fosse serrata , e domandò colo-
ro , che appresso lui erano, se alcuno cono-
scesse quel ribaldo , che a rimpelto all' uscio
della sua camera sedeva alle tavole. Ciascuno
rispose del no. Primasso il quale avea talento
di mangiare , come colui che camminato avea ,
e uso non era di digiunare, avendo alquanto
aspeitato , e veggendo , che l'Abate non ve-
niva, si trasse di seno l'un di tre pani, li
quali portati avea, e cominciò a mangiare.
L' Abate, poiché alquanto fu stato , comandò
ad uno de' suoi famigliari, che riguardasse,
se partito si fosse questo Primasso. Il famiglia-
re rispose : inesser no , anzi mangia pane , il
quale mostra , che egli seco recasse. Disse al-
lora 1' Abate : Or mangi del suo , se egli n' ha ,
che del nostro non mangerà egli oggi. Avrebbe
voluto l'Abate, che Primasso da se stesso si
4 ì 4 NOVELLE.
fosse partito , perciò che accommiatarlo non
gli pareva fur bene. Primasso avendo 1' un
pane mangialo , e 1' Abaie non vegnendo,
cominciò a mangiare il secondo. Il che simil-
mente all'Abate fu detto, che fatto avea guar-
dare , se partito si fòsse. Ultimamente non
venendo 1' Abate j Primasso , mangiato il se-
condo , cominciò a mangiare il terzo, il che
ancora fu all' Abaie detto , il quale seco stesso
cominciò a pensare, e a dire : Deh questa che
novità è oggi, che nell' anima m'è venuta?
che avarizia? chente sdegno? e per cui ? lo
ho dato mangiare il mio , già è ruoli.' anni a
chiunque mangiare n'ha voluto , senza guar-
dare , se gentile uomo è, o villano, povero j
o ricco , o mercante , o barattiere stato sia , e
ad infiniti ribaldi con V occhio me 1' ho ve-
duto straziare , né mai nello animo m' entrò
questo pensiero , che per costui mi e' è entra-
to : fermamente avarizia non mi dee avere as-
salito per uomo di picciolo affare. Qualche
gran fatto dee essere costui che ribaldo mi pa-
re, poscia che così mi s'è rintuzzato 1' animo
d' onorarlo. E cosi dello , volle sapere , chi
fosse, e trovalo , eh' era Primasso , quivi ve-
nuto a vedere della sua magnificenza quello ,
che n'aveva udito: il quale avendo l'Abate
per fama mollo tempo davanle per valente
Boccaccio. Atb
uom conosciuto , si vergognò; e vago di fare
l'ammenda in molte maniere s'ingegnò d' o =
norarlo. E appresso mangiare > secondo che
alla sufficienza di Primasso si conveniva , il fé'
nobilmente vestire , e donatigli danari , e pa-
lali eno. nel suo arbitrio rimise l'andare e lo
stare* di che Primasso contento, rendutegli
quelle grazie _, le quali potè maggiori , a Pa-
rigi , donde a pie partito s' era j ritornò a ca-
vallo. MesserCane, il quale intendente signore
era, senza altra dimostrazione alcuna ottima-
mente inlese ciò che dir volea Bergamino , e
sorridendo gli disse : Bergamino assai accon-
ciamente hai mostrati i danni tuoi , la tua vir-
tù , e la mia avarizia , e quei , che da me disi—
deri , e veramente mai più che era per te , da
avarizia assalito non fui : ma io la caccerò con
quel bastone , che tu medesimo hai divisato.
E fatto pagare V oste di Bergamino, e lui no-
bilissimamente d'una sua roba vestito, datigli
danari , e un palafreno , nel suo piacere per
quella volta rimise 1' andare e lo stare.
4l6 NOVELLE.
Andreuccio da Perugia venuto a Napoli
a comperar cavalli 9 in una notte da tre
gravi accidenti soprapreso , da tutti scam-
pato con un rubino si torna a casa sua.
Le pietre da Landolfo trovate , cominciò
la Fiammetta , alla quale del novellare la
volta toccava, m' hanno alla memoria tornata
una novella non guari meno di pericoli- in se
contenente , che la narrata da Lauretta , ma
in tanto differente da essa , in quanto quegli
forse in più anni , e questi nello spazio d' una
sola notte adivennero, come udirete.
Fu (secondo che io già inlesi } in Perugia
un giovane il cui nome era Andreuccio di
Pietro cozzone di cavalli , il quale avendo
inteso, che a Napoli era buon mercato di quelli,
mescivi in borsa cinquecento fiorini d' oro ,
non essendo mai più fuori di casa stato , con
altri mercatanti là se n'andò , dove giunto una
domenica sera in sul vespro , dall' oste suo
informato, la seguente mattina fu in sul mer-
cato , e molti ne vide , e assai ne gli piacquero ,
Q di più e più mercato tenne,nèdi ninno poten-
dosi accordare, per mostrar, che per comperare
fosse, si come rozzo, e poco cauto, più volle
in presenza di chi andava , e di chi veniva ,
ti asse fuor questa sua borsa di fiorini che
BOCCACCIO. 4' 17
aveva. Ed in questi trattati stando, avendo esso
la sua borsa mostrata , avvenne , che una gio-
vane siciliana bellissima , ma disposta per pie-
ciol pregio a compiacere a qualunque uomo ,
senza vederla egli , passò appresso di lui , e la
sua borsa vide , e subito seco disse. Chi starebbe
meglio di me ,. se quelli danari fosser miei ?
e passò oltre. Era con questa giovane una vec-
chia similmente siciliana , la quale , come vide
Andreuccio , lasciala - oltre la giovane andare ,
affettuosamente corse ad abbracciarlo , il che
la giovane veggendo senza dire alcuna cosa
da una delle parti la cominciò ad attendere.
Andreuccio alla vecchia rivoltosi , e ricono-
sciutala le fece gran festa e promettendogli essa
di venire a lui all' albergo senza quivi tenere
troppo lungo sermone si partì , ed Andreuccio
si tornò a rneicatare, ma niente comperò la
mattina. La giovane, che prima la borsa d'An-
dreuccio , e poi la contezza della sua vecchia
con lui aveva veduta, per tentare , se modo
alcuno trovar potesse a dover aver quelli da-
nari , o tutti o parte , cautamente cominciò
a domandare chi colui fosse , o donde , e che
quivi facesse , e come il conoscesse. La quale
ogni cosa cosi particolarmente de' fatti d'An-
dreuccio le disse , come avrebbe per poco detto
egli slesso > sì come colei , che lungamente in
18..
4\'Ò NOVELLE.
Sicilia col padre di lui , e poi a Perugia dimo^
rata era , e similmente le contò dove tor-
nasse, e perchè venuto fosse. La giovane pie-
namente informata e del parentado di lui
e de' nomi , al suo appetito fornire con una
sottil malizia sopra questo fondo la sua inten-
zione , ed a casa tornatasi mise la vecchia in;
faccenda per tutto il giorno , acciò che ad An-
dreuccio non potesse tornare , e presa una sua
fanlicella , la quale essa assai bene a così fatti
servigi aveva ammaestrata in sul vespro la
mandò all'albergo , dove Andreuccio tor-
nava. La quale quivi venuta per ventina lui
medesimo , e solo trovò in sulla porta , e di
lui stesso il domandò, alla quale dicendo egli,
ch'era desso, essa tiratolo da parte, disse : Mes-
sere, una gentil donna di questa terra, quando-
vi piacesse, vi parleria volentieri. 11 quale
udendola tutto postosi mente , e parendogli
essere un bel fante della persona s'avvisò
questa donna dover essere di lui innamorata ,.
quasi altro bel giovane , ch'egli , non si tro-
vasse allora in Napoli , e prestamente rispose ,
che era apparecchiato, e domandolla dove r
€ quando questa donna pai largii volesse. A cui
la fanticelln rispose. Messere quando di venir
Vi piaccia , ella v' attende in casa sua. An-
dreuccio presto senza alcuna cosa dire nell'ai-
BOCCACCIO. 4l9
bergo , disse. Or via melliti avanti , io ti verrò
appresso. Laonde la fanticella a casa di costei
il condusse, la quale dimorava in una contrada
chiamata Mal pertugio, la quale quanto sia onesta
contrada,il nome medesimo il dimostra, ma esso
niente di ciò sapendo , né suspicando creden-
dosi in uno onestissimo luogo andare , e ad
una cara donna , liberamente ( andata la fan-
ticella avanti) se n'entrò nella sua casa, e sa-
lendo su per Je scale (avendo la fanticella già
la sua donna chiamata , e dello ecco Andreuc-
cio) la vide in capo della scala farsi ad aspet-
tarlo. Ella era ancora assai giovane, di per-
sona grande , e con bellissimo viso , vestita
e ornata assai orrevolmente , alla quale come
Andreuccio fu presso, incontrogli da tre gradi
scese colle braccia aperte , ed avvinchiatogli
il collo alquanto stelle senza alcuna cosa dire ,
quasi da soverchia tenerezza impedita , poi
lagrima ndo gli baciò la fronte , e con voce
alquanto rotta disse : O Andreuccio mio , tu
sii il ben venuto. Esso maravigliandosi di così
tenere carezze tutto stupefatto rispose : Ma-
donna voi siale la ben trovata. Ella appresso
per la mano presolo suso nella sua sala il
menò ; e di quella , senza alcuna altra cosa
parlare con lui , nella sua camera n' entrò
la quale di rose , di fiori d' aranci , e d' altri
420 NOVELLE.
odori tulla oliva , là dove vn bellissimo Tetto-
incortinalo ; e molte robe su per le stanghe
secondo il costume di là , ed altri assai belli
e ricchi arnesi vide , per le quali cose , sì come
nuovo , fermamente credette lei dover essere
non meo , che gran donna , e postisi a sedere
insieme sopra una cassa , che a pie del suo
Ietto era, così gli cominciò a parlare. Andreuc-
cio , io sono molto certa che tu ti maravigli
e delle carezze , le quali io ti fo , e delle mie
lagrime , sì come colui, che non mi conosci y
e per avventura mai ricordar non m' udisti ,
>na lu udirai tosto cosa , la quale più ti (arai
forale maravigliare, sì come è, ch'io sia tua
sorella , e dicoli, che poiché Iddio mi ha fatto
tanta grazia , che io anzi la mia morte ho ve-
duto alcuno de' miei fratelli ( come io desideri
di vedervi tutti) io non morrò a quella ora ,.
che io consolata non muoja , e se tu questo
mai più non udisti, io te J l vo' dire. Pietro,
mio padre e tuo ( come io credo , che tu abbi
potuto sapere) dimorò lungamente in Paler-
mo , e per la sa a bontà e piacevolezza vi fu ,
ed è ancora da quelli . che il conobbero, amato
assai , ma tra gli altri che mollo 1' amarono^
mia madre, che gentildonna fu , ed allora era-
■«edova , fu quella , che più 1' amò , tanto , che
&Q3ta giù la paura del padre e de' fratelli ed il
BOCCACCIO. 421'
sa& onoi*e , in lai guisa con lui si dimesticò ,
che io nacqui , e sonne qual tu mi vedi. Poi r
sopravvenuta cagione a Pietro di partirsi di
Palermo e tornare in Perugia , me con la mia
madre piccola fanciulla lasciò y né mai (per
quello che io sentissi ) più di me , né di lei sì
ricordò , di che io se mio padre stalo non fosse y
forte il riprenderei, avendo riguardo alla ingra-
titudine di lui verso mia madie mostrata
(lasciamo stare all'amore,. che a me come a sua
figliuola , non nata d' un fante , né di vii fem-
mina, doveva portare ), la quale le sue cose
e sé parimente senza sapere altrimenti chi eglr
si fosse da fedelissimo amore mossa rimise nelle
sue mani, ma che ? Le cose mal fatte e di gran
tempo passate sono troppo più agevoli a ri-
prendere , che ad emendare, la cosa andò pur
così. Egli mi lasciò picciola fanciulla in Pa-
lermo , dove cresciuta quasi come io mi sono ,
mia madre, che ricca donna era, mi diede pei"
moglie ad uno di Girgenli gentiluomo e da
bene , il quale per amor di mia madre e di me
tornò a stare in Palermo , e quivi come colui r
che é molto Guelfo , cominciò ad avere alcun
trattato col nostro re Garlo , il quale sentito
dal re Federigo , prima che dare gli potesse ef-
fetto fu cagione di farci fuggire di Sicilia ,
quando io aspettava essere la maggior cava-
42# NovErXE.
leressa , che mai in quella isola fosse , donde
prese quelle poche cose , che prender potemmo
(poche dico per rispetto alle molte, le quali
avevamo ) lasciate le terre , e li palazzi , in
questa terra ne rifuggimmo dove il re Carlo
verso di noi trovammo sì grato , che ristora-
tici in parte i danni , i quali per lui ricevuti
avevamo, e possessioni , e case ci ha date ,-
e dà continuamente al mio marito , e tuo
cognato buona provisione , sì come tu potrai
ancora vedere , ed in questa maniera son qui ,
dove io la buona mercè d' Iddio , e non tua
fralel mio dolce ti veggio. E così detto da capo
il riabbracciò , ed ancora teneramente lagri-
mando gli baciò la fronte. Andreuccio udendo
questa favola così ordinatamente , così com-
postamente detta , composta da costei , alla
quale in ni uno alto moriva la parola tra
denti , né balbettava la lingua e ricordandosi
esser vero 7 che il padre era stato in Palermo t
e per se medesimo de' giovani conoscendo
i costumi , che volontieri amano nella giova-
nezza , e veggendo le tenere lagnine , gli ab-
bracciali , e gli onesti baci , ebbe ciò, ch'ella
diceva , più , che per vero , e poscia che ella
tacque , le rispose. Madonna egli non vi dee
parer gran cosa , se io mi maraviglio , perciò
che nel vero, o che mio padre (perchè che
BOCCA CCIOV 42 $
egli sei facesse) di vostra madre ^e di voi no»
ragionasse giammai , o che se egli ne ragionò r
a mia notizia Tenuto non sia , io per me
niuna conoscenza avea di voi , se non come se
non foste , ed emmi tanto più caro l'avervi qui
mia sorella trovata , quanto io ci sono più
solo , e meno questo sperava , e nel vero io non
conosco uomo di sì alto affare , al quale voi
non doveste esser cara , non che a me , che un
piccolo mercatante sono - r ma d'una cosa vi
priego mi facciate chiaro come sapeste voi ,
che io qui fossi? AA quale ella rispose _, questa
mattina mei fé' sapere una povera femmina , la
quale molto meco si ritiene , e perciò che con
nostro padref per quello che ella mi dica ) lun-
gamente ed in Palermo , ed in Perugia stette r
e se non fosse , che più onesta cosa , mi parea ?
che tu a me venissi in- casa tua ? che io a te
nelP altrui , egli ha gran pezza , che io a te
venula sarei. Appresso queste parole ella co-
minciò dislini amente a domandare di tutti
i suoi parenti nominatamente , alla quale di
tutti Andreuccio rispose , per questo ancora
più credendo quello , che meno di credere
gli Insognava. Essendo stati i ragionamenti
lunghi , ed il caldo grande ella fece venire
greco e confetti , e fé' dare bere ad Andreuc-
cio^ il quale dopo questo partire volendosi ;
424 NOVELLE,
perciò che ora di cena era , in niuua guisff
il sostenne , ma sembiante fatto di forte tur-
barsi abbracciandol disse : Ahi lassa me , che
assai chiaro conosco , come io ti sia poco cara ,
che a pensare , che tu sii con una tua sorella
mai più da te non veduta ed in casa sua , dove
qui venendo smontato essere dovresti , e vogìi
di quella uscire , per andare a cenare all'al-
bergo ? Di vero tu cenerai con esso meco ,
e perchè mio marito non ci sia , di che forte
mi grava , io ti saprò bene secondo donna fare
un poco d'onore. Alla quale Andreuccio non
sapendo altro , che rispondersi , disse : Io. vi ho
cara quanto sorella si dee avere, ma , se io
non ne vado r io sarò tutta sera aspettato
a cena , e farò villania. Ed ella allora disse :
Lodato sia Iddio , se io non ho in casa , per cui
mandare a dire , che tu non sii aspettato ,
benché tu faresti assai maggior cortesia e tuo
dovere mandare a dire a' tuoi compagni , che
qui verni isserò a cenare, e poi se pure andare tu
ne volessi, ve ne potreste tutti andare di brigata..
Andreuccio rispose, che de' suoi compagni non
volea quella sera, ma poi che pure a grado
t'era, di lui facesse il piacere suo. Ella allora
fé' vista di mandare adire all' albergo, che
egli non fosse atteso a cena, e poi dopo molti
altri ragionamenti postisi a cena , e splendi—
BOCCACCIO. 4s5
damente da più vivande serviti astutamente
quella menò per lunga infino alla notte os-
cura, ed essendo da tavola levati, e Andreuccio
partir volendosi, ella disse, che ciò in niuna
guisa sofrerrebbe, perciò che Napoli non era
terra da andarsi per entro di notte, e massi-
mamente un forestiere, e che come, che egli ,
a cena non fosse atteso, aveva mandato a dire,
cosi aveva dello albergo fatto il simigliante.
Egli questo credendo, e dilettandogli ( da falsa
credenza ingannato ) d' esser con costei , stette.
Furono adunque dopo cena i ragionamenti
molti, e lunghi non senza cagione tenuti 7 ed
essendo della notte una parte passata , ella
lascialo Andreuccio a dormir nella sua camera
con un picciol fanciullo, che gli mostrasse,
s' egli volesse nulla , con le sue femmine in
un' altra camera se n' andò. Era il caldo grande ,
per la qual cosa Andreuccio Figgendosi solo
rimaso , subitamente si spogliò in farsetto, e
trassesi i panni di gamba, ed al capo del letlo
gli si pose, e richiedendo il naturale uso di do-
ver deporre il superfluo peso del ventre, dove
ciò si facesse, domandò quel fanciullo, il quale
nelF uno de' canti della camera gli mostrò un
uscio e disse: andate là entro, Andreuccio
dentro sicuramente passato gli venne per ven-
tura posto il pie sopra una tavola , la quale
42(3 NOVELLE,
dalla con tra posta parte era sconfitta dal travi-
cello sopra il quale era, per la qual cosa capo
levando questa tavola con lui insieme se n'andò
quindi giuso, e di tanto 1' amò Iddio, che
niuno male si fece nella caduta , quantunque
alquanto cadesse da alto, ma tutto della brut-
tura , della quale il luogo era pieno, s'imbrattò.
Il quale luogo, acciò che meglio intendiate, e
quello, che è detto, e ciò, che segue, come
stesse, vi mostrerò. Egli era in un chiassello
stretto ( come spesso fra due case reggiamo )
sopra due travicelli tra 1' una casa, e l'altra
posti alcune tavole confitte, ed il luogo da se-
dere posto, delle quali tavole quella, che con
lui cadde, era V una. Ritrovandosi adunque là
giù nel chiasselto Andreuccio dolente del caso,
cominciò a chiamare il fanciullo come sentito
1' ebbe cadere, così corse a dirlo alla donna. La
quale corsa alla sua camera prestamente ,
cercò se i suoi panni r' erano , e trovati i
panni, e con essi i danari, li quali esso non
fidandosi mattamente sempre portava addosso ,
avendo quello, a che, ella di Palermo sirocchia
d'un Perugino facendosi , a rea leso ii lacciuolo,
più di lui non curandosi prestamente andò a
chiudere P uscio, del quale egli era uscito,
quando cadde. Andreuccio non rispondendogli
il fanciullo cominciò più forte a chiamare r ma
BOCCACCIO. 4^7
ciò era niente , perchè egli già sospettando, e
tardi dell'inganno cominciandosi ad accorgere,
salito sopra un moretto, clic quel chiassolino
dalla strada chiudeva, e disceso nella via all' us-
cio della casa, il quale egli mollo hen riconobbe,
se n'andò, e quivi invano chiamò, e molto il
dimenò, e percosse, di che egli piangendo co-
me colui , che chiara vedea la sua disavventura
cominciò a dire. Oimè lasso in come picco!
tempo ho io perduti cinque cento fiorini ed
una sorella, e dopo molte altre parole da capo
cominciò a batter 1* uscio , ed a gridare, e tanto
fece così che molti de' circonstanti vicini desti,
non potendola noja sofferire, si levarono, ed
una delle servigiali della donna in vista lutla
sonnacchiosa fattasi alla finestra proverbiosa-
mente disse. Chi picchia là giù? O, disse An-
dreuccio, o non mi conosci tu? Io sono An-
dreuccio , fratello di Madonna Fiordaliso. Al
quale ella rispose: Buon uomo, se tu hai troppo
bevuto^ va dormi , e tornerai domattina. Io non
so che Andreuccio, né che ciance son quelle
che tu dì, va in buon' ora , e lasciaci dormire ,
se ti piace. Come, disse Andreuccio, non sai ,
che io mi dico? Certo sì sai , ma, se pur son
così fatti i parentadi di Sicilia ehe in sì piccol
termine si dimentichino rendimi almeno i panni
miei , li quali lasciati vi ho, ed io m'andrò
42 8 NOVELLE,
volpo tier con Dio. Ai qual ella quasi ridendo
disse : Buon uomo e mi pare , che tu sogni , ed
il dir questo, ed il tornarsi dentro , e chiuder
la finestra fu una cosa. Di che Andreuccio già
certissimo de ? suoi danni quasi per doglia fu
presso a convertire in rabbia la sua grande
ira, e per ingiuria propose di rivoler quello ,
che per parole riaver non potea , perchè da
capo presa una gran pietra con troppi maggior
colpi, che prima, fieramente cominciò a per-
cuotere la porta. La qual cosa udendo molti de'
vicini avanti destisi e levatisi, credendo lui
essere alcun spacievole, il quale queste parole
fingesse per noiare quella buona femmina , re-
catosi a noja il picchiare, il quale egli faceva ,
fattisi alle finestre non altrimenti, che ad un
can forestiere, lutti quelli della contrada ab-
bajano addosso , cominciano a dire. Questa è
una gran villania a venire a quest' ora a casa
le buone femmine, e dire queste ciancie. Deh
va con Dio buon uomo , lasciaci dormire , se
ti piace, e se tu hai nulla a fare con lei , torne-
rai domane, e non ci dar questa seccaggine
stanotte. Delle quali parole for.se assiemalo
uno, che dentro della casa era ruffiano della
buona femmina , il (piale egli né veduto,
né sentito avea, si fece alla finestra , e con una
voce grossa, orribile e fiera disse : Chi è là giù?
BOCCACCIO. 4 2 g
Andreuccio a quella voce levata la testa , vide
uno, il quale per quel poco, che comprendere
potè , mostrava di dover essere un gran baca-
lare con una barba nera e folta al volto, e co-
me , se del letto o da allo sonno isbadigliava , e
stropicciavasi gli occhi. A cui egli non senza
paura rispose: Io sono unfratello della donna
di là entro; ma colui non aspettò che Andreuc-
cio finisse la risposta, anzi più rigido assai,
che prima disse : Io non so a che io mi tegno
che io non regna là giù, e deati tante basto-
nate, quanto io ti veggia muovere, asino fas-
tidioso , ed ebriaco, che tu devi essere, che
questa notte non ci lascierai dormire persona,
e tornatosi dentro serrò la finestra. Alcuni de'
vicini che meglio conocevano la condizion di
colui, umilmente parlando ad Andreuccio
dissero. Per Dio buon uomo vaiti con Dio non
volere sta notte essere ucciso costì, vattene per
lo tuo migliore. La onde Andreuccio spaven-
tato dalla voce di colui, e dalla vista, e sospinto
dai conforti di coloro , li quali gli pareva che
da carità mossi parlassero, doloroso quanto
mai alcuno altro e de' suoi danari disperato,
verso quella parte, onde il dì la fanlicella se-
guita, senza sapere dove s'andasse, prese la
Via per tornarsi all' albergo, ed a se medesimo
dispiacendo per lo puzzo, che a lui di lui ve-
45o NOVELLE.
niva, desideroso di volgersi al mare per lavarsi
si torse a man sinistra, e su per una via chia-
mata la ruga Catalana si mise, e verso 1' allo
della città andando, per avventura davanti si
vide due, che verso di lui con una lanterna in
mano venieno, li quali temendo non fosser
della famiglia della corte o altri uomini a mal
far disposti , per fuggirli, in un casolare, il
quale si vide vicino, pianamente ricoverò. Ma
costoro, quasi come a quello proprio luogo
inviati andassero , in quel medesimo casolare
se n' entrarono , e' quivi P un di loro scaricati
certi ferramenti che in collo avea , con 1' altro
insieme gli cominciò a guardare, varie cose
sopra quelli ragionando. E mentre parlavano,
disse P uno, che vuol dire questo ? lo sento il
maggior puzzo, che mai mi paresse sentire, e
questo detto, alzata alquanto la lanterna esser
ebber veduto il cattivello di Andreuccio, e stu-
pefatti domandar chi è là ? Andreuccio taceva,
maessiavvicinatiglisi col lume il domandarono,
che quivi così brutto facesse. Alli quali An-
dreuccio ciò che avvenuto gli era narrò in-
teramente. Costoro immaginando dove ciò gli
polesse essere avvenuto, dissero fra se , vera-
mente in casa lo Scarabone buttafuoco fie slato
questo, ed a lui rivolli, disse 1' uno : Duon
uomo , come che tu abbia perduti i tuoi da-
BOCCACCIO. 4J X
nari, tu hai molto a lodare Iddio, che quel
caso ti venne, che tu cadesti, né potesti poi
in casa rientrare , perciò che, se caduto non
fossi, vivi securo, che come prima addormen-
tato ti fossi, saresti stato ammazzato, eco' da-
nari avvresti la persona perduta , ma che giova
oggimai di piagnere? tu ne potresti così ri-
avere un danaro, come avere delle stelle del
cielo, ucciso ne potrai tu hene essere, se colui
sente che tu mai ne facci parola, e detto
questo consigliatisi alquanto gli dissero. Vedi
a noi è presa compassione di te , e perciò
dove tu vogli con noi essere a fare alcuna cosa
che a fare andiamo, egli ci par essere molto
certi che in parte ti toccherà il valore di troppo
più, che perduto non hai. Andreuccio siccome
disperato rispose , che era presto. Era quel dì
seppellito un Arcivescovo di Napoli chiamato
niesser Filippo Minutolo, ed era slato seppel-
lito con ricchissimi ornamenti, e con un rubino
in dito , il quale valeva oltre a cinquecento
fiorini d' oro , il quale costoro volevano andare
a spogliare, e così ad Andreuccio fecer veduto.
La onde Andreuccio più cupido , che consi-
gliato, con loro si mise in via e andando verso la
chiesa maggiore , ed Andreuccio putendo forte,
disse l'uno : non potremmo noi trovar modo,
che costui si lavasse un poco, dove che sia, che
433 NOVELLE.
egli non putisse così fieramente? Disse P altro
sì, noi siam qui presso ad un pozzo , al quale
suole sempre essere la carrucola, ed un gran
secchione , andiamne là , e laveremlo spaccia-
tamele. Giunti a questo pozzo trovarono, che
la fune v' era , ma il secchione n' era stato le-
vato, perchè insieme deliberarono di legarlo
alla fune e di collarlo nel pozzo, ed egli là giù
si lavasse, e come lavato fosse, crollasse la
fune, ed essi il tirerebber suso, e così fecero.
Avvenne che avendol costoro nel pozzo collato,
alcuni della famiglia della signoria, li quali e
per lo caldo, e perchè corsi erano dietro ad
alcuno, avendo sete , a quel pozzo venieno a
bere , li quali come quelli t due videro in con-
tanente cominciarono a fuggire. Li famigliari ,
che quivi venivano a beremon avendoli veduti,
essendo già nel pozzo Andreuccio lavato di-
menò la fune. Costoro assetati posti giù lor ta-
volacci , e loro armi, e loro gonnelle comin-
ciarono la fune a tirare, credendo a quella il
secchione pien d'acqua essere appiccato. Come
Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vici-
no, così lasciata la fune con le mani si sfittò
sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da
subila paura presi , senza altro dire lasciarono
la fune, e cominciarono , quanto più poterono
a fuggire, di che Andreuccio si maravigliò
boccaccio. 453
forte, e se egli non si fosse ben attenuto, egli sa-
rebbe infin nel fondo caduto,forse non senza suo
gran danno, o morte ; ma, pureuscitone,eques-
te armi trovate , le quali egli sapeva che i suoi
compagni nonavevanportale,ancorapiù s'inco-
minciò a maravigliare. Ma dubitando , e non sa-
pendo che, della sua fortuna dolendosi , senza al-
cuna cosa toccare, quindi deliberò di partirsi, ed
andava senza saper dove. Così andando si venne
scontrato in que' due suoi compagni , i quali
a trarlo dal pozzo veniano, e come il videro
maravigliandosi forte il domandarono, chi dei
pozzo 1' avesse tratto. Andreuccio rispose, che
noi sapeva , e loro ordinatamente disse , come
era avvenuto, e quello , che trovato avea fuori
del pozzo. Di che costoro avvisatisi come era
stato , ridendo, gli contarono, perchè s'eran
rò d'una figliuola di messer
Paolo Traversaro giovane troppo più nobile ,
che esso non era, prendendo speranza con le
sue opere di doverla trarre ad amar lui , le
quali, quantunque grandissime, bellee laude-
voli fossero , non solamente non gli giovavano,
anzi pareva , che gli nocessero, tanto cruda e
dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta
amata, forse per la sua singolar bellezza, o
per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa dive-
nuta , che né egli , né cosa , che gli piacesse, le
piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gra-
vosa a comportare, che per dolore pili volte
dopo molto P essersi doluto gli venne in disi—
dero d' uccidersi. Poi pur tenendosene , molte
volte si mise in cuore di doverla del tutto la-
sciare stare , o se potesse, d'averla in odio , co-
me ella aveva lui. Ma in vano tal proponi-
mento prendeva , per ciò che pareva , che
quanto più la speranza mancava, tanto più
multiplicasse il suo amore. Perseverando adun«-
que il giovane e Dell' amare e nello spendere
smisuratamente, parve a certi suoi amici e pa-
renti , che egli sé , e '1 suo avere parimente
fosse per consumare , per la qual cosa più volte
il pregarono, e consigliarono, che si dovesse
di Ravenna partire, e in alcun altro luogo per
BOCCACCIO^ 44^
alquanto tempo andare a dimorare, per clo-
che cosi facendo, scemerebbe l'amore, e le
spese. Di questo consiglio più volte beffe fece
Nastagio, ma pure essendo da loro sollieiuto ,
non potendo tanto dir di no, disse di farlo, e-
fatto fare un grande apparecchiamento, come
se in Francia, oin Ispagna, o in alcun altro
luogo lontano andar volesse, montato a ca-
vallo, e da suoi molti amici accompagnato di
Baverina uscì, e andossene ad un luogo fuor di
Ravenna forse tre miglia, che si chiama Chiassi,
e quivi fatti venir padiglioni , e trabacche disse
a coloro , che accompagnato F aveano , che
quivi star si volea, e che essi a Ravenna se ne
tornassono. Attendatosi adunque quivi Nasta-
gio, cominciò a fare la più bella vita e la più
magnifica, che mai si facesse, or questi , e or
quegli altri invitando a cena, e a desinare,
eome usato s'era. Or adivenne, che venendo-
quasi all' entrata di maggio essendo un bellis-
simo tempo r e egli entralo in pensiero della
sua crudel donna, comandato a tutta la sua
famiglia, che solo il lasciassero per più potere
pensare a suo piacere, pù-de innanzi pie' se
medesimo transportò pensando in fino nella
pigne ta. Ed essendo già passata presso che la
quinta ora del giorno, ed esso bene un mezzo
miglio perla pigneta entrato, non ricordan-
MS NOVELLE,
dosi di mangiare né d' altra cosa, subitamente
gli parve udire un grandissimo pianto , e guai
altissimi messi da una donna, perchè rotto il
suo dolce pensiero, alzò il capo per veder, che
fosse, e maravigìiossi nella pigneta veggendosi,
e oltre a ciò davanti guardandosi ^ vide venire
per un boschetto assai folto d' albuscelli e di
pruni, correndo verso il luogo, dove egli era,
una bellissima giovane ignuda , scapigliala e
tutta graffiata dalle frasche e da' pruni, pia-
gnendo e gridando forte mercè , e oltre a questo
le vide a fianchi due grandissimi e fieri ma-
stini, li quali duramente appresso correndole
spesse volte crudelmente, dove la giugnevano,
la mordevano,e dietro a lei vide venire sopra un
corsiere nero un cavalier bruno , forte nel viso
crucciato con uno stocco in mano, lei di morte
con parole spaventevoli e villane minacciando.
Questa cosa ad un' ora maraviglia e spavento
gli mise nell'animo, e ultimamente compas-
sione della sventurata donna _, dalla qual nac-
que disidero di liberarla da sì fatta angoscia
e morte , se lo potesse. Ma senza arme trovan-
dosi , ricorse a prendere un ramo d' albero in
luogo di bastone , e cominciò a farsi incontro
a' cani , e contro al cavaliere. Ma il cavaliere,
che questo vide , gli gridò di lontano. Nastagio
non t'impacciare , lascia fare a' cani e a me
BOCCACCIO. 44g
quello , che questa malvagia femmina ha me-
ritato. E così dicendo , i cani presa forle la
giovane ne' fianchi la fermarono, e il cavalier
sopragiunto smontò da cavallo. Al quale Na-
stagio avvicinatosi, disse : Io non so chi tu ti se',
che me così conosci , ma tanto ti dico , che
gran viltà è d' un cavaliere armato volere
uccidere una femmina ignuda , e averle i cani
alle coste messi , come se ella fosse una fiera
salvatica , io per certo la difenderò , quant' io
potrò. Il cavaliere allora disse : Nastagio io fui
d' una medesima terra teco , e eri tu ancora
picciol fanciullo , quando io , il quale fui
chiamato messer Guido degli Anastagi , era
troppo più innamorato di costei , che tu ora
non sei di quella de'Travercari , e per la sua
fierezza , e crudeltà andò sì la mia sciagura ,
che io un dì con questo stocco , il quale tu mi
vedi in mano, come disperato, m'uccisi, e
sono alle pene eternali dannato, né stette poi
guari tempo, che costei la qual della mia
morte fu lieta oltre misura, morì, e per lo pec-
cato della sua crudeltà e della letizia avuta de'
miei tormenti, non pentendosene, come colei,
che non credeva in ciò aver peccato, ma me-
ritato, similmente fu, ed è dannata alle pene
dell' inferno, nel quale come ella discese, così
ne fu e a lei e a me per pena dato , a lei di
45o NOVELLE,
fuggirmi davanti, e a me , che già cotanto Fa-
mai, di seguitarla come mortai nimica, non
come amata donna , e quante volte io Y ag-
giungo, tante con questo stocco, col quale io
uccisi me , uccìdo lei , e aprola per ischiena ,
e quel cuor duro e freddo , nel qual mai
né amor né pietà poterono entrare , con
V altre interiora ( siccome tu vedrai incon-
tanente ) le caccio di corpo , e dolle mangiare
a questi cani. Né sta poi grande spazio , ch'ella
(sì come la giustizia eia potenzia d'Iddio vuole)
come se morta non fosse slata, risorge, e da
capo incomincia la dolorosa fuga, e i cani, ed
io a seguitarla , e avviene , che ogni venerdì in
su quest' ora io la giungo qui, e qui ne fo lo
strazio, che vedrai, e gli altri dì non creder
che noi riposiamo, ma giungola in altri luoghi,
ne' quali ella crudelmente contro a me pensò
o operò, e essendole d'amante divenuto nimi-
co , come tu vedi, me la conviene in questa
guisa tanti anni seguitare, quanti mesi ella fu
contro a me crudele. Adunque lasciami la di-
Tina giustizia mandare ad esecuzione, né ti vo-
lere opporre a quello, a che tu non potresti
constrastare. Nastagio udendo queste parole
tutto timido divenuto, e quasi non avendo
pelo addosso, che arricciato non fosse , tiran-
dosi addietro , e riguardando alla misera gio-
BOCCACCIO. 45 '1
vane, cominciò pauroso ad aspettare quello
che facesse il cavaliere. 11 quale finito il suo ra-
gionare a guisa d' un cane rabbioso con lo
stocco in mano corse addosso alla giovane, la
quale inginocchiata , e da' due mastini tenuta
forte gli gridava mercè , e a quella con tutta
sua forza diede per mezzo il petto , e passolla
dall' altra parte , il qual colpo come la giovane
ebbe ricevuto, così cadde boccone sempre pian-
gendo e gridando, e il cavaliere messo mano
ad un coltello , quella aprì nelle reni, e fuori
trattone il cuore e ogn' altra cosa d'attorno a 7
due mastini il gittò, li quali affamatissimi in-
contanente il mangiarono. Né stette guari 7 che
la giovane ( quasi niuna di queste cose slata
fosse ) subitamente si levò in pie' , e cominciò a
fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei
sempre lacerandola , e il cavaliere rimontato
a cavallo, e ripreso il suo stocco la cominciò a
seguitare, e in picciola ora si dileguarono in
maniera , che più Nasi agio non gli potè vedere.
Il quale avendo queste cose vedute, gran pezza
stette tra pietoso e pauroso, e dopo alquanto
gli venne nella mente questa cosa dovergli
molto poter valere, poi che ogni venerdì avve-
nia, perchè segnato il luogo, a' suoi famigli se
ne tornò, e appresso, quando gli parve, man-
dato per più suoi parenti e amici , disse loro.
452 NOVELLE.
Voi tu' avete lungo tempo stimolato , che io
d' amare questa mia nemica mi rimanga , e
ponga fine al mio spendere, e io son presto di
farlo, dove voi una grazia m'impetriate, la
quale è questa, che venerdì , che viene, voi
facciate sì , che messer Paolo Traversali
e la moglie e la figliuola , e tutte le donne
lor parenti , e altre chi vi piacerà , qui sieno
a desinar meco. Quello , perchè io questo
voglia, voi il vedrete allora. A costor parve
questa assai picciola cosa a dover fare e a Ra-
venna tornati, quando tempo fu , coloro invi-
tarono , li quali Nastagio voleva, e come che
dura cosa fosse il potervi menare la giovane da
Nastagio amata, pur \' andò con V altre insie-
me. Nastagio fece magnificamente apprestare
da mangiare, e fece le tavole mettere sotto i
pini d'intorno a quel luogo , dove veduto aveva
lo strazio della crudel donna , e fatti mettere
gli uomini e le donne a tavola , si ordinò,
che appunto la giovane amata da lui fu posta a
sedere di rimpetto al luogo , dove doveva il
fatto intervenire. Essendo adunque già venu-
ta l'ultima vivanda , e il romore disperato
della cacciata giovane da tutti fu comin-
ciato ad udire. Di che maravigliandosi forte
ciascuno , e domandando , che ciò fosse >
e niun sappiendol dire , levatisi tutti diritti r
BOCCACCIO. 455
e riguardando che ciò potesse essere, videro la
dolente giovane , e 'l cavaliere, ed i cani , né
guari stette, che essi tutti furon quivi tra loro.
Il romore fu fatto grande e a' cani e al cava-
liere , e molti per aiutare la giovane si fecero
innanzi. Ma il cavaliere parlando loro , come
a Nastagio avea parlato , non solamente gli
fece indietro tirare , ma tutti gli spaventò , e
riempiè di maraviglia , e facendo quello, che
altra volta aveva fatto, quante donne v' avea
(che ve ne avea assai , che parenti erano stale
e della dolente giovane e del cavaliere, e che
si ricordavano e dell' amore e della morte di
lui ) tutte cosi miseramente piangevano, co-
me se a se medesime quello avesser veduto
fare. La qual cosa al suo termine fornita, e
andata via la donna e '1 cavaliere, mise cos-
toro , che ciò veduto aveano , in molti e varj
ragionamenti , ma tra gli altri , che più di
spavento ebbero fu la crudel giovane da Nas-
tagio amata , la quale ogni cosa distintamente
veduta avea , e udita , e conosciuto che a se,
più che ad altra persona che vi fosse , queste
cose toccavano , ricordandosi della crudeltà
sempre da lei usata verso Nastagio , perchè
già le parea fuggir dinanzi da lui adirato, e
avere i mastini a fianchi , e tanta fu la paura ,
che di questo le nacque 7 che acciò che questo
454 NOVELLE.
a lei non avvenisse , prima tempo non si vide
( il quale quella medesima sera prestato le fu )
ch'ella, avendo 1' odio in amore tramutato,
una sua fida cameriera segretamente a Nasta-
gio mandò. La quale da parte di lei il pregò ,
che gli dovesse piacer d' andare a lei , perciò
eh' ella era presta di far tutto ciò che fosse
piacer di lui. Alla qual Nastagio fece rispon-
dere , che questo gli era a grado molto , ma
che dove le piacesse con onor di lei voleva il
suo piacere, e questo era sposandola per mo-
glie. La giovane , la qual sapeva , che da al-
trui , che da lei rimaso non era, che moglie
di Nastagio slata non fosse, gli fece rispon-
dere, che le piacea, perchè essendo essa me-
desima la messaggiera al padre e alla madre
disse, che era contenta d'essere sposa di Na-
stagio , di che essi furon contenti mollo , e la
domenica seguente Nastagio sposatala , e fatte
le sue nozze , con lei più tempo lietamente
visse. E non fu questa paura cagione sola-
mente di questo hene , anzi sì tutte le ravi-
gnane donne paurose ne divennero , che sem-
pre poi troppo più arrendevoli a piaceri degli
uomini furono, che prima state non erano.
boccaccio. 455
Un cavaliere dice a madonna Oretta di por-
tarla con una novella a cavallo ; e mal-
compostamente dicendola } è da lei pregato
che a pie la ponga.
Egli non è ancora guari , che nella nostra
città fu una gentile , e costumata donna , e
ben parlante , il cui valore non meritò che il
suo nome si taccia : fu adunque chiamata Ma-
donna Oretta , e fu moglie di M esser Geri Spi-
na. La quale peravventura essendo in conta-
do , come noi siamo , e da un luogo ad un al-
tro andando per via di diporto insieme con
donne , e con cavalieri , li quali a casa sua il
dì avuti avea a desinare ; ed essendo forse la
via lunghetta di là onde si partivano, a colà
dove tutti a pie d'andare intendevano , disse
uno de' cavalieri della brigata : Madonna
Oretta , quando voi vogliate , io vi porterò
gran parte della via che ad andare abbiamo , a
cavallo , con una delle belle novelle del mon-
do. Al quale la donna rispose : Messere , anzi
vene priego io molto, e sa ramini carissimo.
Messer lo cavaliere, al quale forse non istava
meglio la spada allato , che '1 novellar nella
lingua , udito questo , cominciò una sua no-
cella , la quale nel vero da sé era bellissima :
456 NOVELLE.
ma egli or tre , e quattro, e sei volte replican-
do una medesima parola, ed ora indietro tor-
nando , e talvolta dicendo , Io non dissi bene,
e spesso ne' nomi errando, un per altro po-
nendone , fieramente la guastava : senzachè
egli pessimamente , secondo le qualità delle
persone , e gli atti che accadevano , proffere-
va. Di che a Madonna Oretta , udendolo , spes-
se volte veniva un sudore , ed uno sfinimento
di cuore , come se inferma fosse , e fosse stata
per terminare. La qual cosa poiché più soffe-
rir non potè , conoscendo che il cavaliere era
entrato nel pecoreccio . né era per riuscirne ,
piacevolmente disse : Messere , questo vostro
cavallo ha troppo duro trotto : perchè io vi
priego che vi piaccia di pormi a pie. Il cava-
liere, il quale peravventura era molto meglio-
re intenditore , che novellatore, inteso il mot-
to , e quello in festa , ed in gabbo preso , mise
mano in altre novelle , e quella che comin-
ciata avea , e mal seguita , senza finita la-
sciò stare.
i
boccaccio. i5r
i
Cisti fornajo con una sua parola fa ravve-
dere riesser Gerì Spina d' una sua trans-
curata domanda.
Avendo Bonifacio papa , appo il quale
inesser Gerì Spina fu in grandissimo stalo ?
mandati in Firenze certi suoi nobili araha-
sciadori per certe sue gran bisogne ? essendo
essi in casa di messer Geri smontati , ed egli
con loro insieme i fatti del papa trattando ;
avvenne , che che se ne fosse cagione , mes-
ser Geri con questi ambasciadori del papa tutti
a pie , quasi ogni mattina davanti a santa
Maria Ughi passavano , dove Cisti fornajo il
suo forno aveva , e personalmente ìa sua arte
eserceva. Al quale quantunque la fortuna arte
assai umile data avesse , tanto in quella gli era
stata benigna , che egli era ricchissimo dive-
nuto , e senza volerla mai per alcuna altra
abbandonare , splendidissimamente vivea ,
avendo, tra l'altre sue buone cose, sempre
i migliori vini bianchi , e vermigli . che in
Firenze si trovassero , o nel contado. II qual
Veggendo ogni mattina davanti all' uscio suo
passar messer Geri , e gli ambasciadori del
papa , ed essendo il caldo grande , s' avvisò
che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del
20
458 NOVELLE,
suo buon vin bianco : ma , avendo riguardo
alla sua condizione , ed a quella di messer
Gerì , non gli pareva onesta cosa il presu-
mere d' inv ilarìo , ma pensossi di tener modo ,
il quale inducesse messer Geri medesimo ad
invitarsi. Ed avendo un farsetto bianchissimo
in dosso , ed un grembiule di bucato innanzi
sempre , li quali più tosto mugnajo , che for-
naio , il dimostravano , ogni mattina in su
l'ora eh' egli avvisava che messer Geri con gli
arabasciadori dovesser passare, si faceva da-
vanti all' uscio suo recare una secchia nuova ,
e stagnata d'acqua fresca , ed un picciolo or-
cioletto Bolognese nuovo , del suo buon xin
bianco, e due bicchieri , che parevan d'arien-
to , sì eran chiari : ed a seder postosi , come
essi passavano, ed egli, poiché una volta,
o due spurgato s'era, cominciava a ber si
saporitamente questo suo vino, che egli n'areb-
be fatto venir voglia a' morti. La qual cosa
avendo messer Geri una , e due mattine ve-
duta , disse la terza : Cliente è? Cisti, è buono?
Cisti , levato prestamente in piò , rispose :
JYlesser sì; ma quanto, non vi potre' io dare
ad intendere , se voi non assaggiaste. Messer
Geri , al quale o la qualità del tempo , o af-
fanno , più che l'usato , avuto, o forse il sa-
porito bere che a Cisti vedeva lare , sete avea
BOCCACCIO. 459
generata , volto agli ambasciadori , sorriden-
do , disse : Signori , egli è buon che noi assag-
giamo del vino di questo valentuomo : forse
che è egli tale , che noi non ce ne peni eremo:
e con loro insieme sen' andò verso Cisti. Il
quale fatta di presente una bella panca venire
di fuori dal forno , gli pregò che sedessero ,
ed alli lor famigliari , che già per lavare i bic-
chieri si facevano innanzi , disse : Compagni ,
tiratevi indietro, e lasciate questo servigio fare
a me , che io so non meno ben mescere , che
io sappia infornare , e non aspettaste voi
d' assaggiarne gocciola. E così detto , esso
stesso, lavati quattro bicchieri belli, e nuo-
vi, e fatto venire un piccolo orcioletto del
suo buon vino , diligentemente die bere a
messer Gerì , ed a' compagni. Alli quali il
vino parve il migliore che essi avesser gran
tempo davanti bevuto : perchè , commendatol
molto , mentre gli ambasciadori vi stettero,
quasi ogni mattina con loro insieme n'andò
a ber messer Geri. A' quali , essendo espediti ,
e partir dovendosi, messer Geri fece un magni-
fico convito , al quale invitò una parte de' più
onorevoli cittadini , e fecevi invitar Cisti : il
quale per ninna condizione andar vi volle.
Impose adunque messer Geri ad uno de' suo
famigliari , per un fiasco andasse del via di
20.
4;6<5 NOVELLE.
Cisti , e di quello un mezzo bicchier per uomo
desse alle prime mense. Il famigliare , forse
sdegnato perchè niuna volta bere aveva po-
tuto del vino , tolse un gran fiasco ; il quale
come Gisli vide , disse: Figliuolo , messer Gerì
non li manda a me. Il che raffermando più
•volte il famigliare , né potendo altra risposta
avere, tornò a messer Geri, e sì gliele disse.
A cui messer Geri disse : Tornavi , e digli , che
sì io : e se egli più così ti risponde , doman-
dalo, a cui io ti mando. Il famigliare tornato,
disse : Cisti , per certo messer Geri ini manda
pure a te. Ai qnal Cisti rispose : Per certo ,
figliuol , non fa. Adunque , disse il famigliare ,
a cui mi manda ? Rispose Cisti : ad Arno.
Il che rapportando il famigliare a messer Geri,
subito gli occhi gli s'apersero dello intelletto,
e disse al famigliare: Lasciami vedere che fiasco
tu vi porli ; e vedutol , disse : Cisti dice vero ;
e dettogli villania , gli fece torre un fiasco con-
venevole. Il qual Gisti vedendo , disse : Ora so
io bene che egli ti manda a me ; e lietamente,
gliele empiè : e poi quel medesimo dì , fallo
il botlicello riempiere d' un simil vino , e fat-
tolo soavemente portare a casa di messer Geri,
andò appresso, e trovatolo , gli disse : Messere
io non vorrei che voi credeste che il gran
fiasco stamane m' avesse spaventalo : ma pa-
BOCCACCIO. 46i
rendomi che vi fosse uscito di mente ciò che
io a questi dì co' miei piccioli orcioletti v' ho
dimostralo , cioè , che questo non sia vin da
famiglia , vel volli stamane raccordare. Ora ,
perciocché io non intendo d' esservene più
guardiano, tutto ve P ho fatto venire : fa tene
per innanzi come vi piace. Messer Gerì ebbe
il don di Cisti carissimo , e quelle grazie gli
rendè che a ciò credette si convenissero: e sem-
pre poi per da molto F ebbe , e per amico.
FINE,
INDICE
DELLE NOVELLE
Cogli argomenti } e nomi degli autori,
Albergati Capacelli.
Guardarsi dai piccoli falli. i
Amalteo Gio. Battista.
Franccschin da Noventa invola un cavallo a
inesser Jeronimo Rigino , e lo -vende a lui
medesimo , e vassene e coi danari e col ca-<
vallo. 5 1 8
Bandello Matteo.
Prodezza mirabile d' una giovanetto in servare
la patria contro i Turchi _, dalla signoria dì
Venezia magnificamente rimei itala. 674
J^arj e bei motti con pronte risposte dati a tempo,
esser bellissimi _, e giovare spesse Jiate. 5^q
Tomasone Grasso usuraio grandissimo fa pre-
dicare contro gli usurai per esser cosi solo
a prestare ad usura a Milano. 585
Una simia essendo portata una donna a seppel-
lire j si veste a modo della donna quando
era inferma } e fa fuggire quelli di casa. 5gi
( 464 )
Bàrgagli Scipione.
Dopo grave e lunga inimicizia nata fra due nobi-
lissime famiglie sanesi 3 l'uria de" 1 Rinaldini ?
V altra de'' Tegolei 3 un giovane della prima ,
chiamato Uguccione _> nel concorrere ad una
festa di campagna , vide a caso , e s" 1 inna-
morò di Antilia , unica fglia e bellissima
d' Ambrogio Tegolei , la quale contempora-
neamente divenne accesa d' amore verso il
giovane de'' Rinaldini 3 varj funesti accidenti
che accaddero in questo scambievole amore z
infine da un savio medico fu con una inge-
gnosa invenzione disposto Ambrogio ad ac-
cordare la figlia in moglie ad Uguccione 3 dal
quale parentado ne nacque la riconciliazione
fra quelle due famiglie 3 e gli amanti rimasero
consolati e contenti» 5-25
Bigolina Giulia.
Novella raccontata nelV amenissimo luogo di
Mira bello. 296
Boccaccio Giovanni.
Federigo degli Alberighi ama e non è amato x
e in cortesia spendendo si consuma 3 e riman-
gli un sol falcone } il quale non avendo altro 3
dà a mangiare alla sua donna y venutagli
a casa 3 la quale ciò sappiendo, mutata d'ani-
mo j il prende per marito e fallo ricco. 699
Bergamino con una novella di Primasso 3 e dello
abate di Clignì > onestamente morde uiuu
( 465 )
avarìzia nuova venuta in messer Can detlà
Scala. 4o£
^Andreuccio di Perugia venuto a Napoli a com-
perar cavalli _, in una notte da Ire gravi ac-
cidenti soprapreso , da tutti scampato con un
rubino si torna a casa sua. 4,6
Martellino infìngendosi (V essere attratto 3 sopra
S. irrigo fa vista di guarire , e conosciuto
il suo inganno è battuto > e poi preso } ed in
pericolo venuto d* essere impiccato per la gola
ultimamente scampa. 457
JVastagio degli Onesti amando una de 3 7 7 ra--
versari spende le sue ricchezze senza essere
amato. V ossene pregato da' suoi a Chiassi ;
quivi vede cacciare ad un cavaliere una gio-
vane e ucciderla j e divorarla da due cani.
Invita i parenti suoi e quella donna amata da
lui ad un desinare , la qual vede questa me-
desima giovane sbranare , e temendo di simile
avvenimento prende per marito Nastagio. 445
Un Cavaliere dice a madonna Oretta di portarla
con una novella a cavallo ; ma malcomposta-
mente dicendola 3 è da lei pregalo che a pie la
ponga. 455
Cisti fonia jo con una sua parola fa ravvedere
Messer Geri Spina d y una sua transcurata do-
manda. 457
Bramieri Luigi.
Ilbuon Diavolo % 82
( 466 )
// ricco Indiano, 8$
La Beneficenza delicata. 98
U Oppressore punito* 1 o4
Doni Francesco.
In Portogallo due cavalieri hanno nemicizia
mortale fra loro. Uno di essi , benché in-
giuriato j non potendo vendicarsi dell' altro ,
%li uccide il padre ed un fratello. Il re ban-
disce che sia arrestato ovunque lo scellerato.
Questi j incerto della vita per tutto j si pre-
senta al suo nemico perchè V uccida piul.'osto
che vedersi strangolato dal manigoldo. Egli
invece di ciò 3 V accompagna in luogo sicuro >
ed ottiene dal re un salvo condotto per richia-
marlo e sfidarlo a battaglia. Comparisce } lo
vince , gli dona la vita , e gli ottiene anche
dal re il perdono. 291
Erizzo Sebastiano.
Carlo Magno ristora al fuoco 3 ove egli si scal-
dava un soldato ch'era per morirsi di fred-
do > e gli dà il proprio luogo , il quale riavuta
il vigore , lo ringrazia con prudentissime pa-
role. 24o
Eduardo } re d' Inghilterra , intesa la morte del
figliuolo vittorioso , a tempo che rendeva
ragione j niente si turbò j poscia datone avviso
alla regina 3 quella a pazienza conforta. 248
Nella presa che i soldati veneziani fecero di
Sndrna , conducendo una femmina cattiva ' >
ella abbracciando la sepoltura del m'arilo y
(46 7 )
e non volendo lasciarla } è da un soldato
uccisa. 255
Alfonso deliberatosi di andare a vedere Terra
Santa , e nel viaggio contro sua voglia ac-
compagnato dalla moglie , vengono assaliti
da alcuni Arabi 3 V uno de' quali è dalla mo-
glie ucciso y gli altri uccisa lei si fuggono.
Alfonso in una selva di datteri dopo molto
pianto le dà sepoltura. 265
Timocare fatta congiura d' uccidere Nicocle
tiranno , è discoperto dal compagno. Condan-
nato alla morte 3 è nella prigione visitato
dalla moglie _,la quale astutamente lo salva >
rimanendosi in iscambio di lui. Inteso il fatto
il principe le perdona 3 condannando i guar-
diani alla morte. 274
Fiorentino Ser Gio.
Come nacque parte Guelfa e parte Ghibellina ,
e come il maledetto seme venne e cominciò in
Italia. 28 1
Democrate di Ricanati delibera di dare una
caccia d* animali selvaggi a certi signori fo-
restieri. Muore di questi un'orsa grossissima*
Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare
Democrate. Un di loro si veste della pelle di
essa j e messo dagli altri in una gabbia, si
presenta a Democrate 3 fingendo y che gli
mandi quest'orsa un Albanese suo amico. La
notte introduce i compagni. Al romore accorre
un fante x e va a raccontare che V orsa
( 468 )
è fuori della gabbia, h, uccisa , ed attor si scuo-
pre l'infelice masnadiero. 286
Gironi Robustiano.
L 3 Intolleranza della domestica suggezione. 106
Gozzi Gasparo. 119
La Borboltona. 122
II Tesoro, 125
Il Ladro punito. 129
i55
i58
Sogno. i4i
. i44
Lòdoli Francesco.
// vecchio Ballerino. 56
// Dottore e V Asino. 65
Chìomponia , o V isola de' Monchi. 6G
Democrito ed un suo scolaro. 68
Magalotti Lorenzo.
Gli amori innocenti di Sigismondo _, conte d'Ar-
co j con la principessa Claudia Felice d' Ins-
pruch. 167
Macchia velli Niccolò.
Belfagor Arcidiavolo è mandato da Plutone
in questo mondo con obbligo di dover prender
mogliere. Ci viene >la prende j e non potendo
soffrire la superbia di lei , dina meglio ritor-
narsi in inferno , che ricongiungersi seco. 208
Padovani Girolamo.
La Modestia* 11
C 46 9 )
Parabosco Girolamo.
Tomaso promette ventìcinque ducati a un no-
taj'o , che lo consiglia come dee fare per non
restituire alcuni danari mal tolti 3 e poscia
dal nota jo ricercato dei venticinque ducati ,
contro, di lui si prevale del consiglio che contro,
gli altri dato gli avea. 5g 7
Rota Vincenzo Padovano.
// fgliuolo d' un oste si fugge di casa , e ton
sua industria arricchisce. Dopo molti anni
vi ritorna senza darsi a conoscere. I suoi
genitori, per rubarlo _, lo uccidono , e quel che
poscia loro avviene. x43
Sacchetti Franco.
Messer Bernabò y signore di Milano comanda
a uno abate che lo chiarisca di quattro cose
impossibili } di che uno mugnajo , vestito
de' panni dello abate , per lui le chiarisce in
forma , che rimane abate 3 e V abate rimane
mugnajo. 22 5
Guido Cavalcanti , essendo valentissimo uomo ,
e filosofo , è vinto dalla malizia d'un fan-
ciullo. 22 3
A Giotto dipintore è dato un polve se a dipin-
gere da un uomo di picciolo affare. Egli fa-
cendosene scherne , lo dipinge per foi ma ,
che colui rimane confuso. 2 5
Messer Valore de' Buondelmonti è conquiso
e rimaso scornato da una parola } che un
fanciullo gli dice , essendo in Romagna. 255
1
7PJÌ / ?
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